Trasparenze, Emilio Praga

PDF: Trasparenze, Emilio Praga
Emilio Praga
Trasparenze
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QUESTO E-BOOK:
TITOLO: Trasparenze
AUTORE: Praga, Emilio
TRADUZIONE E NOTE:
NOTE:
DIRITTI D’AUTORE: no
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TRATTO DA: “E.Praga – Opere”
a cura di Michele Catalano,
Fulvio Rossi Editore, Napoli, 1969
CODICE ISBN: informazione non disponibile
1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 1 dicembre 1998
INDICE DI AFFIDABILITA': 1
0: affidabilità bassa
1: affidabilità media
2: affidabilità buona
3: affidabilità ottima
ALLA EDIZIONE ELETTRONICA HANNO CONTRIBUITO:
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2Emilio Praga
TRASPARENZE
I
ALLA MUSA
I
Era l’estate e l’alba – un’alba pura
di amaranto, di viola e di carmino –
parean soli olezzar nella natura
la viola e il gelsomino.
Dissi alla Musa : – Usciamo, andiam nei prati!
Di illusïoni abbellirà la strada
il ronzìo degli insetti spensierati
che imperla la rugiada.
La abbellirà la placida melode
che è il benvenuto della terra al sole,
fruscìo di selve, mormorìo di prode,
mirifiche parole!
Ma tu più bella d’ogni Bello, o Diva,
la abbellirai cantando! Andiam nei prati.
E intorno a noi si susurri: “…Giuliva
coppia di innamorati! “. –
Deh! resta, resta, o santa Musa, il mio
immacolato amor! l’ultimo… eterno,
se un inganno non è l’occhio di Dio
che nelle tombe io scerno.
3Siam da tempo compagni! e fu la bella
allegria dei fanciulli il nostro invito:
fu certo un cenno della mia sorella
che di me ti ha invaghito,
o un sospir di mia madre! – Ero un intruso
di cui dicean ” morrà presto “, ero un bimbo
pallido e biondo e tutto in sé racchiuso,
quasi agognante al limbo;
un’arpa eolia a cui l’aura mancava!…
Musa, a mia madre tu ti festi ancella,
mi apparisti nei dolci occhi dell’ava
e della mia sorella…
E fui poeta. – Un povero poeta
di te indegno, o divina; un sognatore
cui mancâr l’ali alla celeste meta,
ma non mancò l’amore!
II
Quanti sogni, quante favole,
che follie, che visïoni,
non scandemmo, o Musa, al facile
rimeggiar delle canzoni!
Si cantò la luna, il pallido
astro immerso nel mistero,
si cantò d’amor, di gloria,
e l’aprile e il cimitero.
Color bruni e color ceruli,
pianti, inganni e dubbio e speme…
quanti sogni, quante favole
non cantammo, o Musa, insieme!
Mi credetti il santo apostolo,
il Veggente, a quindici anni,
delirando nel tripudio,
4delirando negli affanni.
Oh! quei dì!… quand ‘era un subito
apparir di giovinetta,
nel mio cor – tempesta candida-
il baleno e la saetta!
Quando inconscio, ardente, fulgido
come i cherubi felici,
tutto il cielo eran le vergini,
tutto il mondo eran gli amici!
Corse ai monti e sull’Oceano,
fantasie di pellegrino,
abbandoni, ebbrezze, incurie
della vita e del destino!
O memorie!… beatitudini
come nuvole svanite!
O miei fiori in preda al turbine,
o mie ninfe incanutite!
Tu lo sai, Musa, nell’estasi
quanto visse il mio pensiero,
delirando in mezzo ai pampini,
delirando in cimitero!
Ma crescea nell’ombra il demone,
il gemello inesorato…
innocenza, fede… – un tumulo-
e un’epigrafe : – Passato! –
Disperammo, o cosa orribile!
Giovinetti ancora e buoni,
l’empietà sposando al facile
rimeggiar delle canzoni.
Assai più che nella crapula
non sian tristi i baci e il riso,
i miei versi al fango attinsero
ciò che niega il paradiso.
5Pur fra i rovi, in mezzo ai triboli,
oggi Satana, domani
in ginocchio nella polvere
implorando a giunte mani;
or frenetico di orgoglio,
or gemente e vergognoso,
come un uom che in una reggia
porti un abito cencioso;
né in quei dì che al vol fantastico
del novissimo poeta
che apparìa nel ciel d’Italia
come pallida cometa,
la rugiada dell’encomio
fu profusa al mio passaggio,
e stupii, povera lampada,
d’esser vista e d’esser raggio;
né quel dì che un primo fischio
mi trafisse a parte a parte,
per scoprirmi all’occhio attonito
le voragini dell’Arte;
Musa altera – oh! dillo all’anime
ansie ancor del mio destino,
e susurralo all’orecchio
del mio pallido bambino:
non un verso a Bruto o a Cesare,
non un sol gettato ai venti
in cui freme e rugge e turbina
la bufera degli eventi!
Non un solo all’empia Satira,
alla livida Ironia…
Diedi il braccio alla mia patria,
le negai la poesia.
6Beli o ragli altri! – Io, mia Vergine,
io ti amai ben d’altri amori!
Dappertutto dove nuvole
van pel cielo o spuntan fiori,
dappertutto dove un atomo
l’universo mi palesa,
dove un astro od una lucciola
mi rivelano la chiesa,
dappertutto, o bionda Vergine,
o mia santa, o Musa mia,
fosti il culto e la vertigine,
gaudio, amor, malinconia,
di cui fatto ho il reliquario
che ognun dee comporsi in terra.
Poche perle vi sfavillano,
molte lagrime rinserra…
L’uom nol curi o lo ripudii;
non mi cale…: – è l’umil fiore
che, borsel dell’elemosina,
porrò a’ piè del Creatore.
III
E or già comincia ad esser bianco il crine,
e più spessa sul core
cade la neve… – Svaniron le larve,
il sogno sparve.
Quante stoltezze in questa vita grama,
quanto, quanto dolore!
E come tutto è fumo, e la mestizia
e la letizia!
Candida, tu, consolatrice e il biondo
crin d’un fanciullo al mondo
restate a me; la sorella e la madre
7son lungi – e lungi è il padre!
Pur versi il soffio creatore a questo
ingegno infermo,
angelo tutelar dì e notte chino
sul mio destino!
Tu ancor mi adduci, solitario e mesto,
alla chiesetta, all’ermo
del colle, alle fontane, ai boschi queti,
sacri ai poeti.
Mi affacci ancora ai burroni sognanti
elfi, gnomi e giganti;
mi insegni il blando linguaggio dei fiori
e i miti dei colori.
Leghi il mio spirto al carro di Boote
con sottil filo d’oro;
mi fai pensoso davanti allo stagno,
immobil lagno!
Tutto che in terra fulge o soffre od ama,
nell’onta o nel decoro,
tu mi assimili, o Musa, e me ne fai
e ditirambi e lai!
Amo, per Te, la bellezza gentile
del sesso femminile:
amo, per Te, la pulce insidiosa,
e il moscherin che su un verso si posa.
Amo la casa mia, penso al deserto,
all’oasi ed ai ghiacciai…
ho ancor sogni bizzarri alle mie notti…
e crudi e cotti.
I crudi sono quelli che non sono;
gli altri, o Musa, li sai!…
Oh! come fumo è tutto, e la letizia,
e la mestizia!…
8Candida, tu, consolatrice, e il biondo
crin di un fanciullo, al mondo
restate a me… la sorella e la madre
son lungi – e lungi è il padre!
Dicembre 1873.
2
LA STRADA FERRATA
A CLETTO ARRIGHI
Addio, bosco di frassini ombrosi,
ondeggianti campagne di biade!
del villaggio tranquille contrade
dove giuocano i bimbi al mattin.
Addio, pace de’ campi pensosi,
solitarie abitudini, addio;
l’operaio sul verde pendìo
già distende il ferrato cammin.
Passerà nell’antico convento,
sulle fosse dei monaci estinti;
se all’inferno non giacciono avvinti
lo sa Iddio che stupor li corrà!
Dove il cantico, inutile, lento,
si perdea per la pinta navata,
volerà, dal suo genio portata,
via, fischiando, la scettica età.
Che terrori nel nido latente
degli ignari augelletti quel giorno!
Da tugurio a capanna d’intorno
9che susurro, che ciancie, quel dì!
Che dirà questa povera gente,
cui repente – il miracolo appare ?
Vecchierelli, aspettate a spirare
quando giunta la strada sia qui.
Che diran gli infelici cui preme
la tremenda miseria del pane?
E cui nulla concede il dimane,
nella vita, che affanni e sudor?
Quando accanto all’aratro, che geme
lentamente nei solchi girando,
scorrerà, quasi ai pigri insultando,
l’uragano del nostro vapor?
Ahi l’aratro, il congegno diletto,
che diventa al confronto fatale?
Veh! Coll’oro si fabbrican l’ale!
Veh, se i ricchi le sanno pensar!
E, tornando al miserrimo tetto,
scorderan per quel dì la canzone,
e nei sogni la strana visione
tornerà nuovi enigmi a fischiar.
Ma le vispe fanciulle dei campi,
che cullato ancor bimbi non hanno,
e ancor tutti gli stenti non sanno
che si sposano ai cenci quaggiù;
ma i garzoni che guardano i lampi
quando tuona, con ciglia inarcate,
ma le donne, filando invecchiate,
cinto il cuore di arcigne virtù,
che clamori faran sulla via,
quando giunge il convoglio solenne;
chi dirà di vedervi le penne,
chi Satàna a tirarlo con sé;
10e del fumo, che lento si svia
mentre lungi già il treno è trascorso,
seguiran quasi estatici il corso
brontolando : ” No, fumo non è! “.
Ma i più furbi bisbigliano invece
” Sì, che è fumo, e ai vigneti fatale:
la campagna di un soffio letale
può colpir tutta vasta quant’è.
Ah il Signor queste cose non fece;
no, per me, non ci vado in vapore.
Chi compar! L’asinello è migliore;
questo almeno il Signor ce lo die’ “.
Razza mesta, alle celie bersaglio
della plebe, cui sopra tu stai,
sul mio volto quel dì non vedrai
insolente il sorriso spuntar.
Ma deposto il mio caro bagaglio
io verrò ne’ tuoi crocchi festivi,
non più in traccia di baci furtivi,
ma coi maschi da senno a parlar.
E dirò: ” Questo fischio fugace
gira il mondo e affratella le genti,
rispondetegli intorno plaudenti,
cospergete il gran carro di fior.
Esso è l’arca novella di pace,
che i futuri destini rinserra,
non più stragi di popoli in guerra,
non più schiavi di avaro lavor!
Voleran da villaggio a cittade
nuovi patti: cultore e artigiano
stesa ai ricchi la nòbile mano
insiem l’almo edificio alzeran.
11E tesoro di nuove rugiade
l’umil scienza anche ai cenci concessa,
vi dirà, benché in veste dimessa,
sante cose, che i preti non san.
Vi dirà che gli è sacro al paese
il sudore dei volti onorati,
come sacro è il valor dei soldati,
come sacra è la mente del Re.
Che non siete più mandre indifese,
voi famiglie dei solchi dìlette,
ma dal vostro vessillo protette,
ma da legge che ingiusta non è.
* * *
O Musa mia, perdonami
se ti ho costretta a far da moralista!
Ma sai quanto mi strazii
dei miseri la vista!
E poiché sì cattolico e stecchito
promette poco il parroco del sito,
Musa, a quel primo fischio
bravi sarem, se andremo in compagnia
nella turba dei poveri,
sparsi lungo la via,
a seminar qualche parola onesta:
la mission sacrosanta, o Musa, è questa!
Ma poi pagato l’obolo,
chi niegherà, mia cara, al tuo pittore
di spiegar l’ali a sciogliere
l’inno del suo dolore?
Deh guarda che monotona pianura!
Ve’ in che forma han conciata la natura!
Il mio convento gotico
sparve, e die’ passo a un muricciuola bianco
che dritto e ugual due miglia
12va della selva al fianco.
Un ridotto di terra alzò la fronte,
e questo è il nostro fulgido orizzonte.
Dimmi, in che selve vergini
anderemo a studiar, Musa, dal vero?
Di pali il mondo copresi
che pare un cimitero;
si abbatton torri e quercie e campanili,
il cielo è tutto un rabesco di fili,
costumi e tipi perdonsi,
presto la moda viaggierà in vapore;
ammireranno i ciondoli
villico e pescatore.
Musa! E noi pingerem carta bollata
e canterem… la fisica applicata!
3
SOLE ASSENTE
ALL’AMICO RIGHETTI
Sole, non io ti accuserò di assenza;
gli uomini, infin, che mostranti di bello?
Che non osan costoro in tua presenza?
Vieni, vai,… non si levano il cappello.
Splendi agognando al dì della partenza;
e ristucco di farci il zolfanello,
di tanto in tanto perdi la pazienza!
Sole, il mondo è un rachitico fratello,
di cui ti stanca la elegante posa;
e tu cali il telone, schiudi i tubi,
lasci la folla vana e vanitosa
13agli ombrelli, alla noia ed agli incùbi;
e il tuo sguardo frattanto si riposa
sopra un abisso di deserte nubi.
In casa di Cletto Arrighi il 21 dicembre 1862.
4
IN MORTE DI MASSIMO D’AZEGLIO
Quando muore un poeta il ciel sorride;
quel sorriso lo sente il volgo umano,
e si guardano in faccia, e li conquide
uno sgomento arcano.
Veggono il genio allor nell’interezza,
veggon Dio che all’azzurro il riconduce,
lasciando ai vivi un po’ più di tristezza,
e un po’ meno di luce.
Volgo io non son; né attenderò giammai
che il cimiter si schiuda alle canzoni
per amarle e sposare a’ vacui lai
le balde ammirazioni.
Però nel giorno che un tonfo di bara
scote il torpore del mio suol natìo,
fra i tardi inchini della folla avara
posso prostrarmi anch’io!
Eravam giovinetti, eravam belli;
il frutto della vita era ancor fiore
che si schiudea fra l’oro dei capelli
e le perle del core;
non si sapea di patria, eppur s’amava
14qual della Musa asilo e della gloria,
ch’ora, ironie dell’esistenza schiava,
piangon nella memoria.
Albe, concenti, aureole svanite,
in cui fu il mio bambino animo assorto,
voi siete un’altra volta oggi partite
col poeta ch’è morto!
Tu l’avevi abbracciato, Arte divina,
col più fecondo de’ tuoi casti amplessi;
tutti i tesori della tua dottrina
li avevi a lui concessi.
Il desiderio delle ignote vie,
i connubi dei versi e dei colori,
l’alte superbie, e le malinconie,
e i prepotenti amori!
Ed Ei brillava come un bardo antico
dei mercatanti fra l’ignobil greggie,
che stupito il vedea, del plettro amico,
a passeggiar le reggie.
Mia madre intanto, imagin benedetta,
nella sua sala profumata e fosca,
mi dicea di Fiorenza e di Barletta,
Fanfulla e Fieramosca…
Né per mutar d’affetti e d’ideale,
né per lotte indurate ad altro intento,
oblïerò quel fascino geniale
che mi fe’ allora attento!
Voi l’obliaste, per viltà grifagna,
vecchi poeti in legulei mutati;
ed oh! come il mordeste alle calcagna,
coi ceffi imparruccati,
quando un pensier che non è vostro il tenne,
e alla fucina delle vostre chiose
15la sua fronte magnanima e solenne
arditamente espose!
E vivo ancora fu chiamato estinto…
or per la terra, da cui van fuggendo
le caste Muse che la Prosa ha vinto,
risuscitò morendo.
Monti, verzure del suo dolce lago,
limpidezze, bisbigli, alta quïete
che un desio di sparir trepido e vago
sull’anime piovete,
oh già da tempo al vecchio avventuroso
detto avevate che di tutte al mondo
le vicende che il fan gaio o doglioso
la migliore sta in fondo:
infranti i ceppi delle forme prave,
come una goccia cader nel tuo seno,
morte, tranquillo oceano, soave
plenilunio sereno!
Gennaio 1866.
5
IL NO DELLE DONNE
I
– Giovinettina pallida,
deh mostrami, se il sai,
mostrami il mio sentier!
– Come potrei mostrartelo,
se ignoro ove te ‘n vai,
leggiadro cavalier ?
16- Il tuo labbruzzo è roseo,
e la tua chioma è d’oro,
ove me ‘n vada ignoro.
Ove tu vai me ‘n vo!
– Allor tu vieni al placido
tetto ove veglia Iddio
su un povero pastor:
corro a portargli l’umide
rose del labbro mio
e la mia chioma d’or!
– Se basta amarti, o pallida
bimba, per esser tuo,
vale il mio cuore il suo,
e un regno io ti darò.
Sù, monta in groppa! è splendida
col cavalier la vita,
fuggi, amor mio, con me!
– La tua corazza è fulgida,
la spada tua forbita,
bella sarei con te…
Ma il mio pastor giuravami
che la sua vita io sono;
pensa, se l’abbandono,
ch’egli potrìa morir!
– In groppa, in groppa! o pallida
bimba, avrai perle e fiori
sull’abito nuzial;
avrai collana e strascico,
avrai profumi e allori
sul morbido guancial!
– Egli morrà, giuravalo…
E poi, mio bel Sultano,
se non mi dai la mano
come potrei salir?
17II
Vorrei vederla nuda!… o Anacreonte,
o Teocrito, o mio fulgido Orazio,
per veder le beltà dell’Ellesponte,
dell’Egitto e del Lazio!
E’ Frine: il guardo, se lo fa parlare,
com’ella sa per infortunio mio,
non l’Areopago può al perdon chinare
ma la Corte d’Iddio!
E se il tien muto, e se, immobile finge
di non udir ciò che di dirle ardisco,
ti dà il vago stupor che dà la sfinge
davanti all’Obelisco.
Se folleggia, se canta e se m’insidia
concedendomi un po’ della sua mano
pel Dio Termine! E’ Clori, è Filli, è Lidia
ed io sono un romano!
Nuda!… del nonno mio rinnegherei
La fede, e con qualunque apostasia
Fuorchè nel caso in cui potesi a lei
spiegar l’Eucarestia.
6
SERENATA
Coll’ultima cadenza
l’aurora in ciel spuntò,
coll’ultima cadenza
la bella si svegliò!
Al davanzal la povera
fanciulla accorsa è già,
ed occhieggiando mormora:
18- Chi mai, chi mai sarà? –
Orsù, guitarra e liuto,
una sirventa ancor:
orsù, guitarra e liuto,
parlatele d’amor!
D’amor che raggi e musiche
fan lieto al novo dì,
e che sì spesso il vespero
non sa bear così…
Coll’ultima cadenza
l’affetto si destò,
coll’ultima cadenza
la gioia tramontò!
7
ALLA DUCHESSA E. L.
Terror et Pietas.
Duchessa, l’epigrafe
del vostro blasone
par scritta da un angelo
mutato in leone…
il motto al mio genio
Dio forse avea dato,
ma l’uom l’ha graffiato,
non leggesi più!
E ho già la vertigine,
e ho già la canizie,
e sento l’esercito
dell’ore propizie
che lungi perdendosi,
velati i tamburi,
nei tramiti oscuri
mi lascia quaggiù.
19Ma Voi, la fantastica
che amate il mio canto,
che avete nell’anima
di tergergli il pianto,
di alzarlo sui vertici,
di dirgli : Coraggio!
di accenderlo al raggio
dei nobili amor!…
Voi piena di fascini,
voi piena di azzurro,
voi fate i miracoli
col vostro susurro…
mi sento ancor giovane
per dirvi gentile,
per darvi l’aprile
ritorno cantor.
Parlate e, progenie
di giorni dispersi,
al vostro ginocchio
cadranno i miei versi;
parlate, e le imagini
verran dalle stelle
per farsi più belle
tra i vostri doppier!
……………………
……………………
……………………
Volete la cantica
del bruno castello,
del paggio, del monaco,
del pio menestrello?…
Le facili istorie
del vecchio Turpino
mi fan cittadino
del tempo che fu!
Volete travolgervi
tra gli elfi, tra i gnomi?
Di tutte le silfidi
20so i piccoli nomi;
da pari mi trattano
le streghe e le fate,
mi accordano occhiate,
mi danno del tu.
Vi piaccion le musiche
dei chioschi orientali?
Ne ho chiuse nell’anima
le note fatali;
son rose, son mammole
che Voi preferite,
son perle rapite
nei ceruli mar ?…
Conosco i bei margini,
conosco le spiaggie,
le grotte, delizia
dell’erbe selvaggie,
le cime diafane,
le glauche scogliere:
ché all’albe e alle sere
le ho viste brillar!
Volete la nenia
dei fulvi ragazzi
che a Noli riposano
sui bianchi terrazzi?
Si spande per l’aria,
dal cedro alla palma,
sì mesta, si calma
che sembra un sospir.
La sente, e soffermasi
la donna che reca
le olive al suo burchio
nell’anfora greca;
e a notte, dal tacito
pendìo che le ascose,
le coppie amorose
si veggon redir!
21Parlate, sia gemito,
sia riso, sia pianto,
se è vostra elemosina,
se è vostro il mio canto,
duchessa, avrà l’iridi,
l’ebbrezze e i tesori
di tutti gli amori,
di tutte le fé.
E quando, dai fulgidi
sentier ricaduto,
riavranmi le tenebre,
attonito e muto,
né in mezzo al tripudio
che Iddio vi mantenga,
più voce non venga
che parli di me!…
quel dì sarà il premio,
sarà la mia gloria,
se i mesti fantasimi
tornando a memoria,
che in voi si animarono,
serafica creta,
trovato il poeta
del tempo che fu,
direte: l’epigrafe
che m’orna il blasone
par scritta da un angelo
mutato in leone…
il motto al suo genio
Dio certo avea dato,
ma l’uom l’ha graffiato,
non leggesi più!
Febbraio 1866.
8
22LA BASTERNA DI MESSALINA
Era in legno di cedro all’Asia tolto,
e in porpora di Tiro
e in vaghe piume di colibrì avvolto.
Le gemme, a mille e mille,
quelle dei glauchi oceani,
quelle cui veglian, nelle grotte buie,
gli Incubi, iddii dalle pupille fuie,
la cospergean di innumeri scintille.
Rosseggiava il rubino,
come attraverso al sole opimo vino;
parea ruscello immobile il zaffiro,
e lo smeraldo egizïan splendea
del color che, a ciel fosco, ha la marea.
Ma il topazio, l’elettrica
gemma all’oro rivale,
quella che svia dai cori
la tristezza fatale,
l’altre tutte vincea co’ suoi splendori.
E sola era bandita
dalla basterna d’ogni onor vestita
l’amatista pudica,
dei folli sogni e dell’oblio nemica.
Non olezzò di ambrosia
delle Pimplee la chioma,
sul fonte di Ippocrene,
come, con mossa or vorticosa or lene,
quel cocchio, in mezzo ai propilei di Roma,
e notte e dì vagante.
Era mirra? era nardo?… Al suo passaggio,
ai giovinetti dalla toga bianca
salìa pei nervi un fremito,
e pensavano ai bagni ove Eulïade
e Lidia e Pirra altra non portan tunica
che il crin disciolto sulle bianche spalle.
Quattro chiomati Etìopi
la sorreggono, e par, tanto han negli occhi
splendor misterïoso,
23che, di là dentro, il sol voluttüoso
li irraggi della lor terra natìa.
Però, scenda del Tevere alla valle,
o salga al Campidoglio,
o dai quadrivii del suburbio sbocchi,
la folla, senator, consoli, schiavi,
liberti e sacerdoti,
si fanno immoti.
E fosse anche il pontefice di Giove,
errante nella sua sedia di avorio,
umilmente si inchina – e si prosterna…
E’ il cocchio imperatorio – è la basterna
di Messalina!
…………………………………………
…………………………………………
9
IN MORTE DI ABBONDIO CHIALIVA
Era canuto e amava il crine biondo,
la gioventù d’Arte e d’Onor vestita;
avea lottato come pochi al mondo,
senza odiar mai la vita.
Era il pugilatore e il patriarca;
rassomigliava a Spartaco e ad Abramo,
all’uom che pugna e il campo orribil varca
dicendo intorno : ” V’amo “.
D’alte vicende altamente cercate,
di prepotenti affetti e di visioni
nell’invocato Avvenir divinate
o in le sante illusioni,
la bella fronte rifulgea. Non disse
parola mai blandissima o feroce…
vedeano il Ver le sue pupille fisse
24nel tenebror precoce! –
Oh! il focolar dove accogliea gli amici,
dove erravan su noi, poveri illusi,
come in un tempio l’onde ammaliatrici
dei profumi diffusi,
le care istorie degli anni passati!…
Ai piè dell’Alpi, oltre il mare, avventure
fortunose, poesie… casi ignorati
di sogni e di congiure,
epopea di cui rapsode avvilita
è l’età che noi giovani viviamo!…
Ma parmi udir, da questa tomba uscita,
una parola : ” Io v’amo! “.
Amor sia dunque il motto, Amor di tutto
che fu culto di lui ch’oggi si plora!…
Certo egli or geme di vederci in lutto,
ma ci sorride ancora.
31 dicembre 1870
10
VECCHIA SATIRA
(Frammento)
. . . . . . . . . . . . . Rammento
una favola udita da fanciullo. Il buon vento
or me la riconduce tutta fresca: la narro.
La Cicala, la Talpa, il Bòtolo e il Ramarro
da molte albe tacevano nell’edere e nel loto.
Il giardino pareva attonito ed immoto,
e dal loto e dall’edere correano invide occhiate
dietro il vol di Libellula dalle ali dorate.
La leggiadra creatura, bianca come la neve,
fulgida come l’astro e come l’aura lieve,
25vedea sotto le spire della sua danza folle
insuperbirsi i petali, schiudersi le corolle:
rose, geranii, mammole, anemoni e giacinti,
come da un vago fascino di arcana ebbrezza avvinti,
si curvavano, quasi invitando umilmente;
il cielo era sereno, limpido, trasparente,
la farfalla volava, e volava, e volava;
or su un cespo, or sull’altro un attimo posava,
e via, via, nell’azzurro, ratta, vertiginosa,
dalla mammola al giglio, dal geranio alla rosa,
come chi cerca alcuno nella folla, né il vede,
s’alza, scende, fa sosta, si dilegua, riede…
E’ sparita!
– Ma dove?
– Dove il vento conduce:
forse in fondo alla tenebra, forse in mezzo alla luce…
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Come appena disparve il fulgor di quell’ale
i Bòtoli, i Ramarri, le Talpe e le Cicale
intuonarono un inno; i minuscoli insetti
cantarono alleluia, e dai solchi reietti
s’alzò un coro di festa.
“- Era troppo superba!
– Mai non volle fermarsi per cinguettar coll’erba!
– Sdegnò sempre dell’orto la procace verdura!
– Del limo in cui cantiamo pareva aver paura! “.
Oh! triste a dirsi! fiori!… i fiorellini anch’essi,
poiché fur nella disputa per alcun po’ perplessi,
diedero poi ragione ai bruti e alla cicoria!
Le favole ritornano care nella memoria,
come il primo giuocatolo e come il primo amore;
ma poi, quando più invecchia e si fa triste il core,
ci avvediamo, sgomenti, che favole non sono.-
Chieggo a cui ciò non piaccia umilmente perdono.
14 gosto 1870.
II
26SULLA TOMBA DI I. U. TARCHETTI
Nato pel cielo, e tutto in quello assorto,
spirto in esilio sulla nostra mota –
spirto creato per fulgere – e morto
come un ilota!
Anima invasa da beati inganni,
milite sacro ad una santa guerra –
milite già vincente – ed a trent’anni
posto sotterra!
Gentile e casto e intemerato ingegno,
amico nostro… se dal Fato assolto,
tu ci potessi, dal carcer di legno,
sporgere il volto!…
Se questa terra diventasse vetro,
e il tuo tramonto diventasse aurora,
forse ameresti tu… povero spetro,
la vita ancora!
Oh! la ameresti ancor! Ti sovverresti
unicamente degli amici buoni;
dei nostri viaggi pe’ sentieri agresti,
delle canzoni!
Del focolar con cui spesso, nel verno,
si viveva del prossimo in disparte,
rimescolando fra di noi l’eterno
tema dell’arte.
Rammenteresti il dì, quando s’andava
passeggiando e sognando in compagnia!…
E in tutto e in tutti il tuo pensier trovava
la poesia.
Riameresti la vita, Ugo! – la vita
che per te fu battaglia e fu vittoria!
Veh! la tua fronte austera oggi è colpita
27da un po’ di gloria!
Né il triste e dolce cammino interrotto
rimpiangeresti… e la precoce meta,
se tu leggessi come noi: “Qui sotto
dorme un poeta ” .
Settembre 1871
12
MANZONI
O Musa bionda, o giovinetta mia,
bella, dolce, soave,
che mi dici al mattin la Poesia
ed alla sera l’Ave…
tu che, in mezzo alla torbida procella
di questo improbo viaggio
che si chiama la vita, una sorella
e una madre miraggio
dei miei pensieri facesti, o mia Musa.
soccorrimi! un bel canto
ispirami! … E’ una tomba, è muta, è chiusa.
Ed illumina tanto!
Ispirami!… La chioma orna di viole,
di rose e di verbene,
e adergi, o Dea, nel sempiterno sole
le pupille serene!
E allor non mi dirai che senti cose
da gran tempo obliate;
e le rime, castissime mimose,
non ci saranno ingrate;
e i bianchi crini del bel veglio, pari
ad aureola di santo,
28c’inviteran, come raggi lunari,
alla mestizia e al pianto!
E noi riparlerem di quando ancora
l’Arte era un sogno vago;
era la Notte che aspetta l’Aurora,
la Ubbia che attende il Mago.
Blanda infanzia! Mia seria adolescenza!..
Io vi chiamo Manzoni!…
Dalla sua cetra ebbero forse essenza
le mie poche canzoni!
Sospeso al labbro della madre pia
che mi leggea gli Sposi
le prime perle dell’Arte ch’è or mia
in fondo al cor deposi!
Oggi piangendo vi rammento insieme,
o mia madre, o Poeta!..
Ella che vive di fede e di speme,
te arrivato alla meta!
II
Volge la nostra età per via funesta;
Cristo è di nuovo in croce;
e la vestal nella sua bianca vesta
trema e non ha più voce!
La libertà che idoleggiasti l’hanno
i tribuni e i liberti;
e i liberi davver mutoli stanno
d’infingardia coperti.
Così nell’Arte!… Oh! eran belli i tuoi tempi,
Goethe, Toscolo… Porta!
Una falange di sublimi esempi,
una olimpica scorta!
29Noi vaghiam nell’Ignoto. I figli siamo
del Dubbio (oh i grandi estinti!),
siamo i reietti, i fuggiti da Adamo,
dal ciel, dal fango vinti!
E cantiamo una squallida canzone,
che al tuo sereno irride,
una canzon che muove a compassione,
che ride e non sorride!…
Eppur nel fondo vergine del core
una fede ci resta,
che si rivela in preghiera d’amore…
e la preghiera è questa:
casto Poeta del Buono e del Bello,
guardaci ancor dal cielo;
e sia la croce del tuo sacro avello
luce immensa… non velo!
27 maggio 1873.
13
SATANA E LA BOTTIGLIA
Sotto colla bottiglia!
La mia pugna somiglia
a quella di Gesù,
quando dal monte Satana
lo fe’ guardare in giù.
– Pensa – il diavol mi dice-
alla ridda felice
che ti farò danzar:
sarai del ciel più fulgido,
più profondo del mar!
Ti sentirai poeta,
30ti sentirai profeta,
re, satrapo, pascià…
l’illusïon baciandoti
per man ti prenderà.
Vedrai l’Iside austera,
fatta mite e ciarliera,
inchinarsi al tuo piè,
e dirti: ” Ogni mio simbolo
vo’ rivelar per te”.
Andrai con essa ai lidi
dove si fanno i nidi
dal tramonto all’albor;
dove compendian gli attimi
un secolo d’amor.
Vedrai colline e valli
di perle e di coralli
e cieli di zaffir;
e sarà tanto il gaudio
che ti parrà morir!
Udrai la greca Diana
e l’Ondina Ossïana
gridarti : ” Endimïon! “;
le abbraccerai, di eolie
cetre e di tube al suon.
Risorgerano i giorni
dell’innocenza adorni;
farai ritorno al dì
che il primo endecasillabo
dalla tua penna uscì.
Ritornerai bambino;
vedrai la mamma al vino
per te l’acqua sposar,
mentre gli altri, bevendolo
schietto, parean burlar!…
31Fu con questo lontano
ricordo che Satàno
il nappo in man mi die’.
Or posso dir che il Diavolo
un mentitor non è!
1873.
14
IL BRUCO
(Versi scritti in giardino)
ALLA SIGNORA CONTESSA ERMELLINA DANDOLO
Mi parve una farfalla, ed era un bruco.
Movea sul tavolo
coll’incesso di un bimbo o di un bisavolo;
zoppicava, aleggiava,
certo in cerca di un buco,
sul foglio sparso di versi neonati.
Rideano i giorni in cui sbuccia il sambuco,
e vanno i grilli a spasso.
La sempiterna Venere
rigonfiava d’amor le foglie tenere,
e il giardino olezzava,
e le mandre belavano nei prati.
– Che avventura fatal, dimmi, animuccia,
dal tuo pertugio
qui ti ha sospinta ad implorar rifugio?
Forse un ciottol franato,
o una caduta buccia,
o il piè dell’uom che inconsciamente cruccia
o uccide ad ogni passo ?…
Il giorno ride ed il sambuco sbuccia…
Perché lasciasti gli onici,
gli intenti fiori, i ruscelletti fonici,
la bruna tanicciuola,
per errar tutta sola?
32Ira ti spinge nelle vie d’esilio,
noia, vaghezza, amore?
Perché lasciasti gli acidi
succhi delle radici e perché i placidi
sospir dell’erbe che ti fean ventaglio?
Va saltellando il grillo,
la sempiterna Venere
già rigonfia d’amor le foglie tenere…
Perché affrontar lo spillo
e la fiala, il droghiere e l’entomologo?-
………………………………………
Ma, sordo al mio monologo,
il nomade doglioso,
coll’incesso di un bimbo o di un bisavolo,
tutto ha percorso il tavolo,
e allo spigolo arrestasi
come chi apprestasi
ad un periglio, volente e restìo,
e s’accomanda a Dio…
Ha fatto il salto, è sul terren sabbioso:
ogni gleba è montagna,
ogni zolla è voragine!
Lo striscïante di martire è imagine,
è imagine di eroe:
la scossa foglia il bagna,
lo punge il rovo… ei va, sosta, si arrampica,
scende, incespica, cade…, e non si lagna.
E va, lento, ma va. Dove? alla pergola
che ombreggia il pozzo
buio, profondo e tozzo.
Desìo lo assal dell’alto… ecco già in tralice
lungo il nodoso salice
si inerpica e più aderge e più leggiero
diventa e meno zoppicante e nero.
Lo attrae lo screzio dei molli frondami,
frasche, virgulti, rami,
voluttuoso amplesso!…
Di estasïarsi egli desìa con esso.
Ecco, ecco quasi ha raggiunta la festa…
ormai più non gli resta,
bruco felice, che avvinghiarsi a un’ultima
33pensil feluca… Esita ancor… vacilla
la debile fibrilla…
Dov’è?… dov’è?… – Die’ in uno spin di cozzo,
precipitò nel pozzo!
. . . . . . . . . . . . . . .
Quanti uomini non vidi, al bruco simili,
non so perché comparsi,
non so perché scomparsi…
dall’Ignoto – nel Vuoto!
Adro, ottobre 1873.
15
IL BIMBO MALATO
Il bambin che cantai nelle canzoni
che son piaciute ai buoni,
è malato, e, tuttor, nel contemplarlo,
nell’indagar sulle sue guancie smorte
se al suicidio mi ha dannato Iddio,
errarmi intorno mi parea sentire
l’alito della morte.
O mia ricchezza unica, o bimbo mio,
lo sai tu chi son io?
Sono il povero armadio e sono il tarlo,
sono il martel spietato e il debil muro,
e in questa vita da cui vuoi fuggire,
è da gran tempo che a sarcasmi immani,
esterrefatto, induro.
Eppur se il sole che verrà domani
dalle bianche cortine
sul letticciuolo, troverà un sorriso
men scolorito sotto il biondo crine,
e per gli effluvii del tuo dolce viso
io potrò ancora credere e sperare
di valer qualche cosa;
34o mio bambino, unica mia dolcezza,
o mio giglio, o mimosa,
qui chiamato da un attimo di ebrezza
per esser schiavo a un secolo di noia,
mi farò ancor cattolico, e all’altare
ricercherò di quando ero io pur bimbo
lo sgomento e la gioia.
Mi inchinerò dei serafini al nimbo
sulla madonna chino,
e ginocchioni e con giunte le mani!…
E dalle pinte finestre i bei santi
mi ridiranno ancor le avemarie,
e svaniran l’ombre del tuo destino
nelle fulgenze mie!
Bimbo, non tossir più! Son tanti e tanti
gli orror di questa vita!…
Perché farmi tremar come un pusillo? –
Dormi, guarisci, la coltre è pulita,
tepida è l’aura e tutto è pace intorno…
– Sai che per te vo’ comperar domani
un famoso gingillo?
Non so se oggi lo vidi, o un altro giorno:
rappresenta un pastore
che accarezza una pecora, e dagli occhi
par che la gioia di averla trabocchi..
– Non infrangerlo sai, quel dono mio!
Del pastor che avverrebbe, o santo Iddio,
se la pecora muore?
Gennaio 1872
16
ALLA SULTANA
(Dopo una lettura triste)
35Aiutami a vivere,
mia bella sultana,
la vita dei reprobi
volubile e vana.
Sia sole, sia nebbia,
m’innonda di baci!
Se inneggio o bestemmio
tu ascoltami e taci.
Deh!… Taci ed ascoltami :
mi adora e non parla!
L’amore ineffabile
detesta la ciarla!
Di sguardi satanici,
di eterei sorrisi,
i nostri s’infiammino
due pallidi visi!
Facciam delle coltrici
gli Elisi e l’Inferno!…
Si ingoii l’assenzio
se manca il Falerno!
Te nuda assomiglio,
mia carne ideale,
al legno d’un feretro
che avesse le ale.
Oh!… I mistici effluvii
che hai tu nella gonna!…
Talvolta fantastico
che il Nume è la donna.
Che l’Arte è la femmina,
che il cielo è l’amore,
che il lezzo è profluvio,
che il fango è splendore!
Oh!… Candida, candida
36la nostra cortina
da cui, stanchi e lividi,
ci assal la mattina!
Tu dici: ” O amatissimo,
sei Giove, e io son Frine!… ”
scotendo sugli omeri
le chiome corvine…
Rispondo : ” Silenzio…
non parlo e tu taci!…
Ritorna qui al tiepido…
m’innonda di baci!…”.
Milano, marzo 1874
17
DE PROFUNDIS CLAMAVI
È l’ora in cui gli augelli accovacciati
la testolina ascondon sotto l’ala;
le lucciolette ricamano i prati,
e canta a vespro la fulva cicala.
Traversa il cielo un vento accidioso,
della sua meta incerto e senza lena;
al suo passaggio il bosco pensieroso
saluta sì, ma rispettoso appena.
Giù nel fosco lontan di quando in quando
guizza un baleno debole e perplesso;
d’amor regna sull’orbe un senso blando,
e un vago accenno di pietà con esso.
Raccogliti, cor mio, l’ora è solenne!
Le rondini più e più stringon le spire
dei vispi voli in cui beâr le penne,
e le assal delle gronde il sovvenire.
37Così dell’uomo; la flebile calma
sull’agonia dell’universa luce
alle parvenze del mister lo impalma,
e a un altar malinconico lo adduce.
Raccogliti, cor mio, povero core!
Raccogliti, e preghiam; la prece è bella
qui dove un vale, un sì del creatore
giunge col raggio di ciascuna stella.
Onnipotente! oh! fa’ che non si ammali
la mia pallida musa, illusione
ultima e santa dei miei dì fatali!…
Il mio pan quotidiano è la canzone.
Manda sul mio cammino il mendicante
che guarda in viso e che non sa cercare,
e allontanami il giorno in cui, tremante,
non trovi il soldo da potergli dare.
Fa’ che ai coloni del mesto villaggio,
non turbi i sonni il perfido uragano,
e sorridan, non curvi, al mio passaggio,
e i più vecchi mi stringano la mano.
Ch’io possa sempre adorarti, o Signore,
negli astri in cielo e nei fiori in giardino;
dammi la calma e dammi un po’ d’amore
e permetti che viva il mio bambino!
Agosto 1874
18
IN PACE
Amo sedermi, quando spunta il sole,
tra queste blande aiuole,
nel silenzio infinito,
nella pace profonda
38che il buio orbe circonda.
Le perle di rugiada in grembo ai fiori,
al par dei nostri amori,
dileguano piangendo;
e ogni calice olezza
al par di una carezza.
Amo la calma ascensïon di luce
sulla montagna truce;
il primo alito lieve
che vien dalla vallea,
bacio, sospir di Dea.
Amo laggiù fra le tremule foglie
la nebbia che si scioglie,
candida illusïone;
amo il bruco che primo
fa capolin dal limo.
Amo i rabeschi delle lumachelle
che van sotto le stelle
geografi notturni…
Spesso in quei solchi tersi
trovo le rime ai versi;
trovo le rime e le idee peregrine
che peli bianchi al crine
accrescon di taluni…
mercede unica e pia
che la musa mi dia!
Adro, settembre 1874.
19
DA UNA CAMERA AMMOBIGLIATA
I
39Quanti vivon cercando un po’ d’oblio,
quanti sono in esilio e quanti in fuga!
Come si paga d’esser nati il fio,
come ogni dì novello è nuova ruga!
Si canta dagli altar : ” Lagrima e spera! “,
ma chi celebra mai pianto conobbe,
né mai di Nesso la camicia nera,
né il letamaio del povero Giobbe.
Non credo più che gioia franca esista,
che resti una fé pura in questa terra!…
Fossi Cassandra eternamente trista!
Fossi Diomede eternamente in guerra!…
Oh! vi potrei strappar, maschere oscene!
Vi spezzerei scudi e freccie da nolo!…
E sapreste che sian quaggiù le pene
che all’onestà fan la perfidia e il dolo!
Ma i miei due passerini han già l’aurora
indovinata e la gabbia bisbiglia;
e il dolce avviso e la pace dell’ora
a più lieta canzon mi riconsiglia.
Scendi, nuova canzon, vieni e diventa
la carezza materna al capezzale!
Allontana la sfinge che spaventa,
fatti color di cielo e metti l’ale!
Rassomiglia a quei poveri augelletti
che giammai non mi han fatto un male al mondo,
che si appagan di miglio e di confetti,
e ch’ebbi in dono da un artier giocondo.
E canti il prete : ” Soffri! ” e canti : ” Spera!”.
Se mi dai sol quattro quartine buone,
le leggerò a un poeta doman sera,
o giuntami all’albor nuova canzone!
40II
CANZONE
Nella mia stanza squallida,
nell’asil mio negletto,
oh! quante volte ho detto :
sono tranquilli i dì!
Son solitario e povero,
non ho sorrisi intorno…
ma mi sorride il giorno,
ma la mia musa è qui!
È ver: son solitario.
Vivo una vita grama…
ma so che al mondo m’ama
qualche buon’alma ancor.
Dal mio pensier le imagini
funeste ho cancellate;
sono larve obliate,
sogni ed ubbie e d’allor!
“A Bacco e all’amicizia!”
dicea l’augusto prete,
quando le gambe viete
nol sorreggevan più.
Per me Bacco è a Esculapio
nemico, e il congedai;
e l’amicizia è ormai
cosa che un tempo fu.
Però nessun mi toglie
le dolci ore dell’estro,
le rime in cui son destro
fatte d’argento e d’or,
fatte di lapislazzuli,
di gemme e perle fine
41che saran serto al crine
del bimbo mio d’amor;
del bimbo mio che medita
già sulle sorti umane,
e sta spezzando il pane
del Sapere fatal;
della mia madre vedova
che al par di me lo adora,
e in lui vede un’aurora
su un deserto guancial.
Mio vecchio Metastasio,
so incrociar le quartine ?…
Il bimbo ha biondo il crine,
e la mia Musa è qui!
Nella mia stanza squallida,
nell’asil mio negletto,
oh! quante volte ho detto :
sono tranquilli i dì!
Milano, Gennaio 1875
20
VERSI SCRITTI IN UN GIORNO BUIO
I
AD ARRIGO BOITO
S’anco accoglier dovesse indifferente
un sorriso o una celia il verso mio,
(giacché sta tra il passato ed il presente
o il disdegno o l’oblio),
voli il mio verso, Arrigo, ai versi tuoi!
42S’amin tra loro almen, se più non m’ami;
se m’ami ancor, parlino insiem di noi
come tu meglio brami.
Qui vendemmian. Bei giorni, allegre notti.
Tripudiano le valli e le pendici;
si arrotondan nel gaudio, al par di botti,
mille pancie felici.
Son più i villici assai che i gelsi e i rovi,
curvi dell’uva al glorïoso acquisto;
sicché pei colli un angolo non trovi
dove sognar non visto.
E sotto a tanto azzurro e a tanto verde
(Dio! come i canti miei rammento mesto!)
guardo alla vita grama che si perde,
agli altri e a me molesto!
Veggo tutto attraverso a un velo bruno,
e scote appena la mia mente lassa
la forosetta dall’anche di Giuno
che mi sorride e passa.
La sua lieta canzon va via con lei,
e un lamento ne fan le lontananze…
Quante, oh! quante così gioie io perdei
di sogni e di speranze!
Unico, Arrigo, a me resti conforto
un cor d’amico, una pietosa fronte
che mi sorrida!… e crederò che morto
non m’ebbe ancor Caronte!
Te già non colse la terribil fronda
che uccide il canto, il riso e le carole:
e splende ancor sulla tua testa bionda
un bel raggio di sole.
E mentre io cerco a quest’etica Musa
che mi apparve matrona ed era ganza,
43che il poema promise, ed or ricusa
perfino una romanza,
alcun nobile accento, un’armonia
che rimi a quelle che ti piacquer tanto;
mentre mi sdraio nell’inedia mia
senz’ira e senza pianto;
tu vivi e pensi e lotti e ardisci e speri,
e, gagliardo, rammenti altri gagliardi
che non dissero al Dio : ” Mancasti ieri,
quest’oggi è troppo tardi! “.
Oh! te lo invoco, o fratello, o poeta,
onnipotente te lo invoco il Dio!
Ché ai dì felici, per guidarti a mèta
ben ti avrei dato il mio!
Mi è fuggito e a te giunge. – Io, da lontano,
nella crescente mia ombra perduto,
quando, plaudendo, ti diran sovrano
del tuo duplice liuto,
esulterò come un eletto, e ai lieti
dì ripensando della nostra speme,
griderò: benedetti i due poeti,
s’anco non giunti insieme!
Cereda, ottobre 1871.
21
CALENDARIO
I
PROLOGO
Or vi dirò la cronaca dei mesi
come narrar la intesi
44da un certo vecchierello
così pulito e bello,
così dolce e giulivo
nei modi e nell’aspetto,
che si sarebbe detto
fosse per lui la vita un dì festivo.
Amo i vecchietti allegri,
i bei sorrisi fra i capelli bianchi,
gli entusïasmi che son giunti intègri
fino alla porta dell’eterno buio!
Né ch’io giammai mi stanchi
di riporli nel core ad uno ad uno,
di volta in volta che il fatal becchino
li mena via sotto il tappeto bruno:
ché, di sera, al camino,
li vo evocando e me li schiero intorno;
presiede la mia nonna,
con una bianca gonna,
il colloquio fantastico, ed in mezzo
a celestiale olezzo
e a qualche po’ di odor di sepoltura,
medito e scrivo sotto dettatura.
II
GENNAIO
Gennaio! È il mese in cui la Dea Speranza,
la Dea che accanto a me più non ritrovo,
fanciulle mie, bussa alla vostra stanza,
vestita a nuovo.
– Certo quest’anno giungerà uno sposo!
– Della miseria romperò l’artiglio!
– Ritornerai guarito all’aer gioioso!
– Avremo un figlio!
Fanciulle mie, dalle cantine ai tetti
al nascere d’ogni anno è un coro uguale;
cantan l’atre galèe, cantano i letti
45dell’ospedale;
il mondo intier canta alla Dea loquace!
E, prima ancor che un altro mese scocchi,
il mondo intiero si ricrede, e tace
col pianto agli occhi!
E che perciò? Gemendo accanto al fuoco
spesso io mi ammiro assai più che nel riso;
quell’esser triste e sol mi sembra un poco
di paradiso.
I miei morti mi narrano segreti
di radici di fior, nei cataletti,
di zampilli che fan nei sepolcreti
i ruscelletti.
La neve intanto, come chi dispone
una sorpresa, silenziosa e lenta
si va aggrappando intorno al mio balcone,
e mi addormenta.
Sogno allor le scarpette esposte al vento,
i magi in viaggio ancor sui dromedari,
e il gioir delle madri, e lo sgomento
dei nonni avari;
e te sogno, gentil mia creatura,
ti sogno addormentata in un giardino,
più soave, più candida, più pura
di un gelsomino!
E le farfalle colle aluccie d’oro
dicon d’aprirsi al bottoncin di rosa,
e i fior già desti mormoran fra loro:
“Che bella cosa,
che dolce vista un angioletto blando!…”.
Tu schiudi gli occhi alle dolci parole,
e quello sguardo tuo somiglia un brando
snudato al sole!
46Mi desto anch’io. Penso ai monti agghiacciati,
ai pini incanutiti in modi strani,
ai mesti casolari abbandonati
dai mandrïani.
E mi avvinghio alla stufa : oh! abbracciamenti
ch’io prodigo alla bianca ospite cara!
Essa è cortese senza far commenti,
e mi prepara
l’intelletto al lavor meglio, assai meglio
che non faccia l’amor vivo dell’Eve,
dalle braccia di cui spesso mi sveglio
col capo greve.
Ma cotesto è affar mio; poco v’importa,
e scusatemi assai se vado a sbalzi,
se fo com’un che viaggia senza scorta
e a piedi scalzi.
Fra un sì ed un no tutto quaggiù tentenna:
la nube, il vento, il cuor dell’uomo e il mare…
Io mi son un che quando va la penna
la lascio andare…
Amate i fior? di paglia circondate
la gracile vïola ed il giacinto;
alla camelia, alla azalea donate,
e al variopinto
tulipano, ed all’ellera, ed al lilla
l’aure negate alle deserte aiuole:
certo anche ai fior pensò chi la scintilla
rapiva al sole!
Gennaio 1872.
III
47FEBBRAIO
Coronato di rovi e di pruina
ecco il Febbraio.
Buone madri, cui desta alla mattina
la pioggia che vien giù rapida e fina,
e il canto del rovaio,
badate al fanciullin di quando in quando,
se mai la coltre allontanò sognando.
Triste si fa la vita al cantoniere
ed al soldato
per gli spalti perduto e le brughiere;
incertamente le sembianze nere
sotto il ciel sconsolato
osserva il viaggiator dallo sportello,
e si chiude più e più nel suo mantello.
Bimbi, dei frutti dell’autunno amato
memori ancora,
e dell’ultimo grappolo dorato,
sapete? è adesso che ai campi curvato
il contadino esplora
la vite, il gelso, ed il pruneto e il pero
su cui cova la neve il gran mistero.
È questo il mese in cui più molce i cuori
l’idea fatale!
L’augello ai nidi e l’uom pensa agli amori…
è così dolce un crin che il crin ti sfiori
sullo stesso guanciale…
e per le gronde il miccio esulta e grida,
e par che ai freddi letticciuoli irrida.
Esser due nel tepor, due giovinezze –
Fantastichiamo!
due, l’un per l’altra, due conscie bellezze,
che più cogli occhi che colle carezze
si van dicendo ” io t’amo! “,
cullati dalla calma e dall’oblio…
Chi non m’intende non intende Iddio.
48Quanti veglian solinghi! e, mentre i balli
del carnevale
sdrusciscono fanciulle e guanti gialli,
cercan la fonte degli eterni falli
di quest’età mortale
e rugiada di mistici conforti
in voi, poemi dei poveri morti!
Beato l’uom che in queste si ricetta
sante demenze!
Esausta all’alba la sua lucernetta
tremola e impallidisce, la stanzetta
s’empie di trasparenze,
di visïoni e di memorie pie
al suon delle lontane avemarie.
Altri di bianche nudità, di note,
di profumi briaco,
pallido il core e pallide le gote,
il selciato di ratte orme percote
nel crepuscolo opaco,
mentre le belle si tolgon di testa
gl’estinti fiori dell’estinta festa.
Misere gioie! oh datemi un giardino,
picciol, ferace,
per piantar maggiorana e rosmarino,
e viole del pensiero; e che al mattino
risvegliandomi in pace
io possa dire senz’ombra d’affanno:
è questo il mese più corto dell’anno.
IV
MARZO
De mémoire de rose on n’a
jamais vu mourir de jardinier.
STENDHAL.
49Sull’infanzia dei germi e delle fronde
il marzo sbuffa; alle ospitali gronde,
alle tiepide tane
fa ogni sbuffo assassino
delle speranze dell’april bottino;
e alle rive lontane
caccia un popol di morti e di feriti.
Son sibili e garriti
e fischïate fesse…
fin le tegole anch’esse,
forse per l’abitudine dei nidi,
si credon rondinelle e volan via.
Fra le spighe gli steli e gli arboretti
è un lottar di equilibrio e di scambietti
per non schiantarsi, agli schiaffi potenti
opponendo gli inchini e i complimenti.
E una lepida quercia a una rugosa
sua vicina dicea: ” Monna Ghiandosa,
rammentate il seicento?
Fu in maggio, se non erro,
di quell’annata, la maggior tempesta.
Un mio ganzo, un bel cerro,
asfissiato morì nel turbinio,
e noi, bontà di Dio!
siam vive e sane, e brille
toccheremo il duemille! “.
E che pensava il fiorellin divelto
udendo il cicalìo della vegliarda?
Egli, che all’alba ancor non era nato,
morir canuto a sera avea sperato…
nel fango invece a mezzodì giacea,
e dolorando l’anima rendea.
* * *
Marzo è nipote di Vulcano e d’Eolo
sopra l’onde sbuffanti e sui metalli.
50Oh! ben vengano i venti
a narrarci di cime e di convalli
misterïosi accenti!
Parlateci, o loquaci aure azzurrine,
zeffiri palpitanti!
Date novella a chi spera, a chi lagrima,
ai delusi, agli amanti!
Che il vecchio senta, sfiorandogli il crine,
la primavera in voi!
Che il giovin senta nei novelli effiuvii
più baldi i nervi suoi.
Marzo che spargi le siepi di candidi
spruzzi e di macchie vermiglie i giardini,
col mandorlo e il sambuco;
marzo che chiami da’ suoi bui cammini
il redivivo bruco;
bel forier dell’aprile!… oh! invia nei cori
le verdi illusïoni!
Fa’ sbucciar, come dal sambuco e il mandorlo,
fa’ sbucciar le canzoni.
E sian canzoni d’avvenir! gli amori!
gli odii, i dolor!… ma nuove!
Sian della neve al par, che dalle vecchie
tettoie si dismuove!
Marzo è la Gioia in culla. È il soavissimo
primo vagito dell’atteso bimbo!
È un vero e una parvenza:
è la tua bella di cui scorgi il nimbo
e attendi la presenza!
Giovinettina dai begli occhi fisi,
pallidi adolescenti,
andate, andate a cogliere le mammole,
e ad ascoltare i venti!
51Io, povero poeta ai vostri visi
unir non posso il mio!…
Cercar non posso al mondo che risuscita
nulla, fuorché l’oblio!
Marzo 1875
V
APRILE
O primavera, gioventù dell’anno,
gioventù, primavera della vita.
Creso pagò con lucciole
ed Elena ha sorriso:
la terra e il paradiso
favellano d’amor.
La timida lucertola;
che lambe i muri infranti
si arresta a udir dei canti
e a contemplar i fior.
Le nuvole sorvolano
tutte color di rosa,
e la gleba pietosa
geme di voluttà!
Ecco dagli olmi e i frassini
la vetustà sparita;
la selva ha nuova vita,
le foglie… eccole là!
E colle foglie i nidi. – O fanciulletti
l’albero rispettate e le sue culle!
S’oggi rapite i poveri augelletti,
doman potrete rapir le fanciulle.
Deh! serbatele al vol le molli ale…
il volo è l’Ideale!
52Credo che i morti stesi nella fossa
sentano anch’essi il risveglio d’Amore,
che nude, infrante, gelide quell’ossa,
l’april vi innesti un ignorato fiore.
– Povero padre! il sole è così bello
e tu sei nell’avello!
Laghi, cime diafane,
cerule lontananze,
dove arcadiche stanze
sogna il poeta ancor!…
Dove dell’arpa eolia
vibra tuttor la corda,
dove sospira il giovine
e il vecchio si ricorda;
del sempiterno artefice
note, poemi e tele!…
Come il vento alle vele
oh! date il volo ai cor!
April! – dal verno pallido
l’uomo esce mesto e stanco!…
Pongli all’occhiello il giglio,
dàgli una donna al fianco!
Aprile 1875
VI
OTTOBRE
Un lenzuolo di nebbia avvolge il cielo,
e la pioggia minuta e lenta cade;
le colline lontane han messo il velo,
e di fango si coprono le strade.
53Piangono come vedove le biade,
e l’elegìa, battendo stelo a stelo,
addormenta le selve e i nidi invade,
i nidi pieni di piume e di gelo.
Che narrano le goccie ai bruchi erranti?
Alle buccie che dice il vento fioco?
Oh nelle tombe scheletri grondanti,
oh beltà, robustezze, a poco a poco
scioglientisi coll’acqua, e vegetanti!…
E la gente sonnecchia intorno al foco.
22
A MIA MADRE
Tibi solae
Madre, narrartela
vorrei la storia,
ma è fumo, è nebbia
nella memoria.
Storia di grandini
e di vendemmie,
storia di lagrime
e di bestemmie;
frutto vermiglio,
succo letale,
cloaca, empireo
di branche e d’ale;
è piena d’angeli,
piena di streghe,
di geroglifici,
d’alfe e di omeghe.
54Vi stride il rantolo,
vi scroscia il riso;
tutte le aureole
del paradiso,
tutte le furie
del folle inferno
vi cantan l’epica
del Padre Eterno!
Madre, narrartela
vorrei la storia,
ma è fumo, è nebbia
nella memoria!…
……………………
Però ritessimi
qualche armonia
che mi risusciti
l’infanzia mia;
qualche episodio,
qualche nonnulla…
un capitombolo
dalla mia culla,
un mal di stomaco,
la fanticella,
i Magi, i bricioli
della scarsella;
le panche gelide,
le passeggiate,
l’altar, le prediche
assaporate
cogli occhi timidi
fisi sui Santi
che mi guardavano
da tutti i canti,
55mentre dal piccolo
libro di prece
i tuoi sfuggivano
cercando invece
– materna imagine
di paradiso! –
del bimbo pallido
l’intento viso.
Oh! sì – ritessimi
qualche armonia
che mi risusciti
l’infanzia mia,
che mi risusciti
l’albe svanite!…
Gioie od angoscie!
Se voi le dite
labbra che il bacio
comprime orando,
tornerò vergine,
robusto e blando!…
M’udrai ripetere
che la mia storia
è fumo, é nebbia
nella memoria,
ma che l’aureola
del tuo sorriso
la muta in estasi,
ne fa un Eliso!
Milano aprile 1875.
23
56IL FANCIULLO LONTANO
Quando mi sei lontano
il cuor mio non sa più perché sia vivo,
fanciullo mio giulivo,
e mi sento infelice in modo strano,
quando mi sei lontano.
Fanciullo mio giulivo,
cerco l’oro dei tuoi ricci all’intorno,
e mi par notte il giorno
perché nol vedo, o viaggiator estivo,
fanciullo mio giulivo!
E mi par notte il giorno
e l’aer più greve e più cattivo il mondo,
bambino mio giocondo,
perché sei lungi; e col pensier ti attorno,
e mi par notte il giorno!
Bambino mio giocondo,
canta, ridi tra il verde, all’aura fresca;
ma poi non ti rincresca
pensare ch’io non veggo il tuo crin biondo,
bambino mio giocondo!
Ma poi non ti rincresca
pensar che questi tuoi giorni beati
son giorni a me rubati;
fa’ che un sospiro al tuo gioir si mesca,
ma poi non ti rincresca.
aprile 1867.
24
AL MIO EREDE
Io son povero al par di un fraticello;
ma tu sei vispo, rubicondo e bello,
57l’avvenire tu sei,
l’ultima legge ormai dei giorni miei.
Ti lascio, amico mio, molte sciagure
di cui farai tesoro:
esse valgono – sai? – nell’ore oscure
oh! molto più dell’oro!
Ti lascio i sogni e le illusïoni,
mille imagini gaie, e le canzoni
che leggerai pensando
di chi visse di te, mio venerando.
Mio bel vecchietto dalle chiome bionde,
che già osservi e già pensi,
cui non giunsero ancor lemuri immonde
dall’anima nei sensi!
Ti lascio il meglio che mi resta ancora:
il pio desir di una celeste aurora,
dei pedanti il disprezzo,
e la manìa di cercar perle al lezzo.
Ti lascio – forse – alcune avite botti,
il vecchio Dante onde al cielo si arripa,
e, ausigliatrice di non vacue notti,
una eccellente pipa!
Luglio 1874.
25
AD UN CAMPANILE GOTICO
Fosti eretto da uomini orgogliosi
in un’età di ferro!
Nelle viscere tue stan marmo e cerro,
bel campanile!
I tuoi merli son gloria e apoteosi!
58L’ellera vagabonda,
agli ermi amica, tutto ti circonda
con vago stile!
I tuoi merli li fe’ la durlindana
tramutata in martello,
ond’è che appari simile a un castello,
o mole strana!
* * *
Ti contemplo quaggiù dalla vallata
dell’erbe in sullo smalto,
o mio bel campanile, o chiesa, o spalto,
che il sole indora!
L’ellera, amica agli ermi, ha incoronata
la tua vetusta fronte,
e tu rammenti, o campanile, un monte
e una calma dimora!
Come t’aman le rondini fedeli!
Al tramonto è una festa
di voli e trilli intorno alla tua testa
che guarda i cieli!
* * *
La tua campana è una nenia soave
e riverente io l’odo:
e ripenso ai misteri e a Quasimodo,
bel campanile!
Che l’Angelus tu pianga o canti l’Ave,
canti e piangi d’amore:
e fai pensare ai poveri e al Signore
superbo e umìle.
O mole strana! e alle rondini accanto
l’upupa tu ricetti:
59da secoli tu accogli anche i reietti,
campanil santo!
* * *
Lascierò questa valle; assai lontano
forse il destin mi attende:
ma per mutar di luoghi e di vicende,
muro feudale,
ricorderò che non t’ho visto invano,
perché in te mi specchiai!
Nel tuo destino il destin mio guardai,
o pieno d’ale:
o pieno d’ale, o pieno di mistero,
di memorie e d’oblio,
muro triste e leal, mi hai mostro intero
il genio mio.
27
LE VEGLIE
A LUIGI CHIALIVA
I
Che sarebbe se più non discendesse
sulla terra la sera?
Se più dalle convesse
plaghe dell’orizzonte,
dalla boscaglia nera
o dal ceruleo monte,
o dalla siepe che cinge le aiuole
più non sparissse il sole?
Il vignaiuol più non verrìa cantando
la sua dolce canzone
la canzon che, esulando,
60dice all’alme perverse
quanto all’anime buone
pur nelle sorti avverse,
dona a chi segue la sua legge Iddio
d’esultanza o d’oblio!
Né più il pastore, dalle prime stelle
accorto e dalla bruma,
giovenche e pecorelle
drizzerebbe alla volta
del tugurio che fuma;
e la greggia raccolta
più non udrìa sposarsi alle campane
le sommesse litane.
La madre dì famiglia, alma creatura
ne’ suoi figli vivente,
più dall’acre frescura
colla voce aspettata
al letticiuol tepente
trarrìa la sua covata;
né brillerebbe più la lucernetta
della mia cameretta.
Voi non verreste più, coppie amorose,
di ombrìe silenti in traccia;
né sull’onde oblïose
il nocchier, fantasiato
dalla infida bonaccia,
presso poppa sdraiato,
cercherebbe il tiepor del focolaro
ai riflessi del faro.
Che avverebbe, o pittore? addio le tinte
delle nubi, procaci
come donne discinte!…
Quando l’astro già evaso
par che di amplessi e baci
cosperga il caldo occaso,
e par che inviti colle fiamme estreme
le razze a unirsi insieme!
61Addio sussurri di cui Dio soltanto
ha la profonda chiave;
addio lene compianto
degli steli alla luce,
e il rintocco dell’ave
che a meditar ti adduce,
e l’apparir dei fatui fochi e il rezzo
di cui lo spiro è olezzo!
Addio lugubri ammanti onde ricopre
l’ombra i taciti piani,
forse in dubbio che l’opre
viste dal sole inerte
compiersi dagli umani
possan ferir le aperte
unicamente per le cose belle
palpebre delle stelle!
II
COLLOQUIO
IL FOCOLARE
Eccomi lampeggiante!
Colla mia fiamma, errante
come la tua speranza,
sciogliti dalla creta,
fantastico poeta!
IL POETA
Piove – dalla mia stanza
sento il rombo del volgo…
Dal fango non mi sciolgo
se qualche nuovo Iddio
non scende al fianco mio!
IL FOCOLARE
Avrò sconfitta invano
la salamandra? e il vano
62grillo ti avrà chiamato
inutilmente? e a mille
sprecate avrò scintille?
IL POETA
Ho il cranio assiderato,
ho la neve nel cuore…
son solo e senza amore!…
Povero focolare,
per chi deggio cantare?
IL FOCOLARE
Colle molle mi aiuta!
Vedi, un tizzo rifiuta
di far arco a una grotta
dove ti avrei create
danze di gnomi e fate!
IL POETA
La gente mi rimbrotta
perché teco favello,
perché, o lieto fratello,
col tuo raggio tepente
lascio andar la mia mente.
IL FOCOLARE
Dalla cappa anch’io sento
passar fischiando il vento…
Grullo lui! – suo malgrado
la mia caligin bruta
in nuvole tramuta.
IL POETA
già leggendo io vado
nei tuoi vaghi rabeschi
miniature ed afreschi…
Ma a chi, mio focolare,
a chi posso cantare?
IL FOCOLARE
per chi dunque abbrucio e per chi mi consumo?
63Pel genio tuo, poeta, per la tua dolce Musa!
Oh! il canto non ricusa,
non rifiutar le tue sante scintille
che scalderan l’anime a mille e mille!
IL POETA
E sia delle mie strofe come avvien del tuo fumo!
Dicembre 1873.
III
*
Tu ritorni ben tardi… l’orologio ha sonato
mezzanotte; la madre ti ha finora aspettato.
Testé, vinta dal sonno, andò triste al riposo…
Vedi, già quasi spenta è la face!
* *
Non oso
palesarti, o fanciullo, perché mi attardai tanto.
Dimmi, andando a dormire, la nostra madre ha pianto?
*
No, ma guardava il pendolo; e dicea le orazioni.
Vuoi che sul focolare ti ravvivi i tizzoni ?…
Il tuo libro ti aspetta…
* *
E tu, fratello mio,
non hai tu pur pregato, aspettandomi, Iddio?
*
Tentai più di tre volte di dire il Paternostro,
ma… non potei…
* *
Perché ?
*
Stava sull’uscio un mostro
che appuntava la mano verso la via chiassosa,
64e guardava la madre, e parea dir…
* *
Che cosa ?
*
Che tu a noi non pensavi e che verresti tardi.
* *
Per lo ciel! mio fanciullo, perché così mi guardi ?
E quel mostro è sparito?
*
Sì, quando tu bussasti.
* *
Né tu ardisti affrontarlo, e non lo interrogasti?
*
Temea che, s’ei parlava, nostra madre morisse.
* *
E sparì quando io venni?
*
Sparve!
* *
E nulla ti disse?
*
No, e la madre già, triste, era andata al riposo.
Vuoi che ti avvivi il foco?
* *
O fanciul, pensieroso,
più che non chieggan gli anni, no, lascia spento il foco
e i tuoi sonni innocenti indugia ancor per poco.
Ascoltami: quel mostro che ti apparve stasera,
tienti bene a memoria, un fantasma non era.
*
Pur la madre nol vide…
* *
Essa lo avea nel core!
Fratel, quando udrai dire questa parola : ” Amore”
pensa a quel mostro!… dimmi, non avea sulla faccia
il pallore, lo scherno, l’inganno e la minaccia?
*
Era un mostro ti dissi…
* *
E’ per lui che ritorno
65talvolta a mezzanotte, spesso sul far del giorno!…
Tu che a piè della madre dormi nel letticiuolo,
quando dormirai solo, rammenta, e dormi solo!
*
La madre ha sospirato?
* *
Ti attende; e le dirai
che pria di coricarmi suò viso ti baciai;
e che verrei, tremando, ad abbracciarla pure
se le labbra, rammenta!… non mi sentissi impure.
IV
Mi chiaman pazzo le vicine, e infatti
fra tanti matti
posso esser matto anch’io.
Ma, affé d’Iddio,
io le sento russar, le donnicciuole;
oppur, da sole a sole,
ingiurïar la tepida stagione
o il sol che va in Scorpione…
se pur qualche burlevole compare
dalla bettola giunto,
a giusto punto,
non le fa col bastone addormentare.
Pazzo! e sia. Gelo, il verno; nell’estate
dalle inferriate
mi piove olio bollente…
Ma nella mente,
sia verno o estate, io m’ho tante vaghezze,
tante nel cor dolcezze,
e so sì bene errar da me lontano,
per entro al mondo arcano,
che, dican tutti ciò che voglion dire,
brilli piena la luna,
sia notte bruna,
non c’è mai caso ch’io possa dormire.
Piove ? fa vento ?… o m’ho un magro tizzone,
66e allor, le buone
veglie! ancor io sfavillo
udendo il grillo.
Non l’ho? penso a chi è desto oppur sognante
in un letto elegante;
e dico: forse e i bambini e la sposa
non ti sanno di rosa
come sa a me di ambrosia l’esser solo
sotto un povero tetto;
ma non soggetto
tranne che al mio soffitto e al mio lenzuolo.
Brilla limpido e puro il firmamento?
Io mi sto attento
all’usignuol che geme:
cantiamo insieme
agli olezzi, alla pace, alla frescura
della molle natura;
e mille udiam risposte intorno intorno
fino al nascer del giorno!…
E, dican tutti ciò che voglion dire,
brilli piena la luna,
sia notte bruna,
non c’è mai caso ch’io possa dormire.
28
MONACI E CAVALIERI
AD ARRIGO BOITO
PROLOGO
Se fosse nostro, Arrigo, il secol bello
della fervida fede e dell’amore,
pensa che tu saresti un menestrello
di nordici lïuti animatore,
67un giovin paggio
tutto pallido e biondo e triste e altero.
Però sul tuo passaggio
castellane, baroni e giovinetti
sorridendo dirian: ” Dolce straniero
cui fan guerra gli affetti,
e il lungo peplo del pòeta ammanta,
fermati, e canta! “.
Se fosse nostro, Arrigo, il secol bello
della fervida fede e dell’amore,
pensa ch’io sarei forse un fraticello
di tavole e di dogmi indagatore,
e che vivrei contento
scordando l’ora e contemplando il poi!
Però del mio convento
tu verresti a fermar spesso alle grate
il più tranquillo dei morelli tuoi,
e, per le vaghe arcate,
mediteremmo insiem messale ed arpa,
cilizio e ciarpa.
Inganniamo il destino: in una queta
stanzuccia di villaggio ecco la cella,
cella di solitario e di poeta!
– Da qui, fra l’oro delle bionde anella,
rivedo chine le tue gote smorte
sul pianoforte.
Leggi ancora Marcello ogni mattino?
Io vo a spasso col vescovo Turpino:
è un vecchio strano e pazzo
che mi parla in latino.
Gli fan codazzo
torri di foco e sibilanti draghi
e fantasimi e maghi,
e paladini e fate
innamorate.
Sulla sua mitra poi, spesso, pian piano,
68compare un nano.
E il bel mar degli azzurri e delle calme
si popola di chiostri e di romiti,
ed ecco Abido e il suo serto di palme,
e il tempio di Memnone, e i monoliti,
e lontan, per le sabbie e fra gli abissi,
i crocefissi!
Oh! pallidezze, aureole, visioni,
amicizie coll’aquile e i leoni,
o colloquii con Dio,
o lotte, o tentazioni!
O templi, o tombe di profondo oblio,
o monaci guerrier, monaci maghi!
O visi smunti in mezzo a pergamene
e cantilene!
o intenti, al suon dei bronzi e dei flagelli,
penne e pennelli!…
Per gli occhi tristi della donna mia,
per l’amicizia degli amici buoni,
per l’allegrezza e la malinconia,
e per l’affetto delle mie canzoni
io dico e giuro
che nel mondo ho vissuto un’altra volta!
E fu in quel tempo oscuro,
e credetti e pregai, forse in delirio,
conie i bimbi e le vergini che han colta
la palma del martirio!…
Un soffio, ahimè! dell’anima d’allora
m’agita ancora…
M’agita ancora una pietà prodonda,
e, dal cinico ingegno al cor devoto,
il desiderio dell’Iddio m’innonda!…
Ma l’Iddio del mio tempo è il Nume Ignoto,
ma sull’altare
ride l’augure ancora e il sofo piange!
69Arrigo, odo cantare
l’organo della chiesa… , è dì di festa:
l’armonia che al mio tavolo si frange
mi conturba la testa…
Non ti dissi che vivo in una cella ?…
– Musa, favella!
Noli (Riviera di Ponente) 1864 .
LA MUSA
LA MUSA
Fuggi, fuggi, o poeta, all’armonia
dell’organo ululante!
Ciò che sposa al tuo cor la fantasia
è la presenza mia,
è il mio vergine amore, è il mio sorriso.
Fuggi; l’incenso dall’altar si svia
e già per l’aria giungono
canti di preti e odor di sagrestia.
Seguimi, amico, sulla gaia spiaggia
dove vola l’alcione
e dove nuota l’anitra selvaggia:
da qui l’anima viaggia,
da qui si libra alla bella regione
ov’oggi il canto è volto,
senza la prosa del rossor sul volto.
La prima chiesa fu il deserto immenso!
IL POETA
E il sacro mare ove beveva il sole,
e i fiumi sacri dove
bevea la luna!…
LA MUSA
Il mio peplo di viole
trema alle tue parole
come a pensier di patria abbandonata.
70O poeta, son lungi incenso e stole;
qui le vetuste imagini
tornan serene, immacolate e sole!
IL POETA
E i fiumi sacri ove bevea la luna!
Spesso il pastor caldeo
richiedendo le stelle ad una ad una
della errante fortuna,
stupito udìa cantar canto giudeo
le palme montanine;
e delle greggie le bianche indovine,
alzando il muso, socchiudean le ciglia.
LA MUSA
Era il mio canto!
IL POETA
Per le sacre grotte
tu erravi allora, o vergine, baciando
egizie labbra; ed eri tu che a notte
squarciavi il velo vaporoso e blando
e squarciavi la creta, e l’uom vedeva
il paradiso!
Tu dei baci del Cristo umida ancora,
o più gentil delle sue cento amanti,
tu inebrïata della grande aurora,
tu che portavi sull’ali vaganti
alle figlie d’Adamo e ai figli d’Eva
il nuovo avviso!
Ma le corde del tuo plettro di Tebe,
del tuo plettro glorioso ancor vibrante
d’Ustica lieta sulle verdi glebe
l’ultime lodi a Creta e ad Alicante,
o Musa, il giorno che mutasti fede,
di’, non piangesti?
Dal buio Olimpo volando al Calvario
pieno di raggi, non pensavi, o amica,
71lo smisurato, pallido sudario
che discendeva sulla corte antica
dei vecchi numi, fra le spente tede,
e i fior calpesti?
LA MUSA
Piansi l’uom che tessuto l’avea
per vicende di noie immortali,
piansi l’uomo che gli idoli crea,
poi, deluso, ne sfronda l’allor.
Oh! la fé che guidavami l’ali
sul cammino del mio Nazareno,
quando, alzando il bel volto sereno,
predicava tra i pargoli e i fior!
quando il sofo dei greci papiri,
quando il mago dei miti di Belo
anelante di arcani deliri,
vanitoso di occulte virtù,
come stelo che aggiungasi a stelo,
fra i vegliardi e le donne invaghite,
prosternava le tempie abbronzite
sulle vie della vaga tribù!…
Oh! l’amor che guidavami allora
non vedea questo orrendo avvenire,
non temeva di piangere ancora
sul tramonto di un ultimo dì!
Non temea di vederlo morire
più oltraggiato, più mesto che in croce,
non vedeva la sfinge feroce
che sull’ara lo spense così!
IL POETA
O Musa, per le tue guance di rosa
scorre una lagrima!…
Lagrima ardente, lagrima sdegnosa,
io ti conosco:
72tu sei quella dell’ira e dell’orgoglio
e sai di tosco!…
Tergila, o Musa, il tuo sorriso io voglio,
ascolta il cantico!
………………………………
29
A ENRICO JUNK
Della città, madre di inganni e toschi,
sei stanco, amico, e aneli ai verdi boschi
e a un po’di acqua corrente;
a un po’ di acqua corrente in cui si specchia
la ricciuta fanciulla oppur al vecchia
che ti guarda ridente.
Aneli alla mestizia solitaria
per cui l’arte respiri insiem coll’aria,
coll’aria imbalsamata!
Vuoi della vita frivola l’oblio,
e da lontan già senti il brulichio
di una allegra borgata!
Di una borgata allegra e faccendiera
dove si ciarla da mattina asera
di centomila cose;
dove a ogni angol di muro il sol rischiara
e ombreggia qualche immaginetta cara:
o bimbi, o cenci, o rose.
Dove il paffuto ostier ti accoglie umano,
e la cuoca stringendoti la mano,
par che un bacio ti scocchi.
Dove ti sveglia all’alba il bue che mugge
e la giovenca che il figlio sugge
contempla coi grandi occhi.
Ti sveglia e allor per l’umido sentiero
ti affacci all’alma nudità del vero,
73di cui siam casti amanti.
Penna e pennello, un dio v’agita allora!…
su, facciam le valige, Enrico, è l’ora
di diventare erranti.
Aprile 1875
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