Tavolozza, Emilio Praga

PDF: Tavolozza, Emilio Praga
Emilio Praga
Tavolozza
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QUESTO E-BOOK:
TITOLO: Tavolozza
AUTORE: Praga, Emilio
TRADUZIONE E NOTE:
NOTE:
DIRITTI D’AUTORE: no
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TRATTO DA: “E.Praga – Opere”
a cura di Michele Catalano –
Fulvio Rossi Editore – Napoli, 1969
CODICE ISBN: informazione non disponibile
1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 19 novembre 1998
INDICE DI AFFIDABILITA': 1
0: affidabilità bassa
1: affidabilità media
2: affidabilità buona
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2Emilio Praga
TAVOLOZZA
1
PER COMINCIARE
Spesso una voce incognita
mi dice: – O giovinetto,
perché dolente hai l’anima,
e pallido l’aspetto?
Di desidèri inutili,
oh, non ascolta il grido;
l’aura che vien dagli uomini,
amico, è un verbo infido!
L’aura che vien dagli uomini,
dice l’amica voce,
ti segnerà benevola
di canizie precoce;
tienti i tuoi canti, o giovine,
vivi nel lieto oblio;
non valgon templi olimpici
un tugurio natio.
A te divine musiche
cantano i tuoi vent’anni,
rose educar le lagrime
dei primi disinganni;
del bisogno la maglia
non ti comprime il cuore,
che eterna, puro e vergine,
l’inno del primo amore.
Ah! chiudi le domestiche
pareti, o giovinetto:
sul nido tuo non aliti
l’aura del mondo infetto,
bevi in pace e in silenzio
al tuo nappo dorato;
là fuor de’ tuoi carnefici
Echeggia l’ululato!
3Bevi al tuo nappo e i cantici
svolgi che il ciel ti spira,
ma sia sommesso ed umile
il suon della tua lira,
nessun s’arresti a coglierne
le note alle tue soglie:
presto si muor la mammola
se al margin suo si toglie.
Guarda la folla, o giovine!
É una stoltezza o un fallo
là, fra i curvi che incensano
l’ara del dio metallo,
ogni altro culto; e copresi
di sogghigni immortali
chi, col fango battendosi,
tenta di metter l’ali.
Come il selvaggio, indocile
del prete alle parole,
del suo Cristo beffavasi
e gli additava il Sole,
così, se canti i palpiti
di un’alma ardente o stanca,
costor dinnanzi spiéganti
un biglietto di banca!
Bevi al tuo nappo, e i cantici
svolgi che il ciel ti spira,
ma sia sommesso ed umile
il suon della tua lira;
nessun s’arresti a coglierne
le note alle tue soglie;
presto si muor la mammola
se al margin suo si toglie. –
Queste son ciarle arcadiche,
larve di capo astratto,
e il libro mio testifichi
ch’io non ci credo affatto:
schiusi la porta: e agli uomini,
girovago cantore,
vengo a tentar di scuotere
4l’eco assopita in cuore.
Forse i vent’anni ingannano,
e la voce ha ragione:
ma infin, pensare e scrivere
è una cattiva azione?
Nemico all’ozio ignobile,
dell’arte innamorato,
perché, campione inutile,
lascerò lo steccato?
Della prima battaglia
è il giorno! io mi ci affido…
ma i versi miei svolazzano
deboli ancor dal nido;
incensi e allòr non vogliono,
sol temono le spine…
dateci un fiore, è lauro
che ben s’acconcia al crine!
Al solitario e povero
fanciul della Savoia,
che nei caffè le veglie
dei cittadini annoia,
se alcun, pietoso, un’arida
lode gli versa in core,
che avvivi il ritmo flebile
di una stilla d’amore;
scintillar vedi i timidi
occhi del poverino,
e dimenar più rapido
l’arco del suo violino;
la fame allor dimentica,
oblia la lontananza,
e nel petto gli cantano
la fede e la speranza!
2
5IL CORSO ALL’ALBA
Oh bello è pure, al soffio
dell’aura mattutina,
il Corso, ove s’esercita
la boria cittadina
quando sui tetti e i platani
da lunge il sol si specchia,
e lieto si apparecchia
alla discesa in mar!
Or che son muti i cembali
nell’aule dei palazzi,
e, in larghe pieghe, immobili
riposano gli arazzi,
né sui balcon sorridono
le matrone galanti,
e i giovani eleganti
stan pallidi a russar:
è questa l’ora; o amabili
compagni, è questa l’ora;
coll’arte nostra lepida
qui poesia s’infiora:
lungo lo sporco lastrico
seguitemi cantando,
il campo è nostro e in bando
è l’alta società!
Tornano a coppie i poveri
lattai dalle cascine,
che la sera amoreggiano
le fulve contadine,
mentre ai bifolchi narrano,
raccolti nelle stalle,
l’ardor delle cavalle
che trottano in città.
Dal dazio, ove scroccarono,
tremando, la dogana,
poi che i vietati viveri
levár dalla sottana,
le scaltre serve corrono
6al ganzo servitore,
mentre sognan d’amore
le padroncine ancor.
Udite : ove fra splendidi
cocchi e noti destrieri
le frasi sospirarono
di dame e cavalier,
i buoni, inconsci villici
parlan di gelsi e viti,
e degli armenti aviti,
e dei pruneti in fior!
E intorno a lor, corteggio
quasi di antichi amici,
belan le capre, garrule
del monte abitatrici,
e i mandriani intuonano
a bassa voce i canti,
che le greggie vaganti
chiamavano all’ovil ;
ed ecco, ecco le vittime
dell’afa cittadina,
la vecchierella tremola,
la pallida bambina,
che sofferenti e misere
uscir non ponno ai colli
a respirar le molli
aurette dell’april ;
da quel latte, che tiepido
gli aromi ne ha portati,
speran suggere il balsamo
dei zeffiri vietati,
e delle pure mammole,
e dell’alpestre timo
lungi dal nostro limo
cresciuto in libertà.
Ma le campane vigili
già suonano a distesa,
e par che i santi gridino
dall’una all’altra chiesa
7come comando bellico
che va di schiera in schiera:
– Sù tutti alla preghiera,
genti della città! –
Pochi infelici accorrono
ai freddi altar davanti;
son le canute vittime
dei nostri avi galanti,
i gonzi, le pinzocchere,
e le stanche creature,
cui le umane sciagure
posto han sull’alma un vel!
Ma, dai sobborghi, al popolo
comanda un’altra squilla:
nelle officine stridule
un’altra fé scintilla:
comincia l’olocausto
del nobile lavoro!…
No, dei chierici il coro
non lo raggiunge in ciel!
Amici! orsù, lasciamoci :
tutti al lavor, perdio!
Un nome abbiam, togliamolo,
togliamolo all’oblio;
questi sudanti apostoli
negli opifici oscuri
non sian di noi più puri
in faccia al Creator!
Ma al suon dell’aspre incudini
si sposi il suon dei carmi,
che tempra a Italia l’armi,
l’artista, che sul soglio
la riporrà sovrana :
questa è la legge umana,
questo è di Dio l’amor!
3
I PESCATORI NOTTURNI
8Vengono al mar quando la luna accende
per gli spazi tranquilli il mesto vel;
vengono al mar quando la nebbia stende
le bianche braccia e lo congiunge al ciel!
Quando il vecchio oceàno i vecchi amori
lento alterna alla spiaggia, e stanco par:
quasi amante assopito ai primi albori,
e a cui men bella la compagna appar!
Portan la vela lacerata ai venti,
come stendardo che in battaglia erró;
portano remi e canapi stridenti,
che il nerbo delle braccia affaticò;
e sulla tolda silenziosa e bruna
restan le lunghe notti ad aspettar:
ad aspettar sotto la fredda luna
che il pan dell’indomani apporti il mar!
Che flebile armonia
tra la spuma del mar fosforescente:
che amor, che leggiadria,
nel pelago al lunar raggio lucente!
La volta è pur serena,
la luna senza vel, l’onde festanti!
Se sia la rete piena,
chi potrà dirlo ai pescator vaganti?
Ché forse alcun fra i miseri,
un pensoso vecchietto,
passando innanzi a una chiesetta bianca
il povero berretto
scordò levarsi dalla testa stanca;
forse mettendo il ruvido
piè gocciolante a bordo,
scordò l’un d’essi il segno della croce;
forse un nocchier balordo
mentre un prete parlava alzò la voce;
forse hanno i mozzi striduli
9deriso il sagrestano
pel suo cencioso ferraiuol turchino,
o urtato in fallo il nano
che canta i salmi al muro del cammino;
e Dio, travolto in collera,
forse soffiò sul mare,
e avvisò i pesci di fuggir le reti!
Le fitte reti care,
che doman gronderanno alle pareti.
Assisi alla sponda
del fragil barchetto,
cullati dall’onda,
si battono il petto,
se possa aver grazia
l’incerto peccar!
– E intorno rispondono
le note del mar. –
Se a mille i prigioni
le reti daranno,
se eletti, se buoni
gli avvinti saranno,
copiose promettono
candele all’altar!
– E intorno rispondono
le note del mar.-
Ma spira già il vento,
s’appressa l’albore,
dell’astro d’argento
già il raggio si muore,
e i mozzi, a quel pallido
riflesso lunar
le membra stirandosi,
si specchiano in mar.
La nebbia nasconde
la casa adorata,
nascondono l’onde
la preda aspettata;
sperando vegliarono,
sperando pregár :
10il sole già librasi
sui solchi del mar!
E lungo il mar che palpita
si aggruppano le spose e i fanciulletti;
già spuntano i barchetti,
e già le note gonne,
le cuffie delle nonne,
come le ali di ronzanti insetti,
appaion lunge ai veleggianti cari.
Alla mesta famiglia
che al lido ste’ in attesa lungamente
della diletta gente,
oh come dolce è il giorno,
e il vento del ritorno!
Del raccoglier le vele è sorto il grido;
canta la ghiaia sotto ai remi impàri.
E non lungi, fra i portici
del cimitero, un salmodiar si sente;
è il cantico stridente,
il rantolo del nano,
che a buon momento, piano
stuzzica alla pietà la lieta gente
e i pescator nella sua rete adduce!
I reduci distendono
l’umide reti; e i pesci entro la maglia,
che fra i sassi s’incaglia,
muoiono saltellando,
e squame seminando :
la dolce vista i pescatori abbaglia
più del lucro promesso… e che non luce!
Il lucro è rame, povere
monete, che dei pesci hanno l’odore.
Vegliarono tant’ore
per pochi soldi appena,
ed una scarsa cena!
Pur son felici, e al mendico cantore
regalano, passando, un pesciolino.
Poi, quando il sole è fervido,
11seduti sulla spiaggia a riposare
colle famiglie care,
raccontano alle spose
contente e vergognose,
che Satana tentolli in riva al mare
e che ad esse han pensato in sul mattino!
Mediterraneo, giugno 1860.
4
ALLA RIVA
Quando scendo alla riva del mare
lungo il lido di sabbia minuta,
ove tragge la barca sparuta
il nocchiero che all’alba tornò;
o fanciulla, vien meco, è salubre
questa brezza che l’onda c’invia,
che arrivando per libera via
le miserie dell’uom non sfiorò!
Vieni meco: i fanciulli del lido
sono belli, son semplici ancora,
ché del mondo non vider finora
che quest’acque, e le stelle del ciel!
E se fermo a un timon neghittoso
troverem qualche vecchio nocchiero,
ti dirà se di pioggia è foriero
quel vapore che al sole fa vel.
Vieni meco: io ti voglio alla riva
per mostrarti l’immenso oceàno,
e poi dirti che al lido lontano
volerei per poterti fuggir.
Vieni meco: io ti voglio alla spiaggia
perché innanzi a quest’orridi abissi,
I desir, da cui siam crocefissi,
potran forse umiliati svanir.
Per mostrarti in la sabbia minuta
l’orme nostre, che in giri ritorti,
come fosse di piccoli morti,
12già dall’aura si colmano ancor;
e poi chiederti, o indegna, se il vento
sorgerà, come sorge su d’esse,
a distrugger le traccie che impresse
m’ha un tuo sguardo, un tuo detto nel cor!
Mediterraneo, giugno 1860
5
ALL’OSTERIA
Son solo: il portico
dell’osteria
mi manda i cantici
dell’allegria,
qui, dove mesto
tra stranie mura,
penso alla incerta e fosca età ventura.
Quei che gavazzano
giù, fra i bicchieri,
quelle son anime
senza pensieri :
esse non sognano
nell’avvenire
che egual vicenda di volgar gioire.
Sempre essi fiano
servi, facchini,
o pizzicagnoli,
fabbri, arrotini :
arti tranquille,
in cui perito
è l’uom che mai non si è tagliato un dito.
Ed io? nel fervido
volo degli anni,
sconfitte immagino
e disinganni,
dopo il divino
premio, promesso
13quel dì che all’Arte ho dato il primo amplesso!
Oh come parvemi
piana la via!
Come la gloria
poco restia,
e fida ancella
del mio pensiero
la man che tenta riprodurre il vero!
Ma dall’immagine
che in me si cela,
all’artificio
che la rivela,
perché un abisso
frapponsi, o Dio,
e enigma è ancor per tutti il pensier mio?
Perché, se l’anima
nuota nel bello,
perché non transita
nel mio pennello?
Il fiume pieno
straripa, vola,
e avrà saldo confin l’anima sola?
Ma che! cominciano
a bestemmiare ?…
Senti i propositi
dell’uom volgare,
senti l’ingiurie,
che rimbalzando
già cedono al baston l’aspro comando!
Addio tripudio
delle canzoni,
si pensi a tergere
le contusioni:
povere spose,
voi che aspettate,
per questa sera, via, v’addormentate!
Normandia, agosto 1858.
146
BALLATA ALLA LUNA
O notturno splendore,
o vergine divina!
Tu che commuovi, sorridendo, il core
dell’uomo e dell’oceano,
solitaria dei cieli,
adoro la tua luce, amo i tuoi veli!
Te fra le viti e i gelsi
del mio suolo natio,
fanciullo io vidi e ad astro mio ti scelsi;
fosse felice o in lagrime,
da quel giorno, o mia Dea,
quest’anima sperando, a te volgea!
Come sei bella, o luna,
quando il viso ti specchi
nel mite tremolio della laguna;
come bella, fra i pallidi
scogli della montagna,
quando sul ghiaccio il tuo raggio si bagna!
Ma chi dirà, divina,
di che fulgor ti vesti,
se tu sorgi infocata alla marina?
Il pelago scatenasi,
e placido e giocondo
il tuo disco s’innalza e irradia il mondo!
Ed io ti amai sul piano,
ti amai, luna, sui monti,
e nel cupo fragor dell’oceàno…
ma non mi tocchi l’anima
quando, dimessa e stanca,
seguiti il sole in camiciuola bianca!
O vergine d’amore,
se tua beltà lo vince,
non indugia a pregar nostro Signore,
che, quando il sol ci illumina,
15ti tenga in paradiso,
perch’io solo di notte amo il tuo viso!
Interlaken, luglio 1857.
7
LA MORTA DEL VILLAGGIO
Vi conterò la storia della morta
per cui suonano adesso la campana –
era una tosa piccolina e smorta
che abitava vicino alla fontana.
Toccava appena appena i quindici anni,
quando suo padre fu portato via
da una piena di stenti e di malanni…
la restò sola colla vecchia zia.
Amor di madre non avea la mesta,
né amor d’amiche la povera tosa;
ella era brutta, e in cenci avea la vesta…
qual giovin mai l’avrìa menata sposa?
Vedea le forosette in sul sagrato
occhieggiare or con questo ed or con quello…
povero cuor deserto e sconsolato!
oggi un vecchio l’ha chiusa nell’avello!
Brianza, aprile 1859.
8
UN FRATE
Che fantasima d’abate
ho scontrato stamattina,
sul sentier della collina!
Pover’uom, per esser frate,
era magro e curvo e smorto:
certo il pranzo troppo corto
16il convento non gli dava…
di che fame dimagrava?
Sotto il saio pien di tarlo,
che animal ci ha posto il dente?
Mal di corpo o mal di mente?
Io non seppi indovinarlo,
ma, scommetto un principato,
qualche diavol vi è incarnato;
quella testa aveva il conio
dell’alcova di un demonio.
Tra una pelle liscia, gialla,
scintillavan, come faci,
occhi ceruli e rapaci,
segno questo che non falla;
ed il naso uscia schiacciato
monco, nero, raggrinzato,
come il naso di un chinese,
strano pur nel suo paese.
Con tai passi venia avanti
da raggiungere uno struzzo,
seminando un certo puzzo
di tabacco e unguenti santi,
che pareva un letamaio,
e, battendo dentro il saio,
il suo corpo roso e cotto
dava il suon di un vaso rotto.
Si fermò… prese a guatarmi
colla faccia arcigna e dura:
guardò poi la mia pittura
e partì senza parlarmi:
al risvolto di una via
sghimbiò lesto, fuggì via…
io ne vidi il cupo aspetto,
tutta notte, accanto al letto!
Avignone, maggio 1858.
9
SERATA IN MARE
17Sù, la vostra canzone intonate
bruni figli del lido ridente,
e nell’alto la barca guidate,
che già brilla la luna nascente.
Già la luna nascente galleggia
sui marosi del chiaro orizzonte,
e, coi raggi scherzando, passeggia
sulla cresta bizzarra del monte.
O capanne, fra i larghi oliveti
occhieggianti le vele fugaci,
o dirupi di pascoli lieti
e voi lidi cospersi di faci,
non sapete lo scopo sublime
di cui Dio v’affidò la magia,
quando disse alle spiaggie, alle cime:
– State, o figlie dell’anima mia:
state belle di golfi e foreste,
di villaggi, di scogli, e di palme;
belle in mezzo alle cupe tempeste,
belle al mite sospir delle calme! –
– Sacerdoti! alle turbe infelici
predicate i miracoli vieti,
e di ceri e dorate cornici
fate addobbo alle sacre pareti;
altro culto agli spiriti oppressi
dal desio della vita migliore,
altre preci, altri incensi ha concessi
la insultata pietà del Signore! –
Sù, le vostre canzoni intonate,
bruni figli del lido ridente,
e nell’alto la barca guidate,
che già brilla la luna nascente;
non mi giungan di salmo melodi,
né di stola m’appaia il candore…
di lassù qui mi canta le lodi
18della luna e del mar lo splendore;
e qui, meco, sull’umile prora,
qui sta Iddio, che m’accende l’ingegno,
qui, nel core che il bello innamora!…
Del Signor questo è il tempio più degno!
Bordighera, giugno 1861.
10
SUI MONTI DI NOLI
Oh chi dirà la gioia
che sentii stamattina
volar dal labbro d’una contadina!
Scendea dalla montagna
in sottanetta bianca,
cantando a tutta gola
una gaia parola,
e ripetendola
in ritornelli
scuciti e belli.
Era una canzonetta
che parlava d’amore,
chiesto e richiesto ai petali d’un fiore:
e un fior pareva anch’ella
l’allegra cantatrice :
robusti quindic’anni
sfidatori d’affanni,
treccie nerissime,
e occhietti fini,
ed assassini!
Ma sparve dietro un tremulo
bosco di antichi olivi,
e la cadenza dei suoni giulivi
anch’essa, a poco a poco,
fra i rami si perdette…
Oh dolce cherubino
risali il tuo cammino,
oh torna, e sèguita
la canzonetta,
19o forosetta!
Ma là, sul lido candido,
ahi! forse, o bricconcella,
ti aspetta nella nota navicella
ansioso un giovinetto;
e tu corri a portargli
due begli occhi d’amore…
begli occhi, e buon umore;
oh a lui propizia
sia l’onda amara,
se gli sei cara!
Ma, se pur sogna i placidi
beni di quiete porte,
ch’io vo’ cangiar la mia colla sua sorte
digli, fanciulla bella;
egli sarà pittore,
ed io sarò nocchiero,
ma ti amerò davvero,
e sull’oceano
ci culleremo,
con vela e remo!
Noli, aprile1858.
11
IL TEMPIO ROMANO
Ecco una landa solitaria e bella
come la speme di un morente. Il cielo
è di un vivido azzurro e senza velo;
contadina che spigoli sul prato,
né carro appar nel piano interminato;
solo un tempio romano, ove facella
più di vestal da secoli non splende,
e ai sacrifici l’augure non scende,
innalza torvo su un letto d’ortiche
le sue colonne antiche.
Le falangi dei Cimbri incatenati
qui passár, dalle invitte alme imprecando
20ai ferri e alla fatal legge del brando;
qui pregár forse gli ultimi tribuni,
dalla vendetta dei barbari immuni,
tra l’arse insegne e i figli insanguinati,
i dolci lari – quando fiori al crine
degli amanti ponean donne latine,
e barcollava in mezzo all’orgie doma
la vetustà di Roma.
Or sulle basi e i capitelli immani,
e fra i deserti portici e le ogive,
l’edera stese le braccia, lascive
come le spose di Nerone: l’ali
del tempo e dell’oblio nei penetrali
infranser l’are dei possenti Mani,
e troveresti in mezzo ai sassi, a caso
frugando, forse di un olimpio il naso,
che greco artista sculse e dei circensi
fiutò votivi incensi…
Ma al tempio il danno e il nostro oblio che importa?
Gli idoli infranti, e fu l’oro rapito:
pur non svanì la santità del sito;
la beltà che dan gli anni alle rovine,
come raggio di un martire sul crine,
siede grande e severa alla sua porta,
e par che gridi fuor dagli archi neri,
se ne destano l’eco i passeggieri:
lunge, lunge dai ruderi romani
o progenie di nani!
Nimes, maggio 1858.
12
IL PROFESSORE DI GRECO
Il lungo e magro professor di greco,
che quasi odiar mi fece il divo Omero,
fu stamane a vedermi al mio studietto.
La tavolozza mia si tinse a nero,
e io lasciando i pennelli con dispetto
il guatai torvo e bieco.
21Ché all’entrar suo mi rientrò nel core
tutta la noia dei passati inciampi,
quando fanciullo pallido e sparuto
alle dolci anelavo aure dei campi,
e avrei pei gioghi del Sempion venduto
e Troia e il suo cantore.
Ma poi ch’io vidi l’uom, già in uggia tanto,
incanutito e sofferente e stanco,
l’antica bile mi fuggì dal petto,
e fissai mestamente il suo crin bianco;
egli abbracciommi coll’usato affetto
e mi sedette accanto.
Poi mi narrò de’ suoi lunghi malanni
e delle pene della famigliuola;
sentirsi affranto e avvelenato ormai
dall’afa sempre uguale della scuola,
che fin gli toglie il ricrearsi ai rai
del sole agli ultimi anni.
Indi guardando con occhio d’amore
la stanza piena di festa e di luce,
e le sparse mie tele e gli abbozzetti,
da cui la lieta fantasia traluce,
parea, che desto ai primi ardenti affetti,
chiusi non morti in core,
volesse dirmi: – Oh quanti nuovi lidi,
quanta stesa di cieli e di marine,
tu vedesti, e pur giovane sei tanto!
Ed io?… dei grami dì già presso al fine
che mai conosco di sì vago incanto?
Nulla, mai nulla io vidi!
Talor fra l’aure aperte e la verzura
la mia stanca vecchiezza si riposa,
quand’esco coi figliuoli alla campagna;
ma quell’ora di pace, ahi come vola!
Qual tristezza maggior non m’accompagna
poi fra le chiuse mura!-
Povero vecchio! – ed io fui crudo tanto
da attristargli la già misera vita ?…
22Sù, versi miei, seguitelo per via,
ditegli voi, che col greco è svanita
ogni rancura, e che quand’egli uscia
dalla mia stanza – ho pianto!
13
SUICIDIO
Oh tesor negli scrigni giacenti,
oh dovizie all’azzardo diffuse,
e cui spesso sbadata profuse
una man che ignorava il dolor!
Oh metallo alle belle indolenti
tramutato in tessuti e in gioielli,
mentre intorno mieteva fratelli
la miseria suffusa d’onor!
Ecco un cadavere
d’adolescente;
guardate, è un pallido
volto soffrente:
vi brillò un’anima
fervida, pura…
la spense il turbine
della sciagura.
Artista, e povero,
lottò sperando,
fioria già il lauro
sognato, quando,
svaniti i fascini
ad uno, ad uno,
alla sua soglia
picchiò il digiuno…
Si spense… – O martire!
riposa in pace;
presso il tuo feretro
non splende face,
ricusa il tempio
questa tua salma,
23che importa? al carcere
sfuggita è l’alma! –
Addio pennelli, tavolozza addio
sacra all’oblio!
É morto il giovinetto,
che al vostro fido aspetto
gloria sognò, sognò giorni felici!
Addio corse alle selve, alle pendici
ispiratrici,
addio dell’arte amori
coronati di fiori:
siete larve abbaglianti e ingannatrici!
O fuggito alle infamie del mondo,
vola, vola, ti bea nel sereno,
coraggioso, che il calice pieno
hai gettato alle spine del suol!
Or, dal cielo, tu, artista giocondo,
alle tele incompiute sorridi,
e dell’arte degli uomini ridi,
dipingendo coi raggi del sol!
14
MISTERO DI STELLE
Oh ditemi il segreto, erranti stelle,
dei vostri eterni palpiti!
Qual desio vi commove il petto ardente,
quale amor, nella bruna aura tranquilla,
vi consiglia a oscillar sì dolcemente?
Forse è ver che di voi guida cìascuna,
quaggiù nel mondo vedovo,
un’anima alla meta in compagnia?
A noi l’antica età divinatrice
questa speranza del poeta invia.
Se fallace non è, deh stella amica
del mio pensoso spirito,
che fai lassù, dacché lasciai la culla?
24Brilla, brilla infedele, e cerca intorno
una fiammella di gentil fanciulla!
E poi con lacci che ti presti il cielo,
a te per sempre annodala;
sciogli le nubi dalle sue sembianze,
guidala mollemente ove, al sereno,
le stelle dei felici intreccian danze.
Ma neghittosa se tu resti ancora
nella tua danza eterea,
oh a te, dall’alto, cui di notte agogno,
una ultrice tempesta urli sul viso
e spenga col tuo raggio ogni mio sogno!
15
UN FIORE A SUO TEMPO
Un giovinetto
di vago aspetto,
un dì fra i calici
mi raccontò :
che di una bella
gentil donzella
come un maniaco
s’innamorò.
Ma un dì, la bella
gentil donzella
un fior donavagli,
pegno di fé;
il padre antico
di quell’amico
gli vide il simbolo
dentro il gilet ;
la madre fella
della donzella
il vaso vedovo
vide di un fior;
scandalezzata,
l’innamorata
25condusse subito
dal confessor.
E minacciato
dal padre irato
il cor del giovane
s’ingelidì ;
oh giorno, oh fiore!
Povero amore!
Sì puro e fervido
come finì!
Qual era il nome,
quale il cognome,
di quel fior perfido
d ‘oblio forier ?…
Egli era un nero
fior del pensiero…
Noi Lena amiamoci
senza pensier!
E finché sento
questo tormento,
detto fra gli uomini
male d’amor,
fiore non voglio
che porti imbroglio,
ma voglio stringerti
strozzarti al cor!
Quando poi stanco
sarò del bianco
tuo sen, del morbido
tuo folto crin;
quando al tormento
del sentimento,
colla materia
Dio porrà fin…
la stanza, o Lena,
di fiori piena,
sarà l’emporio
d’ogni color,
e allor nell’abito
26o nel soprabito,
Lena, mi sdrucciola
quel noto fior!
Aprile 1858.
16
DONNE E POESIA
CANZONE DI UN MISANTROPO
E beata è colei che non si sarà
scandolezzata di me.
Evangel. S. Matteo, c. XI., v. 6.
Come un raggio di sol su un vecchio muro,
monumento futuro,
in cui di verde l’edera ha vestito
i fior che adora il profumier perito,
e, amor dei vati e amor dei ciabattini,
i pampini divini,
e i merli ai fiori e ai pampini frammisti
sogno dei paesisti;
così della tua luce, o Musa, un raggio,
rapito al paesaggio,
scenda sul viso alle fanciulle amanti,
alle meste fedeli, alle incostanti,
alle errabonde femmine infelici
di sposi cacciatrici,
a quelle che trovato uno ne hanno,
e a cuocere lo stanno!
Mostrami a nudo sotto i rai tepenti
le vedove languenti,
poveri fior che inaffiano l’infranto
stel, che rinasce coll’umor del pianto:
mostrami la signora in frange e in seta
e la serva indiscreta,
e la merciaia, e la modista, altiera
27rondine della sera.
Spoglia i cuor, togli i crinolini audaci,
e tra i cerchi capaci
e tra le foglie dell’amor cadute,
indaga il sentimento e la salute!
Povero amico, aceto e cor prepara…
Ahi! bieca scena amara ;
oh illusïon perdute, oh telescopio
mutato in microscopio!
Vedrai che nebbia ci copria la vista
in quell’età sprovvista,
povera età, del santo raziocinio;
ah, il re Petrarca avea solo il dominio
quando insiem sognavamo alcove e seni
del nostro amor sol pieni,
e un sorriso di donna il cor ci empiea
come fa la marea!
Una fanciulla quindicenne, bianca
larva pensosa e stanca,
ci faceva tremar fibra per fibra,
né vedevam lo spettro che si libra
a tergo di ogni donna,
che al fruscio delle perle e della gonna
nascoso entro la chioma,
è il solo amante, e ambizion si noma.
Il solo amante, il prediletto amante
della fanciulla errante
mesta per via col cappellin sdruscito,
della compagna che al fatal marito
quasi a baston si appoggia;
della superba che dall’alta loggia
degna guardar la plebe,
e della fante nata sulle glebe.
Sì, la fante che arriva in sul mercato
col viso imporporato,
e in cui tu dentro al sen brunetto e tondo
sognavi l’innocenza e il far giocondo,
ha anch’essa un crinolino,
spera il mantel di seta e l’ombrellino,
28e compra il cacio e il pollo,
con quattro perle fálse intorno al collo!
La crestaia ?… misura al tuo pagare
se degno sei d’amare;
della tua borsa al nobile spessore
che particella ti può dar del core,
fino a che punto il viso
farsi gentil, per schiuderti un sorriso,
e ti misura i corni
dal numero dei nastri onde l’adorni.
Fra le eleganti, che alla fantasia
schiudono tanta via,
metà coi dolci della faccia incanti,
e metà colle vesti auree, striscianti,
e il volar dei cavalli,
e dita bianche strette in guanti gialli,
potrà forse l’amore,
dopo tanto bussar, trovarsi un core?
O pallido poeta, ecco, mia musa,
già di pallor suffusa,
getta la luce sua fra queste sete,
fra tante gemme in tanto oro sì liete;
spingi l’occhio sagace,
e tenta i cori, e cercavi una face…
Ahi! lucignoli solo
rischiarano del tuo l’ardente volo.
Se tu in mezzo alle dame, o sventurato,
giammai ti se’ innoltrato,
obliando le tue rime balzane
in tasca, come briciole di pane…
Ah le ascondi pudico,
o piuttosto le dona ad un mendico,
ché il pan della tua fama
sale non ha che stuzzichi una dama!
In chi, dimmi, versar l’onda infinita,
in que’ bei dì nudrita?
L’onda di un core che una volta appena
sia stato dalle muse a pranzo o a cena?
29Secol decimonono,
noi dividemmo i fulmini dal tuono,
ma tu, crudel, rapisti
le scintille dai cuori, e ci punisti!
Ecco! ogni anno che scende a noi trafuga,
nella veloce fuga,
qualche sacra dei nostri avoli usanza!
Finir le serenate, e della coda
l’ondeggiar venerando,
l’epica è morta, e del teatro Fiando
già si minaccia il fato,
e cadrà dei Figini il porticato…
Piangete, alme gentili, anche l’amore
si è fatto viaggiatore;
per qualche più felice astro, infedele
ci abbandonava e spiegò al ciel le vele!
Qui, Poesia soltanto
restò sparuta a pochi mesti accanto,
a ricordar gli ardori
onde una volta arse i paterni cuori.
– Amico! al dio defunto onor di eletti
carmi donai, perdetti
assai tempo languendo, ora ci vedo,
e no, perdio! non voglio essere Alfredo
s’esser non posso Arturo!
Amor, riposa in pace, astro maturo:
amico, ai campi, ai campi;
addio di cuore, o femminili inciampi!
Oh sì, amerem della natura i santi
i benedetti incanti :
la montagna lucente in faccia a noi,
i salici curvati ai lavatoi,
il lago specchio delle stelle, e i molli
clivi dei nostri colli,
e i fior del prato, e i ruminanti bovi
giacenti in mezzo ai rovi.
Il noce, l’olmo, i platani romiti
ci appariran vestiti
della scorza che Iddio, sarto giocondo,
30destinò lor quando cuciva il mondo,
e cogliendo tra l’erbe i gelsomini,
nudi di crinolini,
al profumo, al candor li sceglieremo,
e ghirlande faremo!
E l’aura che verrà dalla foresta,
sia risonante o mesta,
non sarà, come i femminili accenti,
il mobil velo, no, dei sentimenti;
sarà un semplice suon di ramo in ramo
un sussurro, un richiamo
da nido a nido, che darà frescura
a tutta la natura.
Sì, amico, lascia correr l’acqua al mare,
lascia i bimbi sognare,
giungeranno piangendo alla ragione;
lascia che dolci e candide persone
schiudan sorrisi da strappar le stelle…
noi conosciam le belle:
e colle muse al fianco, accorti eroi,
ci adorerem fra noi!
Giugno 1853.
17
TUTTI IN MASCHERA
Uom, tu che nasci in maschera,
e mascherato muori,
osi insultar, se incognito
è anch’esso il Dio, che adori?
Vorresti tu conoscerlo
ed affisarlo ignudo,
come una compra femmina,
o il conio di uno scudo?
Ma tu, da culla a feretro
lasci un sol dì il mantello?
Ardisci mostrar l’indole
31del cuore e del cervello?
Dio che a ragione, o tanghero,
di te più furbo è assai,
t’acqueta, la sua maschera
non lascerà giammai.
E tu in ginocchio pregalo
che ci lasci la nostra,
perché sarebbe orribile
l’anima messa in mostra!
18
– Amor ci suscita,
ma come, e donde?-
Le razze intrecciansi,
nessun risponde.
Inconscie reclute,
travolte in guerra,
piovono l’anime
su questa terra:
le stelle brillano
sui nostri amori,
il suol ci germina
serti di fiori,
ma tutto è tenebre
pria della culla,
e dopo il feretro
vediam più nulla!
19
SENZ’ALI
– O del mio mesto april rondine cara,
vieni a volar nella stanzetta mia,
32quando l’arte, di amplessi ahi! troppo avara,
del disinganno vittima mi oblia!
Vieni e vedrai, specchio di un tuo sorriso,
la tavolozza mia tutta splendore,
e sentirai, commosse al dolce viso,
le fosche tele sussurrar d’amore… –
Ma, ahi lasso! la gentil mia rondinella,
è una debole, trepida fanciulla,
che, sebben come un angelo sia bella,
fu senz’ali posata entro la culla;
e quando esce di casa a far mazzetti
della viola sui margini odorosa,
e a sospirar nei placidi boschetti
il dì che intrecci ghirlanda di sposa:
non vola, no, libera in mezzo al cielo,
ma preme il suolo, e a colmo di sventura,
la madre ha accanto che le abbassa il velo,
e la dilunga ognor dalle mie mura.
20
LARVE ELEGANTI
Come fra nebbia nei boschi caduta,
io dell’età vissuta,
rammento i giorni sacri al primo amore;
quelli in cui sbuccia il core
come dai chiusi petali al mattino
un puro gelsomino;
quando, coll’alba, discendean, sull’ali
dei sogni, a’ miei guanciali,
palpiti strani e idoleggiate torme
di seducenti forme!
Nella memoria mi riposa ancora
la vita di quell’ora,
e veggo omeri bianchi e bianchi denti,
e labbra sorridenti,
e occhi mesti e pupille accese e nere
passar davanti a schiere,
33lasso! e non una ne sortì, gentile
tesor primaverile,
a offrirmi i baci, a offrirmi il santo affetto
sognato al loro aspetto… ?
Eran tutte fanciulle innebriate
di danze avvicendate,
eran fanciulle che leggean romanzi
di fantasimi e ganzi,
eran fanciulle che poneansi al crine
fra i vezzi, fra le trine
e gemme e perle e corone immortali
di fiori artificiali…
ed io già in petto avea l’onda dei versi,
e gli occhi al ciel conversi,
e già pensoso mi smarrivo a sera,
tra i fior della riviera,
ascoltando il sospir che mollemente
muove dal sol morente!
21
Spesso i sogni che all’anima son belli,
ti aleggiano d’intorno al primo albore,
quando fuor del verone i mesti augelli
sospirano del cielo il tenebrore.
La tua vergine allora, in abbandono,
ti stringe il core che di gioia piange,
e, innebriato, ti risvegli al suono
della pioggia che a’ tuoi vetri si frange.
22
IL POETA UBBRIACO
Datemi un nappo, datemi dei versi;
le imposte aprite, entrino i venti e il sole:
quanti fantasmi nel cervel dispersi!
Che musica di forme, e di parole!
Sento un odor di grandine e di rose,
e il vo’ scrivere in versi alessandrini:
34come fanciulle flebili e amorose
cantin le cetre dai sonori crini;
e dando il braccio a sedicenni amanti,
pallide di languore e di piacere,
orsù, apparite, o ciclopi, o giganti,
e danzatemi intorno al tavoliere!
Sento il raggio del sol scendermi in petto,
e scaldar fibre sconosciute ancora;
– giganti, il vostro mistico balletto
ama la nota flebile o sonora?
Volete le cadenze imbalsamate
di fragranze di rosa e gelsomino,
o le rime dal turbine accozzate,
come foglie cadute in sul cammino?
O la canzon della notturna pesca
che naufraga piangendo fra i marosi,
o lo stridor con cui la tigre adesca
l’arabo in caccia fra i palmeti ombrosi?
Volete il canto che intuonò Maometto,
o il salmodiar che il Nazareno onora?
Giganti, il vostro mistico balletto,
ama la nota flebile o sonora? –
Sento un odor di grandine e di rose,
e il vo’ scrivere in versi alessandrini;
come fanciulle flebili, amorose,
cantin le cetre dai sonori crini!
Ma, o sedicenni danzatrici bionde,
volete i nostri balli, o i balli antichi;
dell’India amate le danze feconde,
o il rustico ballar nei piani aprichi?
Volete in giro rotear sul prato,
le mani unendo, e accelerando il piede,
o amate saltellar lungo il selciato,
come le donne sue Napoli vede?
O come anella musiche, alle dita
35i legnicciuoli della catalana,
a fascinar volete alla partita
i giovinetti con la danza ispana?
Volete il ballo del francese amato,
da cui l’uom pio scandalezzato riede,
o amate saltellar lungo il selciato,
come le donne sue Napoli vede?-
Datemi un nappo, datemi dei versi!
Le imposte aprite, entrino i venti e il sole!
Quanti fantasmi nel cervel dispersi,
che musica di forme e di parole!
Oh sorridete, sedicenni amanti,
pallide di languore e di piacere;
o eroi di fiamma, o ciclopi, o giganti,
dite, entrar posso nelle vostre schiere?
L’anima è un mar di note onnipossenti,
e sotto i baci del licor di Chio,
forti ho le braccia, e l’ali al cor potenti!
– Dite, entrar posso nella ridda anch’io?
Roteamo, cantiam, bimbe, giganti!
E d’amore e di vin qui scorra un fiume;
versi, aria, luce, fior nei crini erranti,
io brucio, e sento che divento un Nume!-
23
RITRATTI ANTICHI
Tele antiche, io vi saluto,
che dall’arte profumate,
qui vivete, come mummie
delle razze trapassate!-
Ecco appeso alle pareti
lungo stuol di cavalieri:
una truppa di guerrieri
che la morte insiem colpì!
Ecco vergini e matrone
36dalla nobile sembianza,
che di sguardi malinconici
intersecano la stanza;
ecco frati, e suore, e preti,
cui nel volto ancor si legge
la nequizia che fu legge
per le plebi di altri dì!
– O bruna fanciulla
che sempre sorridi,
ti dieder la culla
gli iberici lidi?
Quegli occhi più fulgidi
dell’aurea cornice,
oh dimmi se resero
un uomo felice!
Di nacchere e ghitarre
oh ardor di serenate!…
Dimmi, quanti morirono
sotto tue lunghe occhiate?
Ringraziane il pittore!
La tua sembianza suscita
faville ancor d’amore,
la tua potenza magica
tutta spenta non è:
se vengo a farti visita
sogno la notte a te! –
– O fiero soldato
che impugni la spada,
è orgoglio sprecato,
nessuno a te bada:
a cento ti passano
davanti i codardi,
e impavidi affrontano
l’orror de’ tuoi sguardi!
E un dì quel brando in fuga
forse ponea le armate…
dimmi quanti morirono
sotto le tue pedate?
Ringraziane il pittore!
Se più non fugge il pubblico
37compreso di terrore,
la tua sembianza suscita
un desiderio in me:
vorrei veder sul Mincio
la rotta intorno a te. –
– O pingue matrona,
che appoggi alla sponda ;
dell’ampia poltrona
la faccia rotonda,
per certo fiorivano
i pranzi al tuo tetto;
oh dimmi lo stomaco
ti fece difetto?
Odor di tue cucine
dopo le pingui caccie!…
Dimmi, quanti rnorirono
sotto le tue focaccie?
Ringraziane il pittore!
La tua sembianza suscita
il chilo e il buon umore;
la tua potenza magica
tutta spenta non è;
se l’appetito langue
vengo fidente a te! –
– Ma tu cardinale
dal viso paffuto,
dall’occhio bestiale,
tu pur se’ vissuto?
Sù dimmi, al tuo secolo
fiorìa la bottega?
Con quanti carnefici
stringesti tu lega?
Temevano gli armenti
levar su voi le faccie?
Dimmi, quanti morirono
sotto le tue minaccie?
Maledici al pittore!
la tua sembianza suscita
e lo schifo, e l’orrore!
Se in petto avessi un pallido
38baglior della tua fé,
si spegnerebbe, o lurida
figura, innanzi a te! –
Gennaio 1862.
24
AMOR DI CRESTAIA
– No, mia diletta, non ho più quattrini,
per mutarteli in nastri e in cappellini:
siamo a Natale, e le mie due sorelle
aspettano un mio dono a farsi belle,
e le sorelle, e la mamma, e la nonna,
già da un anno sdrusciscono una gonna:
Nina, se m’ami, non cercar denaro,
son povero, lo sai, non sono avaro.-
– Mi parli già da mesi, o giovinetto,
e sai se al mondo ebbi più caldo affetto;
sai che di baci mi bruciasti il viso,
sai che m’addenta il cuore un tuo sorriso,
sai che son tutta tua dal capo a’ piedi…
ma, santo Dio, non ho il coraggio, credi,
se alcun mi chiede chi mi portò via,
di dirgli il nome della fiamma mia!
Darei la vita per la tua famiglia,
ma, ve’, il tessuto tutto s’assottiglia;
puoi tu vedermi uscir così sdruscita?
Per le sorelle tue darei la vita,
perché son buone e son cortesi e belle,
e perché infine son le tue sorelle:
ma, Dio santo, non ho, non ho un’amica
più innamorata, e di me più mendica!-
Il giovinetto comprerà la vesta,
perché la sorte degli amanti è questa;
oblierà vedendola giuliva
il focolar ch’ei di conforti priva…
Finché, un bel dì, la fervida crestaia
la gonna sdegnerà dell’operaia,
39e spariran, di un ricco al nuovo affetto,
i regali e l’amor del poveretto!
25
ASSOLUZIONE
La mia ganza, una bimba assai devota,
e credo, a molti parroci ben nota,
venne a narrarmi, tutta addolorata,
l’ira del prete che l’ha confessata;
– Eh via – le dissi – vien, vieni a cenare,
io stesso poi ti voglio confessare,
e se vedrò che mi vuoi bene assai,
assoluzione e baci in copia avrai;
ché Dio promise, in questo oh grande e buono!
a chi avrà molto amato, il suo perdono! –
26
ORGIA
Versate amici il nettare divino!
Bruna è la notte, e la face scintilla:
spumeggi in cor coll’ispirato vino
la musa brilla!
Splende la face e s’avvicina il giorno;
nei colmi nappi un’anima s’asconde;
versate, amici, e danzatemi intorno
e brune e bionde!
Buia è la notte, e miagolan sui tetti
come bimbi sgozzati i gatti amanti;
cantiam, cantiam gli sprigionati petti.
le treccie erranti,
le tese braccie delle danzatrici!
Splende la face, amiamoci, e beviamo;
40è dolce sussurrar fra nappi e amici :
fanciulla, io t’amo!
Fra gli spruzzi del vin, come, a vederla,
la schiera delle amanti è più gentile;
son come i fior che la rugiada imperla
ai dì d’aprile.
Versate, amici, il nettare divino!
Bruna è la notte, e la face scintilla:
spumeggi in cor coll’ispirato vino
la musa brilla!
Cozziam le tazze, ed accozziam canzoni,
l’anima e il corpo insiem perdano il perno,
e a conto nostro danzino i demoni
nel loro inferno!
Brindisi ad essi, e agli angeli dei cielì,
brindisi al sole, e agli astri pellegrini,
brindisi al mare, al fulmine, e agli steli
dei fiorellini!
Splende la face, e s’avvicina il giorno:
nei colmi nappi un’anima s’asconde!
Versate, amici, e danzatemi intorno
e brune, e bionde!
Tutti, tutte, ahi! corrà l’eterna notte
dopo queste d’amor fulgidi notti;
morrem noi pur, frammisti alle bigotte
ed ai bigotti;
ma di costor la vivida natura
ritemprar non potrà, col cener molle,
che ortiche, e rovi, e squallida verdura
d’aglio e cipolle.
Dalle ceneri nostre, ancor frementi
del vasto incendio che abitò le salme,
evviva, amici! nasceranno ai venti
platani e palme!
4127
Quella ciarliera, Angelica,
fante di casa mia,
mi narrava di un Tizio
morto di apoplessia,
e raccontar credevasi
un’alta verità,
dicendo: ” Quel buon diavolo
andò al mondo di là!”.
– Al mondo ? – io chiesi – spiègati :
di là ? di là di che ? “.
Ma credereste ? Angelica
non ne sa più di me,
e non poté rispondermi
né il come, né il perché!
28
VERITA’
Ho il canto dell’ùpupa,
ho il viso di un prete,
le penne di un passero
sfuggito alla rete,
fanciulla, per essermi
sì cruda e severa?
Se’ tu inespugnabile,
mia bella trinciera?
Che filtri, che spasimi
fan d’uopo al tuo cuore,
perché mi rimuneri
di un raggio d’amore?
Vuoi dunque ch’io lagrimi,
ritrosa romana,
al par delle statue
di piazza Fontana?
Ch’io vada pescandoti,
42per darti la cena,
nel nostro naviglio
delfino, o murena ?
Ch’io danzi coi trampoli
su un filo di seta,
che un ago ti fabbrichi
di carta o di creta?
Ch’io strozzi un canonico
coll’irte tue chiome,
ch’io fermi l’elettrico
gridando il tuo nome?
Ch’io rubi nell’etere
di stelle un collare,
o fili il tuo strascico
col raggio lunare ?…
E sì che le bubbole
potrei qui finire,
se avessi la voglia
di farti arrossire,
fanciulla, dicendoti
la prosa del vero:
– Ho d’oro penuria,
son grullo se spero. –
29
NELLA TOMBA
Preda dei vermi languidi,
sarà vendetta mia,
per entro all’ossa putride
studiando anatomia,
nuda veder l’origine
d’ogni mia pena, il cor!
E la ragion richiedergli
di tanto e tanto amor…
Poi, bardo estinto, un ultimo
43sospiro accoglierò,
per ringraziar l’artefice
che la cassa inchiodò,
e alla chiesa cattolica
perdonar, nella quiete,
il puzzo delle esequie,
e il brontolìo del prete!
30
VECCHIERELLI AL SOLE
– Sulla porta dell’ospizio,
dove usciste in lenta schiera,
che vi dice, o miei vecchietti,
questo sol di primavera?
Oh narrate di che palpiti,
tramontati i caldi affetti
frema ancor l’età senile
all’arrivo dell’aprile ;
della speme tornan gli angeli,
o vi afferra il disinganno?
Dice il cor: siam vivi ancora,
o vi dice : è l’ultim’anno ?
Quest’auretta carezzevole,
vecchierelli, vi innamora,
o vi strazia col pensiero
ch’ella è muta in cimitero?
Oh il gennaio malinconico
rammentate, quando il cielo
era bigio, e al letticciuolo
vi assalia la nebbia e il gelo!
Rammentatevi le lagrime
che spargeste in questo suolo;
e gli stenti, e glí sconforti,
e gli amici che son morti!
44E direte: Auretta tiepida,
il Signor t’ha benedetta:
son pur belli in primavera
il giardin, la cameretta!
E direte: Auretta tiepida,
del Signor sei messaggiera;
spunti, auretta, il giorno estremo,
noi lassù ci incontreremo!-
31
I SUPERSTITI
Una mesta mi additarono
giovinetta a brun vestita,
e mi dissero: – É la Rita
che ha perduto il genitor! –
Pochi mesi sorvolarono,
la rividi in una festa:
avea candida la vesta
e danzava in mezzo ai fior!
Vidi al corso un cocchio splendido:
son gli eredi di un marchese,
che di qui, non corse un mese,
dentro il feretro passò!
Una sposa mi mostrarono
più di ogni altra seducente,
e allo sposo sorridente
qual chi molto e a lungo amò…
Così bella, così giovane,
chiusi gli occhi a un altro avea:
or le fila ritessea
dell’amor che sepellì!
Sì, fra i canti dell’esequie,
scorron lagrime dirotte,
ma, asciugate in una notte,
45son sorrisi al nuovo dì!
Sù, coraggio, o musa pallida,
vieni meco al cimitero;
ve’ di croci il campo è nero,
e siam soli in mezzo a lor!
Ma non val sospiro o lagrima
quest’oblio dei visitanti:
siamo tutti commedianti,
commediante è il tuo cantor!
Spesso i giorni dei superstiti
son da un feretro abbelliti,
dei nepoti agli appetiti
desco è spesso un freddo avel;
se qui pria giunge la figlia
presto il padre si consola,
che davanti a un’altra stola
potrà dare un altro anel;
più il riccone invecchia e al parroco
sospirar fa i bruni arredi,
più la rabbia degli eredi
gli conforta i vecchi dì.
Se… ma tremi o musa? debole,
tanto inver non ti credeva ;
che? tu pur se’ figlia d’Eva,
e tu lagrimi così?
Oh all’inferno e pianti e tumuli!
Ritorniamo a porta Renza,
là è l’altar dell’apparenza
tutto è festa, e buon umor!
E stassera, o mesta vergine,
noi stassera, danzeremo,
e nel vino affogheremo
le mie ciancie e il tuo dolor!
32
46LA LIBRERIA
Spesso io contemplo in estasi
la vecchia libreria,
la fida amica, l’anima
della stanzetta mia,
e, quando mesto io veglio,
parmi udirla cantare
le note indefinibili
che han le campagne e il mare.
Io, come un uomo celibe,
che per passar la festa
esce all’aperto, e in ozio
vagando alla foresta
coglie sbadato ai margini
un mazzolin di fiori,
e fa un pazzo miscuglio
di forme e di colori:
qui fuggendo i papaveri
dei greci e dei latini,
raccolsi del mio cranio
i pochi fiorellini:
qui, dì per dì, pascevasi
la giovinezza mia;
dell’alma è il calendario
la vecchia libreria.
D’antichi e nuovi scheletri
vi giace un cimitero:
messer Francesco spasima
presso il gagliardo Omero,
Rousseau e Plutarco fiutansi,
e i santi Evangelisti
placidi sonni dormono
in braccio agli antecristi!
Giusti, compagno incomodo,
dà nel fianco a Marini,
Manzoni inconsapevole
sostiene Niccolini ;
sotto que’ vetri sparvero
47gelosie di mestiere,
e vivono in famiglia
codice e canzoniere.
Vi son volumi fracidi
dei secoli passati,
dal tabacco degli avoli
dipinti e consacrati,
vi son moderni in folio
legati a ghirigori,
che sembran dir: – guardateci
non siam belli… di fuorí? –
Vi posa, o pia memoria!
tolto al suo tavoliere,
dell’ava mia carissima
un libro di preghiere,
dal mio giovine orgoglio
ahimè! troppo obliato
fra i sogni dell’infanzia,
che i preti mi han turbato.
Ella alle eterne pagine,
bimbo, mi innamorava,
e vi ponea per indice
i fior ch’io le donava;
ma l’ava santa è in polvere,
i fior sono avvizziti,
e della fede gli angeli
con lei, con lei spariti!
Cade la pioggia a torrenti, e risuonano
come tasti di cembalo le tegole;
un gatto nel cortil miagola ed urla,
quasi di spento vate anima errante!
crepita il focolar, bizzarramente
illuminando la mia fredda stanza:
ve’, il letto mi sorride in un cantuccio…
se’ tu l’amante che all’amplesso inviti?
Ma invano al gelo della strada io penso,
e a chi corre affannato la campagna,
per farmi dolci colla pena altrui
la quiete, e il sonno.. i miei scaffali vegliano
ed io qui resto ad ascoltarli intento!
48Come fauci di cantanti
che si muovono su e giù,
or si schiudono, or si serrano
i volumi palpitanti,
quasi albergo all’alme fossero
degli autor che non son più!
Udite, udite il cantico
che accompagna la pioggia;
or chi mi parla, è un logoro
libro d’antica foggia:
– Giovinetto, che guardi e sospiri,
qual speranza ti ride nel cor?
Tarpa l’ali de’ lunghi desiri,
oltre il mondo non cerca l’amor!
Liba, liba alla vita, infelice,
ché a galoppo s’involano i dì;
la speranza è una dea traditrice,
tutto fu quando il corpo morì!
Ve’ che notte, che venti, che gelo,
ve’ che cenere al tuo focolar!
Oh non pensa ai misteri del cielo,
corri invece una donna a cercar:
i tesori degli omeri nudi,
delle chiome cosparse di fior!
Oh divini di Venere ludi
quando Bacco le avviva i color!
Ama, e bevi, gentil giovinetto!
Conta l’ore coi baci e i bicchier;
la bottiglia ed un candido petto,
ecco il nume, ecco il culto, ecco il Ver!-
– Ahimè! ho libato al calice
dei godimenti umani!
Dei baci amai la musica,
e anch’io cacciai le mani
tra profumate chiome,
e di più d’una il nome
49mi si stampò nel cor!
Io pur cercai nei pampini
di Bacco, un dì, la gioia;
ma fra l’ebbrezza e l’estasi,
quando sparve la noia?
Succhiato ho disinganni,
veleno di malanni,
col vino e coll’amor!
O maledetta, inutile
se tutta è qui la vita!
Questa mia bella imagine
fu dunque partorita,
di donne a trionfare,
e le viti a sfruttare,
e tutto, e tutto è qui?
No: libro infame, l’anima
sento fremermi in petto,
e confidente il termine
del mio galoppo aspetto!
Ma chi mi dice dove,
e di che tempre nuove,
fia de’ risorti il dì? –
Sotto i vetri i libri altercano
e di pagine è un fruscìo,
qual di foglie che al natìo
tronco strappa l’uragan!
– Bimbo! un altro volume mi dice,
vivi e alterna i tuoi canti felice!
Il tuo spirto dal corpo spiccato,
poi che i liberi cieli ha adorato,
un volante augeletto sarà;
un augello di cento colori
che da un nido contesto di fiori,
modulando divini concenti,
e cullato dall’ali dei venti,
fino al sole il suo vol spingerà!-
– No – grida un fascicolo –
all’ultimo dì,
50nel cielo ti aspettano
le fervide Urì… –
Ma qui, cercando un’altra rima in i,
m’accorgo che la musica
di più chiare cadenze si vestì!…
Son sorci, sorci, ahi misero,
che fan la vecchia libreria vibrar…
e già da un mese io lascio
col vago suon la fantasia volar!
Poi se vi garba, ditemi
che i poeti non sono da legar!
Altro non è la musica
che una cena di topi viaggiator…
Io che sperava scrivere
su questo tema tanti versi ancor,
darò al fuoco la cantica,
e nelle coltri metterò il cantor!
Oh! ma prima al pericolo
il ricordo togliamo
della mia nonna: o povero
libro fra tutti io t’amo!. .
Ecco i salmi di Davide,
ed ecco, ecco il Vangelo…
come era bello il cielo
ch’io vi leggeva un dì!
E adesso ?… oh torna all’anima
sempre l’antica fede;
cinto di pie memorie,
il Dio dei padri riede;
riede possente, e il bacio
che al libro or ora io dava,
dal tumulo dell’ava
securo a Lui salì!
33
L’INNO DI PIO NONO
Quando in marzo fuggirono
51le insegne giallonere,
e alle nostre bandiere
risero i tre color;
noi cantavamo, pargoli,
l’Inno di Pio nono,
che dei tiranni al trono
malediceva allor.
Ma un dì la madre dissemi,
tutta piangente e smorta:
– Questa canzone è morta,
non la cantar mai più! –
Quel dì, le madri italiche
tutte ammonir la prole,
perché di Roma il sole
un lampo, un lampo fu!
Quei bimbi che inneggiavano
or più non siam, perdio!
Siam la legione, o Pio,
che il Campidoglio avrà;
siam gli implacati vindici
del pianto delle madri,
siam l’egida dei padri
risorti a libertà!
34
AI COLLEGHI NAPOLETANI
Chi partìa dalla bella laguna
verso il golfo che pari non ha,
e dell’arte l’intatta fortuna
ricercava alle cento città;
chi movea dall’avello di Dante,
di Virgilio cercando l’avel,
ben trovava uno sempre il sembiante
dei fratelli, e il sorriso del ciel!
52Sol cambiava divisa lo sgherro
che spiava il suo sacro cammin,
e scorgeva barriere di ferro
dal Cenisio all’estremo Apennin!
– Dite or voi, giunti pur da lontano,
il confin dell’Italia dov’è!
Voi venuti a far lieta Milano
messaggier di concordia e di fé!
Ah si stringan le destre, ché eterna
questa pagina al mondo starà;
e si ingemmi coll’arte fraterna
che gigante qual fu, tornerà!
E or salpando alla bella contrada
vi sian facili i venti del mar;
noi sappiam che a far breve la strada
vi fia dolce di noi ricordar!
E se Napoli, giunti, vi chiede
che novella Milano le dà,
voi cui mesce l’italica fede
alla gioia un’immensa pietà:
dite a lei, che la suora diletta
le rimanda un amplesso d’amor…
ma che Roma confida ed aspetta,
e Venezia è una martire ancor!
35
Oh non passate mai, plebi frementi,
femmine folleggianti in carnevale,
cori festosi e musiche plaudenti,
non passate dinnanzi all’ospitale!
Lasciate che sul misero guanciale
rassegnati riposino i morenti,
assopiti aspettando il funerale
corona alle sciagure, e ai patimenti.
Lasciateli coll’angelo che canta
53la divina melode all’infelice:
col Cherubino della fede santa.
Ahi! se i fantasmi del gioir superno
turba la vostra voce insultatrice,
sparisce il cielo, e schiudesi l’inferno!
36
CONSIGLIO
Donne, voi somigliate alla natura
che, se sorride, gli uomini innamora,
e desta la mestizia e la paura,
quando minaccia e quando si scolora.
Ma rammentate che l’april, se infiora
tutto nei campi, lascia fredda e scura
l’alma che gli alti suoi misteri ignora
e del bello alla fiamma non si appura.
Oh dell’aprile candide sorelle!
Somigliategli in tutto, disprezzate
chi non adora che la vostra pelle,
e soltanto le fide anime amate
che, sotto il velo delle forme belle,
sanno i tesori che nel cor celate!
37
COMMISSIONE
Metti un gaio color sul tuo pennello,
e dipingimi un cielo al primo albore;
poi fra le piante e i fior di un praticello,
un somarello – che canti d’amore.
Metti, se non puoi l’oro, almen l’orpello
sul tuo pennello – amico dipintore,
perché quel cielo rilucente e bello
54l’occhio abbarbagli dello spettatore.
Il somaro che innalza i caldi lai
spiri dagli occhi un’aria sofferente
qual di chi spera, e lieto non fia mai:
poi quando la tua tela mi darai,
io ti dirò se ben ritratto avrai
il volto di madonna e il committente!
38
STAGIONE PROPIZIA
Quando muoiono i fiori ai davanzali,
e quando i vetri la nebbia accarezza,
e le rondini in mar battono l’ali,
e del negro fanciul di val Vegezza
il grido, che dai vertici natali
chiamando il freddo e la malinconia,
par, della via fra i suoni incerti e uguali,
un la stonato in una sinfonia:
è quello il tempo di trovar marito,
fanciulle: allora l’uom che sta soletto,
come le membra, ha il core intirizzito;
e nella pace del deserto tetto
di un angelo che seco a un muto invito
s’assida al focolar, dolce è l’aspetto!
39
PICCOLE MISERIE
Primi rancori, puerili pianti,
capitomboli miei sul pavimento,
rabbuffi delle serve intolleranti,
e fiabe delle mie notti sgomento;
55giocatoli calpesti, e vetri infranti,
alfabeto del mio labro tormento,
schiaffi delle maestre, e pensi erranti
sui scartafacci, ancora io vi rammento.
Fiuto ancor della cattedra l’odore,
risento il gelo delle vaste scuole,
e riveggo il bidello e il professore. . .
Oh memoria crudel, spina del cuore!
E dove sono il volto e le parole
dei primi amici, e del mio primo amore?
40
AMICI ALLA PORTA
Coppie eleganti della vaga festa,
c’è alla porta una folla di signori
di vario sesso, di diversa vesta,
amici che vi aspettano di fuori.
Son tanti i tipi, son tanti i colori,
che di farli inoltrar mi venne in testa;
ma una donna fra lor, cinta di fiori,
mi dissuase, e la ragione è questa:
mi disse il nome dei compagni suoi:
scusatemi, dei vizii è la brigata,
che per danzar dimenticaste a casa;
e è la virtù di gigli incoronata,
quella che entrar non volle, persuasa
di trovar pochi amici in mezzo a voi.
41
FANCIULLA IN DELIRIO
– Levatemi le coltri!… è maggiorana,
56che bisogna piantar nel mio giardino
Ascolta… a festa suona la campana…
ma che fa qui in un angolo il becchino?
Deh, profumami, madre, il moccichino
coll’olezzo dei colli, e la sottana
dammi ch’io vi ricami un fiorellino…
ma il vecchierello ov’è che mi risana?
Oh non più, madre, medicine amare,
stanotte io feci un sogno fortunato…
e al dottore lo voglio raccontare;
un bel sogno… era un giovane soldato,
poi venne un prete… poi vidi un altare…
Madre, madre, il becchin l’hai congedato? –
42
OLANDA
Un cielo grigio, una mesta campagna
che uniforme svanisce all’orizzonte,
un placido canal che l’accompagna,
e qualche donna che scende alla fonte;
lungi, nei prati che la nebbia bagna,
la città sulla gotica sua fronte
alza l’antica cattedral grifagna,
sparuta come il vertice di un monte…
– Non hai teco un rimario, viaggiatore?… –
Ove fuggisti, o mio lepido umore,
in che borgo ho smarrite le parole?
Sì, al focolar del prima albergatore,
sento che canterai, povero core,
l’amor d’Italia, e dell’Italia il sole!
43
VETTURA NOTTURNA
57- Per la deserta strada, o viaggiatore,
dove t’affretti ai raggi della luna?
una madre lasciasti, il genitore
e sposa e bimbi, per cercar fortuna?
La notte in breve si farà più bruna:
forse al varco ti attende un traditore,
e cadran tue speranze ad una ad una,
come le foglie d’appassito fiore.
Se soltanto lasciasti una stanzetta,
un davanzal fiorito, un letticciuolo,
la portinaia, o un cane che ti aspetta,
cedi al mesto pensiero, e torna a volo:
quanti pianser, ma tardi, la negletta
povertà lieta del paterno suolo!
44
PITTORI SUL VERO
Schiudesti appena il tuo logoro ombrello,
e giù d’urti e di inchieste ti circonda
di pescatori un garrulo drappello,
e dura legge è pur che si risponda.
– Eh, che mai fa ? – Dipingo. – Oh bello, oh bello!…
– Ma come ? – Come posso. – E cosa ? – L’onda.
– L’onda del mar?… ci metta anche un battello.
– Il tuo, no, il mio che azzurri ha remi e sponda.
– Ma del quadro che fa, lassù a Milano?
– Al prossimo di buona volontà
lo vendo come l’ostriche e il merlano. –
La gente crolla il capo e se ne va,
dicendo : – É un pazzo – ed io soggiungo piano :
– V’ha chi tali ci crede anche in città. –
5845
Ma bello è quando parlano, seguendo
del pennello la corsa affaccendata,
e fra loro in famiglia discorrendo,
di tutti i casolar della borgata.
– To’, la casa di Gilda è già segnata!
– Ve’ la finestra qui del Reverendo!
Or che la fante gli cadde malata,
anch’egli il pover’uom va impallidendo.
– Guarda la barca di compar Clemente
che s’è annegato pescando corallo!
– Ve’, ve’, il giardino qui dell’Intendente!
– Oh ma non scriva, no, quel muro giallo:
vi sta un ricco che mai messa non sente,
e il curato lo danna senza fallo! –
46
Ma chi di voi parlerà… degnamente,
osterie che i pittor ricoverate?
Delle vostre cucine è nume un niente
frammisto di cipolle e di patate!
Sognate vino e ostiera seducente?
Un vecchio marinar vi ritrovate,
che vi schiude una stanza puzzolente…
Della cantina ohimè non ne parlate!
Ma quando tapezzata è la stanzetta
di tele, e qualche amabile pilota
narra gli eventi della sua barchetta
e un letticciuol le stanche membra aspetta…
l’itinerario del diman si nota,
e sulle labra vien la canzonetta!
47
59Pensate a un uom, prigione alla locanda,
con una pioggia che a torrenti cade!
Se costui Cristo al diavolo non manda
É paura d’entrambi che lo invade.
Uscir?… di fango sono un mar le strade,
e le mie scarpe han l’aria miseranda;
che cesserà, l’oste mi persuade,
e ch’io pazienti ancor mi raccomanda.
Si comincia a educare il gatto o il cane
con cento schiaffi, ed un soldo di pane,
poi si contano travi e casseruole,
poi sospinta la serva alle carole,
e affumicate dei sorci le tane,
sbadigliando si scrive un inno al sole!
48
Ma ritornato dalla lunga gita
alla casa paterna, a’ tuoi diletti,
d’alme memorie l’anima arricchita,
e la valigia piena di abbozzetti:
come lieto rivedi i cavalletti
che abbellano la tua stanza romita,
e come lieto ai muri prediletti
appendi la tua preda, al mar rapita!
Poi come è dolce raccontar gli eventi
agli amici del tuo viaggio lontano,
e innamorarli dei lidi ridenti!
E quando, solo al tuo lavor, la mano
trascorre, e vola il cuore, ancor tu senti
fuor dai vetri il fragor dell’oceàno!
49
CRITICA D’ARTE
60L’ho visto il quadro… è bello, è sorprendente!
Che gagliardo color, che forma pura!…
Però nel fondo non capisco niente,
e l’argomento mi mette paura.
La barba del pontefice Clemente,
ditelo voi, non vi par troppo oscura?…
E quella faccia di donna languente
è tipo superiore alla natura!
Poi c’è quel dito, ahimè! del cardinale,
che pecca assai nella sinistra parte;
sono inezie, lo so, ma piano piano
si sdrucciola nel falso e nel balzano!
Ah, in questa Italia benedetta, l’arte
ahimè va male, ahimè va mal, va male!
50
ADORAZIONE
– A messa mi volete alle sett’ore?
No, guardate lassù che amena vetta!
Domani io sarò là sul primo albore,
a cogliere per voi timo e violetta.
E se non mi vedete alla chiesetta,
non paventate l’ira del Signore:
non è incenso o latin che lo diletta,
ma il profumo, ma l’estasi del core!
E il mio cor, che quaggiù pensa a voi sola,
se lo porto sui monti a respirare,
miracolo! adorando al ciel se ‘n vola,
e del bello commosso alla parola
che susurrano intorno i campi e il mare,
egli diventa il mio unico altare!
61