Della Moneta, Ferdinando Galiani

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Della Moneta
Ferdinando Galiani
Libro I: De Metali
Libro II: Della Natura Della Moneta
Libro III: Del Valore Della Moneta
Libro IV: Del Corso Della Moneta
Libro V: Del Frutto Della Moneta
Livro I
De’ Metalli
Io ho deliberato di scrivere e, secondo le mie forze e il mio talento lo potranno, illustrare la natura e
le qualità della moneta, o sia di que’ metalli che le nazioni culte come un equivalente d’ogni altra
cosa usano di prendere e dare: materia quanto per la sua utilità gravissima, tanto, per l’oscurità che
la cuopre, degna d’essere studiata e conosciuta assai più di quello ch’ella non lo è dagli uomini
preposti a comandare. Mostrerò imprima perché de’ metalli, e principalmente dell’oro e dell’argento
siansi tutti gli uomini costantemente per moneta serviti; donde il valore de’ metalli abbia origine; e
che questo né dal capriccio degli uomini, né dalle leggi de’ principi si forma, si costituisce o si
regola, ma che da quello del metallo il suo valore la moneta ritrae. Passerò indi a spiegare la natura
e gli effetti degli alzamenti ed abbassamenti della moneta così celebri e misteriosi; e poi la
necessità della moneta, il suo corso e la ingegnosa rappresentazione di essa con carte, fatta ad
utile pubblico, sarà esaminata. Finalmente dell’interesse, dell’aggio e del cambio, che sì astruse
cose sembrano, sarà appalesato ogni più riposto ordigno ed ogni principio che le regola e le muove.
Se alla vastità dell’idea, che io ben conosco difficile, sarà per corrispondere il fatto, non si conviene
a me, ma a’ miei lettori il dirlo. Io sono certo però che, mentre il solo amore al ben pubblico è che a
scrivere mi conforta, dell’aiuto della Suprema Mano, che alle virtuose imprese particolarmente si
presta e di cui sola ho bisogno, non sarò per esser privo, né mai in così lungo cammino
abbandonato.
Capo Primo
Della scoperia dell’oro e dell’argento e del traffico con essi fatto. Come e quando s’incominciarno ad
usa per moneta. Narrazione dell’accrescimento e diminuzione della moneta. Suo stato presente.
In tutti i paesi che la moneta usano, è questa da tre metalli costituita: l’uno di grande, l’altro di
mezzano e il terzo di basso valore. L’oro e l’argento senza eccezione alcuna occupano da per tutto
il primo e il secondo grado. Il terzo metallo ne’ vari secoli è stato diverso. L’Europa tutta oggi usa il
rame, usaronlo ancora gli antichi; ma i Romani talvolta usarono anche il rame giallo, o sia ottone, e
il bronzo; e sonovi pure monete di piombo certamente antiche. Il ferro in Grecia e nella Gran
Brettagna a’ tempi di Cesare fu in uso. E molti popoli sono oggi, che una mistura di due metalli
adoperano per bassa moneta. Oltre a ciò, non mancano nazioni che non di metalli, ma si servono o
di frutta, come di mandorle amare in Cambaia, di cacao e di maitz in qualche luogo d’America, o di
sale, come è nell’Abissinia, o di chiocciole marine. Le quali cose, se moneta siano o no, quando
sulle parole si fusse qui per disputare, molto si potrebbe argomentando dire; ma di nomi saria la
disputa, e non di cose. Dell’oro e dell’argento adunque, degli altri metalli meno curando, saremo a
dire, e prima della loro invenzione ed antico uso.
Molte maniere hanno i filosofi immaginate, colle quali poterono i primi uomini alla cognizione de’
metalli pervenire; delle quali a me pare la più verisimile questa. Io penso che i primi metalli ad esser
conosciuti debbono senza dubbio essere stati il ferro e il rame: perché essendo questi in ampie
vene non molto profonde e ascose raccolti, e spesso in grandi masse di metallo quasi puro, potél’ammirazione, che dell’esperienza e dell’indagamento curioso è madre, portar gli uomini della prima
età ad appressare al fuoco questi corpi, dalle pietre e dalle terre nell’aspetto diversi; e nel vedergli
correr fusi e liquefatti sul suolo fu la loro natura conosciuta. Poté dunque la curiosità, che tanto è
maggiore, quanto sono più grandi i bisogni e più ignota la proprietà de’ corpi, condurre gli uomini a
questa cognizione. Poté anche farlo il caso, a cui delle cose grandi la scoperta per ordinario è
dovuta: poiché gli uomini avendogli forse, non distinguendo le masse de’ metalli dalle ordinarie
pietre, accostati al fuoco per restringere e sostenere le legna, gli avranno veduti con maraviglia
liquefare. O finalmente dall’eruzioni de’ vulcani, che menano talora torrenti di liquefatti metalli, l’arte
di lavorare il ferro avranno gli uomini appresa.l E quindi forse egli è che i popoli, di cui la favola
antichissima e la storia parla come di lavoratori di metalli, altri non sono che gli abitanti de’ paesi in
cui arsero anticamente fuochi naturali e vulcani. Ma l’oro e l’argento, che in insensibili fila sono in
mezzo a durissime pietre sparsi e nascosti, o che fra l’arena in minutissime pagliuole sono misti,
non poteano dare a conoscere che potessero al fuoco liquefarsi e unirsi, e che malleabili fossero,
se colla scoperta di altri metalli non avessero già gli uomini saputo le qualità di questa classe di
corpi. Perciò io porto opinione che nelle arene de’ fiumi, de’ quali moltissimi in ogni parte della terra
recano oro al mare, abbiano gli uomini questo metallo in prima raccolto: e che poi, argomentando
che ne’ monti erano queste particelle rose e portate via dall’acqua, cominciarono pur essi a cavare i
monti ed andare a prendere l’oro nelle natie sue vene; ed ivi l’argento, che quasi sempre è suo
compagno, rinvenirono ancora.
Così scoperti, fu la loro singolare bellezza, e lustro, che fecegli aggradire. E che anche negli
antichissimi tempi così pensassero gli uomini, si può comprendere dal vedere che così pensano
ancor oggi i selvaggi e gl’Indiani. Perocché a trovare il vero fra quello che si dice essere ne’ remoti
secoli accaduto, non vi è più agevole via che riguardare ai presenti costumi de’ popoli inculti e da
noi lontani; operando la distanza del luogo quello stesso che fa la diversità del tempo. E si può
perciò con verità affermare che nel presente secolo sono esistenti tutte l’età dal diluvio fino a noi
passate, le quali da distanti popoli ne’ loro costumi veggonsi ancora imitate. Or se niuna nazione
barbara è oggi, in cui non sieno le donne, i bambini e gli uomini più potenti avidissimi d’addobbarsi
la persona, né mai ne’ loro ruvidi ornamenti, quando possono averlo, manca l’oro e l’argento, lo
stesso de’ primi uomini è da dire. In tutta l’America prima del suo scoprimento, quantunque niun uso
di moneta vi fusse, erano l’oro e l’argento sopra ogni altro stimati, e come cosa sacra e divina
venerati. Né in altro, che nel culto delle loro divinità, e nell’ornato del principe e de’ signori
adoperavansi. Da’ due antichissimi libri che ci restano, il Pentateuco ed i poemi d’ Omero, si
comprende che la stessa stima ed uso ne avesse l’ antichità fatta. Vedesi in Omero che tutti gli
ornamenti de’ duci del suo esercito erano d’oro e d’argento intrecciati, e spesso di chiodetti guarniti.
Però è degno di osservazione che dell’argento incomparabilmente meno che dell’oro si parla; e si
conosce, per quanto a me pare, che in que’ tempi eguale o anche maggiore era la rarità e la stima
dell’argento sopra quella dell’oro. La qual cosa sebbene a prima vista sembri straordinaria,
meditandovi, si conosce che non potea essere altrimenti. Egli è da sapersi che, siccome di tutti i
metalli che sono nelle arene de’ fiumi sparsi, non ce n’è alcuno che vi sia più copiosamente dell’oro,
così per contrario l’argento mai non vi s’incontra. Or che meraviglia, se popoli rozzi, e che la
maggior raccolta la fanno appunto nelle arene, che è di tutte le maniere la più facile, avessero meno
argento che oro? Così è anche oggidì fra i barbari. E perciò dee pur essere vero che ne’ tempi
antichissimi fosse conosciuto prima l’oro dell’argento. Perciò la spada, la quale all’offeso Ulisse fece
il re Alcinoo dall’offensore Eurialo presentare, di grandissimo valore era, perché il suo pomo avea
((con chiodetti d’argento)).
Ma mentre ancora incolti erano i Greci, già l’Asia e l’Egitto con più civili costumi viveano, e più
abbondavano di ricchezze, Salomone, che agli Ebrei le porte del commercio dell’Oriente aperse e
mercatanti gli rese, colle sue navi da Ofir e da Tarsis immense ricchezze trasse a Gerusalemme.
De’ quali luoghi l’uno è, come io stimo, la costa orientale dell’Africa, l’altro la Spagna. I Fenici e i Tirii
indi posti in suolo sterile ma di sicuri porti ripieno, non molto dopo ad ogni altra nazione tolsero il
dominio del mare, e soli a mercatantare incominciarono. Furono essi i primi che, dell’oro e
dell’argento provvedendo copiosamente la Grecia e l’Asia Minore, all’uso di moneta gli fecero
insensibilmente pervenire. Perché avendo delle loro colonie ripiena la Sicilia, la Spagna e l’Africa,
paesi di miniere ricche abbondanti, di là l’oro traendo cominciarono in Grecia a portarlo, e con altre
merci a cambiarlo. In questo cambio ben presto dovettero essi avvedersi ch’essendo sempre eguale
il valore del metallo, colla sola varietà del peso, o sia della quantità, dovevasi regolare. Perché
erano sempre eguali le raccolte, generale la ricerca, né mai diversa la qualità: non essendo alloranote le arti della lega, né della piccola differenza naturale de’ carati per la rozzezza de’ tempi
avendosi cognizione alcuna. Perciò que’ popoli che i metalli raccoglievano e cambiavano, dovettero
per maggior comodità stabilire certi pesi e misure, secondo le quali si potesse il metallo apprezzare.
Il che da tutti gli altri popoli, che vino, grano, olio raccoglievano (piante in que’ tempi forse tanto ad
alcuni paesi particolari e rare, quanto oggi la cannella, il cacao e gli aromi), in alcun modo imitare
non si poteva per la sempre diversa bontà della mercanzia. Né fu cosa difficile che, cambiandosi già
i metalli divisi in giuste e pesate quantità, si cominciassero queste anche dalla pubblica autorità, che
presedeva ne’ mercati ai cambi ed al commercio, con qualche segno ad improntare.
Ed ecco la naturale e vera introduzione e del conio e della moneta. Quindi è forse che Erodoto ai
Lidii attribuisce la prima invenzione del conio; perché i Lidii ne’ loro fiumi molto oro raccoglievano, e
lo davano ai Tirii ed ai Feniri: e da questi alle altre regioni recandosi, venne ad acquistare quella
universale accettazione, che moneta lo costituisce. La narrazione di questi accidenti compone tutta
la mitologia e la sacra favola greca, la quale si potrebbe giustamente definire una confusa storia
delle prime navigazioni e commerci fatti nel Mediterraneo, e delle rapine e guerre per cagion del
comercio avvenute. Né fra quegli antichi secoli e i nostri altra disparità io trovo, che quella che dal
grande al piccolo corre. Quel che oggi è l’oceano era allora il Mediterraneo, e mondo dicevansi le
terre che sono dal mare Mediterraneo bagnate. La Spagna, che io credo essere stata quella famosa
Atlantide tanto con oscure notizie dagli egizi sacerdoti celebrata, corrispondeva alla nostra America;
il mar Nero e la Colchide era la presente Guinea; l’Ellesponto e la Tracia, l’India; i Tirii, i Sidonii, i
Cartaginesi erano le potenze marittime e le repubbliche negozianti de’ nostri dì; l’Egitto e l’impero
babilonico alle grandi nostre monarchie, che in gran parte sono da’ popoli negozianti provvedute,
rispondono; ed in più piccolo spazio i medesimi accidenti di navigazioni e scoperte gli Ercoli e gli
Ulissi di allora ed i nostri Colombi e Gama incontrarono; ed i buoi, le ulive, il grano allora, come ora
il caffè, il tabacco, le droghe furono da’ naturali paesi tolti ed altrove traspiantati.
Usossi adunque il metallo pesato quasi subito dopo che a mercatantarlo s’incominciò. Il che se
presso gli Americani non era avvenuto, fu perché questo negozio e trasporto per varie mani non
v’era. Difficile cosa è il determinare ora l’origine della moneta, se tra metallo pesato e moneta si vuol
fare disparità. Perché i sicli d’argento sin dal tempo d’Abramo nominati, e i talenti d’oro son
certamente nomi di pesi fra’ Greci e fra gli Ebrei. Ma questo non pruova che monete anche non
fossero allora, come poi lo furono, perché e la libbra, o sia lira, e l’oncia sono fra noi nomi di pesi,
che pure alle monete si appropiano. Che se il metallo pesato, e comunemente accettato, si vuole
avere, come si dee, per vera moneta, si potrà con certezza affermare che nella guerra troiana l’oro
ed il rame s’usò per moneta. Suole Omero gli uomini denarosi dirgli ((ricchi d’oro, e di rame)). Nel
tesoro à’Ulisse ((molto oro e rame era amonticchiato)). Né il chiamar la moneta col nome del suo
metallo è cosa strana, mentre la moneta è detta aes da’ Romani, Chalchos da’ Greci, argent da’
Francesi. Fu dunque la prima moneta che la Grecia usò, d’oro e di rame; d’argento per la sua rarità
non avendola potuto avere. Le monete d’oro erano il talento e il mezzo talento, che spesso
coll’attributo di panta sono da Omero nominati, il quale al nostro ((giusto)), e ((trabboccante))
corrisponde. Usarono in oltre per moneta di conto la voce Bos, che dinota il bue; sia che co’ buoi
ogni cosa valutassero, o che, come io mi do a credere, sia questo un nome di moneta. Se moneta
ella fu, d’oro certamente era, leggendosi al lib. 23 dell’Iliade una schiava, che destra molto ed
industriosa era, valutata non più che tesschraboion, ((quattro Boss)). Questa maniera di valutare
lungo tempo fu in uso, trovandosi che la vedova di Polidoro re di Sparta una sua casa vendé
valutata a questo modo. Né manca chi crede che questo nome alla moneta si fosse dato, perocché
l’immagine del bue aveva. La quale opinione a me non piace, e sono più inclinato a credere che
sulle prime questa moneta, che forse era lo stesso talento, al prezzo d’un bue corrispondesse, e
che i Greci antichi, come poi i Sassoni nelle loro leggi usarono, la moneta istessa co’ bestiami
apprezzassero; ma poi, fatto più abbondante il metallo, non corrispose più al valor de’ bestiami. E
quindi forse sarà avvenuto che la celebre echatombi a’ tempi in cui scrive Omero, non dinotava più
un numero di cento buoi, ma era un nome di sagrifizio, che anche di capretti e d’agnelli talora era
costituito.
Ma a’ tempi della guerra troiana l’Oriente avea pure ad usar la moneta incominciato, con questa
differenza: che la moneta d’argento prima di quella d’oro, secondo le memorie che ce ne avanzano,
fu adoperata. I sicli erano d’argento, e quella voce ebrea Kesita, che nel Genesi al c. 53 si trova, e
che per ((agnello)) è spiegata, più verisimile è che fosse una moneta d’argento, così dettadall’antico suo valore, che era eguale a quello d’una pecora, e non già dalla imagine impressavi. E
certamente avendo gli Asiatici in gran parte allora con vita pastorale vivuto, i prezzi delle cose a
quello de’ loro bestiami avranno essi comparato. Ma delle vicende della moneta in Oriente meno io
sarò sollecito d’indagare la storia, che delle regioni alle nostre più vicine. A queste adunque
ristringendomi, dico che l’origine della moneta d’argento in Grecia mi è ignota. So che le miniere de’
Cartaginesi, cominciate a cavare presso la Nuova Cartagine da Annibale, furono abbondantissime
d’argento. Non meno lo erano quelle di Laurium nell’Attica, che a’ privati Ateniesi appartenevano,
ma queste in tempo più recente si scavarono; mentre a’ tempi di Dario non era per ancora in Grecia
reso sì abbondante l’argento, che meno dell’oro valesse. Dall’accurata descrizione che delle offerte
fatte al tempio di Delfo fa Erodoto, il quale dalle tradizioni di que’ sacerdoti gran parte della sua
storia trasse, si comprende questa verità. Sono però dall’altra parte da aversi per favole: che un
Filippo re di Macedonia custodisse una tazza d’oro, come cosa rarissima, sotto il suo origliere
dormendo; che gli Spartani, per indorare il volto a un simulacro di Apollo, non avessero potuto in
tutta la Grecia trovar oro che vi bastasse; che Ierone I re di Siracusa, da altri che da Architele
Corintio non avesse potuto aver oro da farne una statuetta. È eccessiva e falsa, come ho detto,
questa rarità: poiché Erodoto enumerando le ricchezze in Delfo da lui vedute, dice aver Creso solo
donati all’oracolo CXVII mattoni d’oro lunghi altri di sei palmi, altri di tre, e un palmo grossi, de’ quali
IV erano d’oro di coppella pesanti due talenti e mezzo ognuno, gli altri tutti erano d’oro bianco, cioè
di basso carato. Donò di più un leone d’oro puro di X talenti; due tazze, una d’oro e una d’argento,
quella di peso VIII talenti e 1/2, questa capace di seicento anfore; quattro gran conche d’argento, ed
altri molti doni ancora. Ad Anfiarao suo amico donò uno scudo ed un’asta interamente d’oro. Da
queste più veraci narrazioni si scuopre l’abbondanza, o almeno la mediocre quantità de’ preziosi
metalli in quel tempo.
In questa mediocrità si visse fino ad Alessandro. Da lui spalancatesi le porte dell’Imperio persiano e
dell’Indie, e l’aspetto intiero del mondo cambiatosi, per altri canali corse il commercio, e di assai
maggiori ricchezze s’empì la Grecia, la Siria e l’Egitto. Lo che si comprende dalla pompa de’ funerali
suoi, e assai più dalla coronazione di Tolomeo Filadelfo, che ancor oggi con istupore come cosa
incredibile si legge. Ma tutte queste ricchezze le assorbì Roma, e se le ingoiò. Quella Roma, che
nata povera, cresciuta lentamente per le sue discordie, restò da queste oppressa, e nella lunga
scostumatezza sua ed ignavia de’ suoi principi estinse quelle virtù ch’ella avea per tanti secoli
conservate. I trionfi di Paolo Emilio, di Lucullo e di Pompeo furono gli ampi fiumi che nell’oro e
nell’argento la fecero nuotare, e di tanta ricchezza l’empirono, che fu certamente maggiore di quella
che alcun’altra città, anche dopo scoperta l’India, si abbia finora avuta. Dove è da ammirare la
differenza fra que’ secoli e i nostri: allora le ricchezze erano delle armi compagne ed alle vicende di
queste ubbidivano, oggi lo sono della pace; allora i più valorosi popoli erano i più ricchi, oggi i più
ricchi sono i più imbelli e quieti; e questo dalla diversa virtù nel combattere deriva.
Ma per dire alcuna cosa più particolare della storia della moneta fra i Romani, è da sapersi che
Roma non ebbe in prima altra moneta che di rame, da Servio Tullio battuta e pecunia chiamata.
Non che la moneta d’oro e d’argento non conoscessero, ma questa non era propria, e l’aveano da’
vicini Etrusci, popolo potente, culto, industrioso, e senza dubbio alcuno d’Oriente venuto. Nell’anno
CDLXXXIV dalla sua fondazione fu coniata la prima moneta d’argento, e LXII anni dopo quella
d’oro. Intanto nelle calamità che nelle guerre puniche ebbe la Repubblica, fu il prezzo del rame con
istraordinarie mutazioni variato tanto, che as si chiamò una porzione di rame, che solo alla 24 parte
dell’antico corrispondeva. Grandissima mutazione in vero, se ella fusse stata così nelle cose come
fu nelle parole: ma le merci (non mutato il valore intrinseco) secondo la variazione de’ nomi nel
prezzo si variarono. Anche il valore dell’argento riguardo al rame fu grandemente cambiato. Dopo
queste mutazioni, poche più ne fecero i Romani, e solo gl’imperatori che furono dopo Pertinace
nella bontà de’ carati le monete senza ordine e regola andarono corrompendo.
Ma dappoiché, per la mutazione degli antichi costumi ed opinioni, cominciò l’Imperio romano dalla
sua grandezza e virtù a declinare, si vide a poco a poco diminuire l’abbondanza dell’ oro e
dell’argento. Perché i barbari non più col ferro e colla forza erano respinti, ma coll’oro e co’ tributi
delle terre romane si teneano lontani. Così questi metalli nelle vaste settentrionali regioni si
spargevano, e dissipandovisi erano consumati. E molto più scemò l’abbondanza quando, avendo i
barbari inondato e guasto l’Imperio, nelle sovversioni delle città e ne’ saccheggi, molto metallo restò
sotterra sepolto, molto se ne distrusse e disperse, né col commercio, che interrotto ed estinto era, sipoté ripigliare. Quindi ne’ secoli IX e X in cui dopo il gran periodo tornarono le nostre provincie in
quello stesso stato di rozzezza e povertà, in cui ne’ tempi vicini al diluvio erano state, la rarità
dell’oro di nuovo divenne grandissima, ed il valore delle cose parve per conseguenza bassissimo. Il
che non sarebbe stato se, come usarono i Romani di alzare la moneta, l’avessero anche sbassata.
Ma essi sostenendo sempre il valore una volta alzato costrinsero poi le merci ad avvilirsi, quando la
moneta ritornò a scemare. Da questa povertà vennero gli ordini del governo di questi secoli, e
principalmente le leggi feudali, il vassallaggio, la schiavitù, i censi, le decime, e altri simiglianti
costumi. Perché non potevano i sovrani ed i padroni altrimente riscuotere i dazi, che in servizi
personali, o in frutti della terra.
In questo stato travagliandosi gli uomini, struggendosi e saccheggiandosi tra loro, fino al secolo XIV
vissero miseramente. Tanto è vero che l’avidità nostra quando gli ordini del governo turba,
c’impoverisce tutti senza arricchire alcuno; ma se sotto i civili regolamenti sta frenata, è cagione
onde gli stati s’arricchiscano ed in forze ed in felicità si augumentino. Quindi è che nel XV secolo,
prima ancora della scoperta delle Indie, l’oro e l’argento, più regolatamente vivendosi, tornarono ad
apparire in maggior quantità.
Ma pervenuti gli anni della nostra redenzione al numero di MCCCCXCII, Cristoforo Colombo
genovese con navi spagnuole avendo la nuova India scoperta, e i Portoghesi nel tempo istesso
nella costa della Guinea e dell’Oro inoltratisi atrafficare, a persero nuova strada, onde vaste quantità
d’oro e d’argento potesse l’Europa acquistare. In pochi anni si trasse dall’ America tutto quel metallo
che in tanti secoli aveano gl’Indiani raccolto; e quanto grande questo fosse, si può appena colla
mente concepire. Fu allora che, aperto il campo all’industria de’ sudditi e all’avidità de’ principi,
senza più spogliarsi l’un l’altro, sperarono essi potersi tutti arricchire. Così a’ pacifici pensieri rivolto
l’animo, si cominciò ad impiegar que’ tesori, che prima in armi e in guerre struggevansi, alla
edificazione di navigli, di colonie, di porti, di fortezze, di magazzini e di strade. Quella gente, che per
tentar la sorte prima nella guerra soldavasi, allora tutta sul mare, a’ viaggi, scoperte e conquiste del
nuovo mondo si rivolse con incredibile fervore. Lo che, siccome agl’Indiani innocenti portò
saccheggi, schiavitù, stragge e desolazione, così all’Europa, già tutta di commerci, di compagnie e
d’industrie resa vaga, arrecò pace ed umanità, miglioramento nelle arti, lusso e magnificenza: onde
ella tutta di ricchezze e di felicità mirabilmente s’empì. Sparve da noi il barbaro uso de’ servi; perché
nostri servi, anche più crudelmente trattati, divennero gl’Indiani e i negri dell’Africa: essendo
verissimo a chi ben riflette, che non può un popolo arricchire senza render povero ed infelice un
altro; e siccome i Romani colle conquiste resero prospera l’Italia, così noi, sebbene conquistatori
non crediamo di essere, pure sulle miserie altrui siamo arricchiti: benché la distanza grande de’
luoghi fa che non ci feriscono gli occhi le calamità che in America soffrono quelle infelici vittime del
nostro lusso; e quindi ci persuadiamo che la industria e il traffico innocentemente ci dia guadagno.
Le ricchezze che l’India somministrò, quasi tutte sulla Spagna, a cui fu congiunto anche il
Portogallo, imprima colarono; ma le calamità di quella nazione presto le fecero trascorrere altrove:
pure la quantità era sì grande, ed il valore delle cose tutte era tanto incarito, che certamente non si
sarebbero molto più lavorate le miniere dell’India per trarne nuova quantità di metalli ricchi, se non
si fosse inaspettatamente aperto un ampio canale al loro corso.
È stata l’India antica in ogni tempo più di noi bisognosa d’oro, ed anche più d’argento, e per
guadagno da’ nostri mercanti vi si portava. A’ tempi di Plinio era così: da lui ci è fatto sapere questo,
dicendo egli: ((indigna res, nullo anno minus H. S. quingenties imperii nostri exhauriente india)).
Gio. Villani dice dell’oro ((che i mercatanti per guadagnare il raccoglievano, e portavano oltre mare
dove era molto richiesto)). Nelle note di Uberto Benvoglienti alla Cronaca Sanese di Andrea Dei,
all’anno 1338, si trova memoria del commercio di Soria fatto da Benuccio di Giovanni Salimbeni,
camerlengo di Siena, uomo sopra lo stato di privato ricchissimo, con queste voci: ((il detto Benuccio
l’anno seguente 1338 avea colto grande qumtità d’argento e di rame, ed essendo venuto all’usato el
grande mercatante di Soria al porto d’ Ercole con quantità di mercanzia di seta, tutte furo comprate
per lo detto Benuccio, et pagate d’argento e di rame)). il valore di tutte ascende a 130 mila fiorini
d’oro; ed è cosa curiosa a leggere, e degna di riflessione, per conoscere quanta moneta nostra
assorbisse l’Oriente. Ma questo negozio, perché in parte per terra e fra gente inimica e rapace si
dovea fare, era poco frequentato, e solo dagl’Italiani. Vasco di Gama portoghese l’anno 1497 passò
il capo di Buona Speranza, che Bartolomeo Diaz avea poco tempo prima scoperto; e in Oriente
pervenuto aprì col suo esempio, e colle conquiste poi fatte, a tutta l’Europa il commercio più facile epiù spedito con quelle regioni. L’India arida di argento tosto assorbì quella soverchia quantità che in
Europa ristagnava; onde avvenne che fra noi non variò il valor de’ metalli proporzionatamente alla
quantità dall’ America venutane, ma molto meno: mentre, essendo simili le leggi del moto della
moneta a quelle delle acque correnti, quanto in maggiore spazio di terra la moneta si spande, tanto
meno in ogni parte la quantità ne cresce ed il valore s’abbassa.
Questo stato di cose ancora dura. La nuova India manda a noi i metalli, noi molto in lusso ne
struggiamo, qualche poco in accrescimento della quantità della moneta s’impiega; e perciò ella va
sempre, benché insensibilmente, nel valore calando; molto in utensili ne riteniamo, il resto all’India
antica s’invia, la quale in cambio ci dà moltissimi comodi della vita: droghe, stoffe, tele, legni da
tingere, avolio, gemme, porcellane, ma sopra tutto caffè, tè, medicine. Molta gente dabbene deplora
quasi una perdita di ricchezze questo uso de’ metalli preziosi: tanto è facile alla nostra mente
errando credere la ricchezza una cosa assoluta, e non come ella è, una proporzione che dalla varia
abbondanza deriva. E pure facile è il comprendere che, se questo uso non si facesse dell’oro e
dell’argento, questi metalli più non sariano ricchezze; ma quando egualmente abbondanti come il
rame fossero, avriano egual valore. Onde si potea conoscere quanto ragionevoli sono gli uomini, e
savi, se dopo essersi provveduti d’oro e d’argento per quanto basta al commercio ed al lusso, il
resto ai più bisognosi lo danno, e lo convertono in altri beni. Dunque si conviene avvertir meglio
sulle operazioni umane, e quando la condotta d’intiere nazioni si esamina, presumer meno di sé ed
essere assai più lento ad emendare.
Sono le miniere dell’America incomparabilmente più ricche di quelle che ha l’Europa; o sia con
egual fatica si ottiene maggior quantità di metallo: da questo è avvenuto che l’europee o poco o
nulla più si lavorino. Anzi se tanto consumo non si fosse de’ metalli fatto, già molto meno si
seguirebbe a scavare anche in America. Poiché egli è da avvertire che, quanto cresce la quantità
de’ metalli, tanto il numero delle miniere atte a lavorarsi diviene minore: mentre non basta che un
paese sia copioso di vene metalliche; bisogna ch’elle tornino conto a lavorarsi. Ora essendo l’oro e
l’argento per ordinario in piccola quantità fra suoli di dure e laboriose pietre disposti, e quasi sempre
con altri metalli e materie impure allegati, grande fatica, grande spesa richiedono, sì per la mortifera
aria delle cave, che tutte con negri, a gran prezzo comprati, si scavano, sì per l’argento vivo, che sul
minerale si versa. Né ogni vena in sé stessa, e in paragone delle altre, è ugualmente ricca. Dunque
se cento anni a dietro, per esempio, erano 200 vene d’argento nella Cordigliera, che produceano 5
once di puro argento per cassone (è questo un volume di 50 quintali, o sia 5.000 libbre di minerale),
e di queste 5 once, due consumandone la spesa, ne restavano tre al padrone di profitto: oggi tutte
queste vene, non essendovi guadagno, non possono più scavarsi; perché raddoppiata la quantità
dell’argento, e diminuitone per metà il valore, cinque once d’argento costa il lavorio d’un cassone.
Ed è questa la vera cagione per cui gli accademici delle scienze di Francia, andati alla misura del
grado del meridiano vicino all’ equatore, hanno trovato da per tutto, e principalmente nella Terra
Ferma, e nella parte settentrionale del Perù, ove le miniere sono per ordinario meno ricche che non
lo sono nella parte meridionale del Potosì e della Plata e del Chily, una generale decadenza ed
abbandono nelle mine, e gran numero di luoghi che mostravano, con segni evidenti di fabriche
ruinose e cadenti, gli antichi lavori. Anzi, quel che loro parve più strano, in Quito trovarono un
generale orrore ed abborrimento a questa spezie d’industria, e trattati da matti tutti coloro che
l’intraprendevano, siccome non molto tempo prima si teneano coloro che non applicassero a farla. E
questa disposizione, che dagli accademici fu a torto a naturale pigrizia e stupidità attribuita, io credo
essere un segno ed un avviso, che vogliano quelle regioni, lasciando i lavori delle mine, che le
spopolano e distruggono, cominciare ad essere in migliore stato: e allora noi saremo barbari da
quella gente chiamati.
Vano timore intanto è quello che moltissimi scrittori mostrano avere, che possa un giorno
l’abbondanza dell’oro e dell’argento farsi eguale a quella del rame. In un solo caso ciò potria essere:
che si trovassero miniere così ricche di questi metalli, come sono quelle del ferro e del rame. Il che
non pare che sia conforme agli ordini della natura delle cose: perché le più ricche miniere d’argento
e d’oro non danno che dodici o quattordici once per cassone. Né sono da tenersi in conto, per la
loro rarità, alcuni tratti di vene, che sino a cento once per qualche tempo han dato. Né anco è da
temersi che scemato colla potenza delle leggi e dell’esempio il lusso, più di metalli si abbondi;
mentre allora, traendosene una minor copia dalle viscere della terra, sempre la stessa rarità a un di
presso si sosterrebbe. Così la natura alle sue cose pone certi confini, ch’elle non oltrepassano mai,né fino all’infinito estendendosi, durano perpetuamente a raggirarsi in sulle stesse vicende.
Ecco una breve narrazione degli accidenti vari della moneta. Resterebbe solo a dire del valore delle
monete che sonosi in ogni tempo usate. Sulla quale laboriosa impresa è incredibile quanto da’
grandi ingegni siasi sudato; e principalmente si sono gli eruditi umanisti affaticati molto per
l’intelligenza delle antiche opere sulla moneta de’ Greci e de’ Romani. Il Budeo, il Gronovio, il
Seldeno sopra ogn’altro si distinguono. Ma è maraviglioso, ed appena credibile, che tanti grandi
ingegni mostrino non essersi avveduti del tempo, e dell’opera, che hanno essi dissipato inutilmente.
Altro è il sapere quanto pesano le antiche monete, altro quanto vagliono. Il peso è facile il saperlo,
perché molte antiche monete ben conservate si custodiscono da noi: ma il valore è il ragguaglio
della moneta colle altre cose; giacché, siccome le altre cose tutte sono sulla moneta valutate, così
la moneta sulle altre cose si misura. Questa misura non solo in ogni secolo, ma quasi in ogni anno
varia. Lo stesso as d’un’oncia a’ primi tempi della prima guerra punica valea diversamente che a’
tempi di Cesare: perché a’ tempi della guerra punica si sarà con un as comprato quel che appena
con quattro avranno potuto i soldati di Cesare comprare. Così ne’ secoli a noi più vicini il fiorino
d’oro fiorentino è stato sempre d’una dramma, o sia dell’ottava parte d’un’oncia d’oro puro
composto; ma pure mille fiorini, che Gio. Villani nomini, sono troppo diversa cosa da mille fiorini
d’oggidì, quanto al valore. Sono dunque da ridere que’ moderni storici che, riducendo i talenti e i
sesterzi antichi a lire di Francia, o nostri ducati secondo l’uguaglianza del peso, credono aver fatto
intendere a’ loro lettori lo stato delle cose, come erano in mente allo storico coetaneo. Per sapere
all’ingrosso il valore delle monete son buone queste cognizioni; ma più giova il leggere quelle
descrizioni che ci dipingano gli antichi costumi. Vero è che gli storici quasi contenti d’aver valutati i
prezzi colle monete del loro tempo, non curano tramandar queste notizie che io dico, come a dire di
scrivere quale fosse a’ tempi loro il valore del grano, del vino, degli operari; ma pure talora
inavvertentemente ce lo hanno lasciato scritto: e queste sparte notizie bisogna andar raccogliendo
studiosamente. Nella Dissert. XXVIII del Murat., Antiq. Italic., sonovi alcune descrizioni de’ costumi
di vivere de’ Parmigiani, Piacentini e Modenesi antichi, dalle quali certamente meglio che dal peso
delle monete il vero della storia si rende manifesto.l Dunque io non mi curerò sapere i pesi ed il
creduto valore delle antiche e nuove monete. Prego solo i miei lettori che al valore delle merci si
rivolgano ognora; ed il vero valore della moneta così loro verrà fatto sapere.
CAPO SECONDO
Dichiarazione de’ princìpi onde nazce il valore delle cose tutte. Dell’utilità e della rarità, princìpi
stabili del valore. Si risponde a molte obiezioni.
L’acquisto dell’oro e dell’argento, onde la moneta più preziosa è costituita, è stato in ogni tempo, ed
è ancora l’ultima meta de’ desideri della moltitudine, il disprezzo e lo schifo di que’ pochi che
s’arrogano il nome venerando di savi. Delle quali opposte opinioni, siccome quella è spesse volte
vile, o mal regolata, così è questa per lo più o ingiusta o poco sincera. Intanto gli uni per soverchio,
gli altri per poco prezzargli, niuno ne rimane che del valore di questi metalli sanamente stimi e
ragioni. Grandissimo numero di gente io sento esser persuasa che il loro pregio sia puramente
chimerico ed arbitrario, e che derivi da un error popolare che insieme colla educazione si forma in
noi; ed è perciò nominato da questi sempre co’ titoli ingiuriosi di pazzia, delirio, inganno, e vanità.
Evvi chi, più discreto, crede che il consenso degli: uomini determinatisi ad usar la moneta detta
imprima a questi metalli, de’ quali piacque servirsi, quel merito ch’essi non aveano in sé. Pochissimi
sono, i quali conoscano che questi hanno nella loro natura istessa e nella disposizione degli animi
umani fisso e stabilito costantemente il loro giusto pregio e valore. Di quanta conseguenza sia il
determinare questa verità prima d’inoltrarsi, lo conoscerà il lettore, vedendo che, ad ogni passo
disputando del valore estrinseco, dell’alzamento, degl’interessi, del cambio e della proporzione della
moneta, sempre ad un certo valore intrinseco e naturale si ha ragione.
Aristotele, uomo per altro d’ingegno grandissimo e meraviglioso, nel lib. 5 de’ Costumi al c. 7 ove ha
molte belle considerazioni esposte, intorno alla natura della moneta ha pensato così: ((Ex convento
successit nummus, atque ob hanc causam nomisma vocatur (a Graecis), nempe a lege, quia non
natura, sed lege valeat, sitque in nostra potestate eum immutare inutilemque reddere)); e nelleOpere politiche al lib. I, c. 6 lo stesso ripete. Or se ne’ suoi insegnamenti è stato questo filosofo oltre
il dovere con nostro danno seguitato, in niuno più che in questo lo è stato. Quindi si vede che il
vescovo Covarruvias in questo modo siegue ad argomentare dietro al suo maestro: ((Si non natura
ipsa, sed a principe valorem numismata accipiunt, et ab ipso legem revocante inutilia effici possunt,
profecto non tanti aestimatur materia ipsa auri vel argenti, quantum numus ipse; cum si tanti
aestimaretur natura ipsa non lege praetium haberet)); ed in simil guisa gli aristotelici, da’ quali il
corpo de’ moralisti e de’ giurisconsulti si può dire costituito, ragionano. Quanto giuste sieno tali
conseguenze, posto vero quel fondamento, è manifesto. Quanto possano essere fatali e produttrici
di pianto ad un popolo, non vorrei che l’esperienza propria ce lo avesse mai a dimostrare. Ma a
queste opinioni non si può contraddire senza distruggerne la base: quindi io non so, né giungo a
capire come sia stato possibile, che Gio. Locke, il Davanzati, il Broggia, l’autore dell’opera Sul
commercio, e l’altro di quella dello Spirito delle leggi, con altri non pochi, non negando il primo
principio, abbiano avuti contrari sentimenti e solidamente edificato sopra un falso fondamento senza
sentire né la debolezza di questo, né il vacillamento di quello. Perciò io prima d’ogni altro con ogni
mio studio m’ingegnerò dimostrare quello, onde vivo da gran tempo persuaso, che non solo i metalli
componenti la moneta, ma ogni altra cosa al mondo, niuna eccettuandone, ha il suo naturale valore,
da princìpi certi, generali e costanti derivato; che né il capriccio, né la legge, né il principe e né altra
cosa può far violenza a questi princìpi e al loro effetto; e in fine che nella stima gli uomini, come gli
Scolastici dicono, passive se habent. Sopra queste basi qualunque edifizio s’inalzerà sarà durevole,
e sempiterno. Perdonerà il lettore qualunque lunghezza mia all’importanza della materia; e quando
ne volesse incolpare me, ne incolpi con più ragione quell’infinito numero di scrittori che una tanta
verità o non ha conosciuto, o non ha voluto, come si conveniva, dimostrare.
Il valore delle cose (giacché io di tutte generalmente ragiono) è da molti definito la stima che di esso
hanno gli uomini: ma forse queste voci non risvegliano un’idea più chiara e distinta di quel che le
altre facessero. Perciò si potria dire che la stima, o sia il valore ((è un’idea di proporzione tra il
possesso d’una cosa, e quello d’un’altra nel concetto d’un uomo)). Così quando si dice che dieci
staia di grano vagliono quanto una botte di vino, si esprime una proporzione d’egualità fra l’aver
l’una cosa, o l’altra; onde è che gli uomini, oculatissimi sempre a non essere da’ propri piaceri
defraudati, l’una cosa con l’altra cambiano; perché nella egualità non è perdita, né inganno.
Già da questo che ho detto si comprende, ch’essendo varie le disposizioni degli animi umani, e vari
i bisogni, vario è delle cose il valore. Quindi è, che altre essendo più generalmente gustate e
ricercate, hanno un valore, che corrente si chiama; e altre solo dal desiderio di chi le brama avere, e
di chi le dà, si valutano.
Il valore adunque è una ragione; e questa composta da due ragioni, che con questi nomi l’esprimo
di utilità, e rarità. Quel ch’io m’intenda, acciocché sulle voci non si disputi, l’andrò con esempli
dichiarando. Egli è evidente che l’aria e l’acqua, che sono elementi utilissimi all’umana vita, non
hanno valore alcuno, perché la rarità loro manca: e per contrario un sacchetto d’arena de’ lidi del
Giappone rara cosa sarebbe, ma posto che ella non avesse utilità particolare, non avrebbe valore.
Ma qui già conosco che non mancherà chi mi domandi, qual grande utilità io trovi in molte merci che
hanno altissimo prezzo. E perché questa difficoltà e naturale e frequente viene a dichiarare stolti e
irragionevoli gli uomini, e distrugge nel tempo istesso que’ fondamenti che ha la scienza della
moneta, sarà necessario entrare più diffusamente a dire dell’utilità delle cose, e come questa si
misuri. Se ella non ha princìpi certi onde dipenda, non gli avrà neppure il prezzo delle cose; e allora
non sarà più scienza quella e scienza dove non v’ è dimostrazione delle monete, perché non v’è
certezza.
Utilità io chiamo l’attitudine che ha una cosa a procurarci la felicità. È l’uomo un composto di
passioni, che con disuguale forza lo muovono. Il soddisfarle è il piacere. L’acquisto del piacere è la
felicità. Nel che (perché io non essendo epicureo, non voglio neppure parerlo) mi si permetta che mi
spieghi alquanto, e dall’intrapreso argomento mostri di declinare. Egli è da avvertire che
quell’appagamento d’una passione che ne punge e ne molesta un’altra, non è compìto piacere, ma
anzi, se la molestia che dà è maggiore della gioia, come vero male e dolore conviene ches’abborrisca. Se il dolore è meno del piacere, sarà un bene, ma tronco e dimezzato. Questo
cammina così riguardo a’ piaceri di questa vita assolutamente considerata, come se insieme
coll’altra eterna si rimira. È a noi (grazie alla Provvidenza) manifesto, che dopo questa viveremo
un’altra vita, i piaceri o i dolori della quale colle operazioni della presente sono strettamente
congiunti. Or dunque, non mutando da quel che ho detto, i piaceri di questa vita, che a que’ dell’altra
non nuocono, sono veri e perfetti, ma que’ che in quella vita produrranno pena (essendo la disparità
fra i piaceri e le pene dell’una vita e dell’altra infinita), sia pur grande quanto si voglia il gusto di qua,
e piccolo il male di là, sempre saranno mentiti piaceri e bugiardi. Se questa dichiarazione, che pur
molte righe non occupa, si facesse da ognuno, l’antichissimo litigio che è fra gli epicurei e gli stoici,
fra la voluttà e la virtù, non si sarebbe udito, e o avrebbero avuto torto gli stoici, o si saria conosciuto
che solo nelle parole insensatamente si disputava. Ritorno onde partii. Utile è quello che un vero
piacere ci produce, cioè appaga lo stimolo d’una passione. Or le nostre passioni non sono già
solamente il desiderio di mangiare, di bere, di dormire: sono queste solamente le prime, soddisfatte
le quali altre egualmente forti ne sorgono: perché l’uomo è così costituito, che appena acquetato
che egli lha un desio, un altro ne spunta, che sempre con forza eguale al primo lo stimola; e così
perpetuamente è tenuto in movimento, né mai giunge a potersi intieramente soddisfare. Perciò è
falso che le sole cose utili siano quelle che a’ primi bisogni della vita si richieggono, né fra quel che
ci bisogna, e quel che no, si può trovare il limite ed i confini; essendo verissimo che, subito che si
cessa d’aver bisogno d’una cosa ottenendola, si comincia ad averne d’un’altra desiderandola.
Ma fra tutte le passioni che appariscono nell’animo umano, quando sono soddisfatte quelle le quali
cogli animali ci sono comuni, e che alla conservazione dell’individuo e delle specie sono
determinate, niuna ne è più veemente e forte a muover l’uomo quanto il desio di distinguersi, e
d’essere superiore fra gli altri. Questa essendo primogenita dell’amor proprio, quanto è a dire del
principio d’azione che è in noi, supera ogni altra passione, e fa che quelle cose che a soddisfarla
giovano, hanno il massimo valore, sottoponendosi all’acquisto loro ogni altro piacere, e spesso la
sicurezza della vita istessa. Se giustamente operino così pensando e regolandosi gli uomini, lo
giudichi ognuno: certo è però che non con ragion maggiore comprano gli uomini il vitto quando non
ne hanno, che un titolo di nobiltà quando di vitto son provveduti: perché se è misera ed infelice la
vita quando siam digiuni, infelice è del pari quando non siamo stimati, né riguardati; e talora è tanto
maggiore questa infelicità, che più tosto ci disponiamo a morire, o a porci in evidente rischio di
perder la vita, che senza il rispetto altrui infelicemente vivere. Qual cosa adunque più giusta che il
proccurarsi, anche con grande e lungo stento e fatica, una cosa che grandemente è utile, perché
molti e grandi piaceri produce? Che se si deride questo sentir piacere della stima e riverenza altrui,
è ciò un biasimare la nostra natura, che tale disposizione d’animo ci ha data, non noi, che senza
potercela togliere l’abbiamo avuta; e di cui come della fame, della sete e del sonno, né dobbiamo,
né possiamo render conto o ragione ad alcuno. Che se certi filosofi hanno mostrato disprezzo per
questa stima altrui, e le ricchezze e le dignità hanno calpestate; se essi dicono ciò aver fatto perché
loro non dava piacere la venerazione degli altri, ne mentono: perché non da altro principio a così
parlare e dimostrare essi si sono mossi, che per la sicurezza in cui erano di dovere esser, così
dimostrando di credere e operare, altamente applauditi dal popolo e commendati.
Sicché quelle cose che ci conciliano rispetto, sono meritamente nel massimo valore. Tali sono le
dignità, i titoli, gli onori, la nobiltà, il comando, che nel numero delle cose incorporee per lo più sono.
Seguono immediatamente dietro alcuni corpi, che per la loro bellezza sono stati in ogni tempo
graditi e ricercati dagli uomini; e coloro che hanno avuto in sorte il possedergli e l’ornarsene la
persona, ne sono stati stimati ed invidiati. Sono queste le gemme, le pietre rare, alcune pelli, i
metalli più belli, cioè l’oro e l’argento, e qualche opera dell’arte che molto lavoro e bellezza in sé
contenga. Per una certa maniera di pensare di tutti gli uomini, che portano rispetto all’esteriore
adobbamento delle persone, sono questi corpi divenuti atti a dare altrui quella superiorità, che come
io dissi è il fonte del più sensibile piacere. Quindi il loro valore meritamente è grande; essendo pur
troppo vero che i re istessi debbono la più gran parte della venerazione de’ sudditi a quell’esteriore
apparato che sempre gli circonda; spogliati dal quale, ancorché conservassero le medesime doti
dell’animo e potestà che prima avevano, hanno conosciuto che la riverenza verso di loro si è
grandemente scemata: e perciò queUe potestà, che hanno meno vera forza ed autorità, cercano
con più attenzione di pompa esteriore regolare l’idee degli uomini, fra i quali l’augusto ed il
magnifico spesse volte altro non è che un certo niente ingrandito, che formalità si chiama, con voce
dalle scuole tratta, ed assai acconciamente adattata, intendendosi per essa id quod non est, neque
nihil, neque aliquid.Ma se negli uomini il desiderio di comparire genera affetto a queste più rare e belle produzioni della
natura, nelle donne e ne’ bambini la passione ardentissima di parer belli rende al sommo prezzabili
questi corpi. Le donne, le quali la metà dell’umana specie costituiscono, e che o intieramente, o in
grandissima parte, solo alla propagazione ed educazione nostra sono destinate, non hanno altro
prezzo e merito che l’amore che ne’ maschi destano; e derivando questo quasi tutto dalla bellezza,
non hanno elleno altra cura maggiore, che d’apparir belle agli occhi dell’uomo. Quanto a questo
conferiscano gli ornamenti è dal comune consenso confessato: dunque, se la valuta nelle femmine
nasce dall’amabilità, e questa dalla bellezza, la quale dagli ornamenti si accresce, troppo a ragione
altissimo bisogna che sia il valore di questi nel loro concetto.
Che se ai bambini si riguarda, sono essi la più tenera cura de’ genitori; e questa tenerezza d’ amore
d’ altra maniera non sanno gli uomini appalesare, che in render vago e leggiadro l’oggetto che
amano agli occhi loro. Or che non farà l’uomo quando dal desio di soddisfar la donna, d’adornare i
figliuoli è mosso? Così è avvenuto che, prima nelle arene de’ fiumi, poi nelle viscere della terra, si
sono a grande stento i metalli più belli raccolti. E quindi è ancora che quelle nazioni istesse, che
ricche di questi metalli si credono, come sono i Messicani e i Peruani, dopo le gemme niuna cosa
più dell’oro e dell’argento prezzarono. E se stimarono più le nostre bagattelle di vetro e di acciaio,
ciò confirma e non distrugge quel che io ho detto di sopra; perché la bellezza de’ nostri lavori fu
quella che gl’incantò. L’esser poi questa bellezza del vetro e del cristallo dall’arte fatta, e non dalla
natura, ciò non varia il pregio, se non perché ne varia la rarità; il che essendo ignoto agli Americani,
non se ne può prender argomento contrario a quel che io ho dimostrato.
Ma la più gran parte degli uomini insieme con Bernardo Davanzati ragiona così: ((Un vitello naturale
è più nobile d’un vitel d’oro, ma quanto è pregiato meno?)). Rispondo. Se un vitello naturale fosse
così raro come uno d’oro, avrebbe tanto maggior prezzo del vitello d’oro, quanto l’utilità e il bisogno
di quello è maggiore di questo. Costoro immaginansi che il valore derivi da un principio solo, e non
da molti che si congiungono insieme a formare una ragione composta. Altri sento che dicono, Una
libbra di pane è più utile d’una libbra d’oro. Rispondo. Questo è un vergognoso paralogismo,
derivante dal non sapere che più utile, e meno utile sono voci relative, e che secondo il vario stato
delle persone si misurano. Se si parla d’uno che manchi di pane e d’oro, è certamente più utile il
pane; ma a questo corrispondono e non son contrari i fatti: perché non si troverà alcuno che lasci il
pane, e di fame si muoia, prendendosi l’oro. Coloro che le miniere scavano, non si scordano mai di
mangiare e di dormire: ma a chi è sazio, vi è cosa più inutile del pane? Bene è dunque se egli allora
altre passioni soddisfa; perciò questi metalli sono compagni del lusso, cioè di quello stato in cui i
primi bisogni sono già soddisfatti. Perciò se il Davanzati dice che ((un uovo, il quale un mezzo grano
d’oro si pregia, valeva a tener vivo dalla fame il conte Ugolino nella torre ancora il decimo giorno,
che tutto l’oro del mondo non valeva)), egli equivoca bruttamente fra il prezzo che dà all’uovo chi
non teme morir di fame se non lo ha, e i bisogni del conte Ugolino. Chi gli ha detto che il conte non
avria pagato l’uovo anche mille grani d’oro? L’evidenza di questo errore la manifesta a noi lo stesso
Davanzati poco dopo, ma senza avvedersene egli, dicendo, ((schifissima cosa è il topo; ma
nell’assedio di Casilino uno ne fu venduto duecento fiorini per lo gran caro, e non fu caro, poiché
colni che il vendé morio di fame, e l’altro scampò)). Ecco che pur una volta, grazie al cielo, ha
confessato che caro, e buon mercato sono voci relative.
Se poi alcuno si maraviglierà come appunto tutte le cose più utili hanno basso valore, quando le
meno utili lo hanno grande ed esorbitante, egli dovrà avvertire che con meravigliosa provvidenza
questo mondo è talmente per bene nostro costituito, che l’utilità non s’incontra mai, generalmente
parlando, colla rarità: ma anzi, quanto cresce l’utilità primaria, tanto si trova più abbondanza: perciò
non può esser grande il valore. Quelle cose che a sostentarci bisognano, sono così profusamente
versate sul mondo intiero che o non hanno valore, o l’hanno assai moderato: non si hanno però da
questa considerazione a ritrarre falsi pensieri di accuse contro al nostro intendimento e ingiusto
disprezzo di quel che noi apprezziamo, come tanti fanno; ma sì bene si dovrebbero produrre ognora
sentimenti di umiliazione e di rendimento di grazie alla mano benefica di Dio, e benedirla ad ogni
istante; il che da ben pochi si fa.Forse mi sarà detto da molti filosofi che, sebbene è vero che il valore delle gemme e delle rarità sia
sulla natura umana fondato, come io ho dimostrato, non cessano però di parer loro questi concetti
ridicoli e miserabili deliri. Alle quali persone io rispondo, che non so se alcuna cosa umana
troveranno essi che non sembri loro tale: e da questa opinione non sono per frastornargli. Ma io
amerei che il buon filosofo, dopo che s’è spogliato da’ terreni inganni, e quasi disumanandosi si è
tanto sopra gli altri alzato, che ha potuto di noi meschini mortali ridere e prender sollazzo; quando
poi da questi pensieri si distacca, ritorna in giù, e nella società si framischia, al che lo sforzano i
bisogni della vita; vorrei, io dico, vederlo tornar uomo comie, e non filosofo. Quel riso, che quando e’
filosofava ha sanato il suo animo, ora ch’egli opera potrebbe i suoi e gli altrui fatti perturbare. Meglio
è che restino questi concetti nel suo animo racchiusi; e conoscendo e deplorando insieme co’ suoi
pari, s’ei vuole, che io gliel concedo, quanto sia poco l’uomo superiore a’ bruti, non venga a fargli
male volendolo migliorare. Impossibile impresa è questa per lui. Se nella nostra divina religione gli
uomini alla perfetta virtù si guidano, sono i nostri maestri da soprannaturale e divino potere aiutati: e
se fra noi esempi di altissima perfezione si veggono, sono queste opere della celeste grazia, e non
dell’umana natura. Chi dunque queste armi ha seco venga a perfezionarci, che ben lo può; ma la
filosofia non giunge a questo. Perciò si sono veduti gli stoici che, volendo far gli uomini
perfettamente virtuosi, gli resero ferocemente superbi. Altri nel volergli taciturni e contemplativi, gli
fece mangioni; chi volendogli poveri gl’incmdelì; e Diogene da’ pregiudizi volendogli purgare, istituì
una infame razza di cani. Ci lascino dunque costoro vivere in pace: lascino ai metalli e alle gemme
quella stima, comique ella siesi, che tengono. Non gridi Orazio più
vel nos in mare proxìmum
gemmas et lapides, aurum et inutile,
summi materiem mali,
mittamus.
Se per mezzo di quest’inutili corpi noi dalla ferina vita, in cui ci mangiavamo l’un l’altro, alla civile, in
cui in pace ed in commercio viviamo, siamo non senza stento passati, non ci facciano ora per rigore
di sapienza tornare a quelle barbarie, donde per dono della Provvidenza siamo felicemente
scampati. Il comune degli uomini non si può oltre a certi limiti nelle idee migliorare; e volendolo ad
ogni modo fare, l’ordine delle cose si guasta e si corrompe.
Lasciando adunque nel loro disprezzo tutte queste considerazioni, che sono figliuole d’una
superficiale ed imperfetta meditazione, si concluda una volta, che que’ corpi che agli uomini
accrescono rispetto, alle donne bellezza, ai fanciulli amabilità, sono utili e meritamente preziosi. Da
questo si dee trarre l’importantissima conseguenza che l’oro e l’argento hanno valore come metalli
anteriore all’esser moneta; il che più a lungo nel seguente capo si tratterà. Ora che del valore in
generale io parlo, avendo spiegato quel che da me colla voce di utilità s’intenda, passo a parlare
della rarità.
Io chiamo rarità la proporzione che è fra la quantità d’una cosa, e l’uso che n’è fatto. Chiamo uso
nommeno il distruggimento che l’occupazione d’una cosa, la quale impedisce che mentre uno ne fa
l’uso, possa questa anche i desideri d’un altro soddisfare. Siano, per esempio, cento quadri esposti
in vendita; se un signore ne compra cinquanta, i quadri diventan rari quasi del doppio, non perché si
consumino, ma perché sono i cinquanta tolti dalla venalità; il che in qualche maniera può dirsi uscire
fuori del commercio: vero è però, che più incarisce il distruggimento le cose, che questa estrazion
dal commercio: poiché quello toglie affatto ogni speranza, questa si valuta secondo la probabilità
che vi è che la cosa occupata e ristagnante torni alla venalità ed al commercio. E questo merita
assai riflessione.
Passando ora a dire sulla quantità della cosa, dico che sonovi due classi di corpi: in alcuni ella
dipende dalla diversa abbondanza con cui la natura la produce: in altri solo dalla varia fatica ed
opera che vi s’impiega. È la prima classe formata da que’ generi che si riproducono dopo breve
tempo, e col distruggimento si consumano: quali sono i frutti della terra e gli animali. In essi con la
medesima fatica ad un di presso si può, secondo la varietà delle stagioni, fare una ricolta otto e
dieci volte maggiore di quello che poco tempo prima si sarà fatta. Quindi è che l’abbondanza nondipende dall’umana volontà, ma dalla disposizione del clima e degli elementi. Nell’altra classe
debbonsi numerare certi corpi, come i minerali, le pietre, i marmi, i quali non sono in ogni anno
variamente prodotti, ma furono tutti insieme nel mondo sparsi, e de’ quali la raccolta corrisponde
alla volontà nostra; perché se più gente vi s’impiega, più se ne può dalle viscere materne ottenere.
Sicché volendo far calcolo su questa classe di corpi, non si dee computare altro che la fatica,
essendo la quantità della materia solo a questa corrispondente. Non già che io creda che nuovi
metalli e gemme non si generino ne’ suoi grandi lavoratorii dalla natura; ma essendo questa
produzione lentissima al pari del distruggimento, non dee tenersene conto.
Entro ora a dire della fatica, la quale non solo in tutte le opere che sono intieramente dell’arte, come
le pitture, sculture, intagli, etc., ma anche in molti corpi, come sono i minerali, i sassi, i frutti silvestri
etc. è l’unica che dà valore alla cosa. La quantità della materia non per altro coopera in questi corpi
al valore, se non perché aumenta o scema la fatica. Così nelle sponde di molti fiumi: se alcuno
richiede perché, essendo mista l’arena all’oro, val più l’oro dell’arena, se gli fa avvertire che, se uno
vuole in un quarto d’ora empir d’arena un sacco, lo può comodamente eseguire, ma se lo vuol pieno
d’oro, molti anni interi gli bisognano a raccogliere i rarissimi granelli d’oro.
Nel calcolar la fatica si dee a tre cose por mente: al numero della gente, al tempo, e al diverso
prezzo della gente che fatica. Dirò del numero della gente in prima. Certa cosa è che niuno fatica se
non per vivere, né se non vive può faticare: dunque se per la manifattura d’una balla di panno
cominciando a supputare dalle lane tosate sino allo stato in cui si espone in bottega, vi si richiede
l’opera di cinquanta persone, valerà questo panno, più delle lane, un prezzo eguale alla spesa del
nutrimento di questi cinquanta uomini, per un tempo eguale a quello della fatica: che se venti vi si
sono impiegati per un giorno intero, dieci per mezzo e venti per tre giorni, il valore del panno sarà
eguale al nutrimento di un uomo per ottantacinque giorni; e di questi giorni venti ne guadagnano i
primi, cinque i secondi, sessanta i terzi. Ciò è manifesto, supponendo che questa gente abbia tutta
mercedi eguali. Diciamo ora del tempo.
Nel tempo non dee supputarsi quel solo che sull’opera si sta, ma quello ancora che in riposo uno
vive, perché anche nel tempo del riposo dee nutricarsi. Questo è però quando la fatica è interrotta o
dalla natura istessa dell’arte, o dalla legge, ma non dalla pigrizia; se pure questa pigrizia non è così
generale in una nazione, che al pari del costume e della legge abbia vigore. Così le feste fra que’
popoli che le osservano senza faticare, rendono le merci più care che altrove: perché, ponendo che
un uomo con affaticarsi trecento giorni in un anno compia cento paia di scarpe, il valore di queste è
necessario che corrisponda all’intiero suo vitto d’un anno. Che se altri lavorando trecento sessanta
giorni compisce cento venti paia, costui venderà le sue un quinto meno, non avendo necessità di
trarre da cento venti paia di scarpe altro guadagno che quel che il primo trae dalle sue cento.
Sono in oltre alcuni lavori, che per natura non possono assiduamente esercitarsi. Tali sono le belle
arti: perché io non credo che alcuno scultore, o musico vi sia, che più di cento giorni in un anno si
travagli: tanto tempo si richiede in trovar da lavorare, riscuotere, viaggiare, ed altro: quindi la loro
industria è giustamente più cara. In ultimo si avverta all’età diversa in cui secondo i vari mestieri può
l’uomo cominciare a trar profitto dalla sua fatica. Perciò quelle arti e studi, che molto tempo
ricercano ad apprendersi, e molta spesa a’ genitori, in maggior prezzo sono: come il legno de’ pini e
delle noci più caro si paga per la lentezza di questi alberi a crescere, che del pioppo e dell’olmo non
si fa.
Questo è del tempo. Ma della valuta varia de’ talenti umani, onde nasce il diverso prezzo delle
fatiche, il poter far giusto computo è più astrusa ricerca, e assai meno nota. Io ne dirò quel che
penso, restando incerto se altri come me giudichi, mentre non ho trovato scrittore alcuno che ne
ragioni. Sentirò piacere infinito se da chi pensasse diversamente, e meglio, sarò con ragioni e con
onestà oppugnato.
Io stimo che il valore de’ talenti degli uomini si apprezza in quella stessissima guisa che si fa di
quello delle cose inanimate, e sopra i medesimi princìpi di rarità e utilità congiunti insieme si regge.Nascono gli uomini dalla Provvidenza a vari mestieri disposti, ma con ineguale proporzione di rarità,
e corrispondente con mirabile sapienza a’ bisogni umani: così di mille uomini, seicento, per
esempio, ne sono unicamente atti all’agricoltura, trecento alle manifatture di varie arti inclinati,
cinquanta alla più ricca mercatura, e cinquanta agli studi ed alle discipline sono disposti a ben
riuscire. Or ciò posto, il merito d’un uomo di lettere paragonato al contadino sarà in ragion reciproca
di questo numero, cioè come 600 a 50, 0 sia 12 volte maggiore. Non è dunque l’utilità che sola
dirigge i prezzi; perché Iddio fa che gli uomini che esercitano mestieri di prima utilità nascono
abbondantemente; né può il valore perciò esserne grande, essendo questi quasi il grano e il vino
degli uomini; ma i dotti, i savi, che sono quasi le gemme fra i talenti, hanno meritamente altissimo
prezzo.
Avvertasi però, che la rarità non si dee valutare sulla proporzione con cui gl’ingegni sono prodotti,
ma secondo quella con cui vengono a maturità: onde è che quanto sono maggiori le difficoltà per
potere un ingegno pervenire a gradi importantissimi e degni di lui, tanto allora il suo prezzo è più
grande. Un generalissimo quale fu il principe Eugenio, e il marescial di Turena ha un prezzo
sterminato in paragone d’un semplice soldato; non perché così pochi ingegni simili la natura
produce, ma perché rarissimi sono quelli che in tante e così fortunate circostanze ritrovinsi, che
possano, esercitando i loro talenti, grandi capitani apparire colle vittorie riportate. Fa in questo la
natura come nelle semenze delle piante, che quasi prevedendo la numerosa perdita, assai maggior
quantità ne produce, e ne fa cadere in terra, del numero delle piante che poi sorgono: perciò una
pianta val più d’un seme. Sopra questi saldi princìpi seriamente meditando, oh quanto la giustizia
degli umani giudizi maravigliosamente riluce! Si troverà che tutto è con misura valutato. Si
conoscerà che d’altra maniera le ricchezze ad una persona non vanno, che in pagamento del giusto
valore delle sue opere; sebbene può egli queste ricchezze donarle a persona che non è meritevole
d’acquistarle. Ed in fatti non v’è famiglia né uomo alcuno che possa dire d’aver ricchezza, la quale
non la ottenga o per merito suo, o per dono di chi per merito la ottenne. Questo dono, se si fa in
vita, si dice favore, se in morte, eredità si chiama. Ma sempre, se si tien dietro alla traccia di quelle
ricchezze che taluno immeritamente ha, si osserverà che per merito furono in prima da su l’intiero
corpo degli uomini acquistate. Vero è che spesso per centinaia d’anni, o di persone bisogna
trascorrere; ma pur al fine questo termine v’è, e la ragione lo insegna.
Sento però già dirmi che il merito o la virtù restano così spesso non premiati, ch’è follia il negare
dell’ingiustizia umana i frequenti atrocissimi atti. Ma qui mi si permetta del falso ragionare fare
avvertito chi lo vuol essere. In I non bisogna chiamar virtù e sapere quelle professioni che, sebbene
abbiano rarità e difficoltà grande, non sono però atte a produrre né vera utilità né piacere alla
moltitudine, dalla quale, e non da’ pochi, si fanno i prezzi. In II luogo è da pensare che, l’uomo
essendo composto di virtù e di vizi, non si possono premiare le virtù sicché l’uomo vizioso non resti
nel tempo stesso premiato: ma non si ritroverà mai che il vizio abbia esaltato alcuno. Sono que’
talenti utili e buoni che uno ha, quelli che lo sollevano, e solo accade che talora i suoi difetti non gli
facciano ostacolo: ma vero è sempre che se questi difetti non avesse, più in su sarebbe pervenuto.
In III si dovrebbe sempre avvertire che altro è l’aver talenti per saper ottenere un impiego, altro per
saperlo bene esercitare. I primi sono unicamente l’arte di piacere a colui che dà l’impiego, e sono
sempre i medesimi, sia che si richieda un officio nella toga o nella milizia. I talenti per sapere
amministrare gl’impieghi sono sempre secondo i vari uffizi diversi. Or non si troverà uomo che abbia
impiego, e che non abbia avuto merito a poterlo ottenere: accaderà sì bene che, non essendo in lui
congiunta la scienza di ottenere con quella d’amministrare l’impiego, operando male acquisti
biasimo, e come immeritevole si riguardi: perché gli uomini solo al saper bene esercitare quel che si
ha, danno nome di merito; dell’altro, quasi o virtù non fosse, o fatica e destrezza non richiedesse,
non curano: quindi chiamano ingiustizia quella che tale non è. Sono però anche qui da trar fuori
coloro che, o per lo favore altrui, che è un dono fra vivi, o per la nascita, che è una eredità degli
antenati, alcuna dignità ottengono. Io conosco che oltre i confini della mia opera sono disputando
trascorso: ma poiché ella mi è paruta materia utile e degna da ragionarvisi sopra, da così fare non
mi sono potuto in alcun modo astenere. O che mi perdoni, o che me n’incolpi il mio lettore, io ne
sarò contento, se avrò il piacere che alle mie opinioni acconsenta. Temo però che pochi io ne avrò
che meco si accordino; tanto agli uomini piace, perché possano sé stessi dal demerito difendere,
altrui d’ingiustizia accusare.
Assai si è detto ormai de’ princìpi onde deriva il valore; e si è già conosciuto ch’essendo essi certi,costanti, universali, e sull’ordine e la natura delle cose terrene, niuna cosa arbitraria e casuale è fra
noi, ma tutto è ordine, armonia e necessità. Sono vari i valori, ma non capricciosi: il loro stesso
variare è con ordine e con regola esatta ed immutabile; sono ideali, ma le stesse nostre idee, che
su’ bisogni e’ piaceri, cioè sulla interna costituzione dell’uomo sono piantate, hanno in sé giustizia e
stabilità.
Una sola eccezione pare che si dovesse fare da quanto ho detto: ed è che sul valore e sulle idee
nostre opera talora anche la moda. Sul senso di questa voce, dopo aver io molto tempo meditato,
non ho trovato poterle dare altra definizione che questa: ((Un’affezione del cerebro propria delle
nazioni europee, per cui si rendono poco pregevoli molte cose, solo perché non giungono nuove)).
È questa una malattia dell’animo, che ha l’impero sopra non poche cose; e se vi si vuol trovar
qualche ragionevolezza, bisogna dire che nasce in gran parte questa varietà di gusto dall’imitazione
de, costumi delle nazioni più dominanti. Ma poiché ragionando a dir della moda mi sono condotto, è
al mio istituto necessario che i limiti dell’imperio di lei io definisca; il che io farò qui per non averlo a
fare in luogo meno acconcio. L’imperio della moda è tutto sul bello, niente sull’utile: perché quando
è in moda alcuna cosa più utile e comoda, io non la chiamo moda, ma migliorazione delle arti o
degli agi della vita. Due classi ha il bello; altro è fondato sopra certe idee che insieme coll’ origine
nostra sono nell’ animo nostro scolpite; altro, benché nol paia, è solo un’assuefazione de’ sensi, che
bello lo fa parere. Sopra questa seconda classe, che è più vasta assai della prima, unicamente
stende il suo potere la moda: quindi è che si conviene dire che la bellezza delle gemme, dell’oro e
dell’argento sia sulla costituzione dell’ animo nostro universalmente stabilita, non avendo mai alla
moda in parte alcuna soggiaciuto, né potendovi soggiacere: onde il pregio loro sempre più si
riconosce grande e singolare. Però da questa moda niuna delle mie osservazioni si muta; perché
questa altro non fa che variar l’utilità delle cose, variandone il piacere che si prova in usarle; tutto il
resto è il medesimo.
Restami ora a dire del valore delle cose nniche, e de’ monipòli, cioè o di quelle che non possono
con altre esser compensate, come è la Venere de’ Medici, o di quelle che per l’unità del venditore
diventano uniche. Ho frequentemente letto, anche ne’ più savi scrittori, che queste merci hanno
valuta infinita: ma di tutte le voci, non trovo la più impropria in bocca a chi delle mortali cose
ragiona. Forse avran voluto dire indefinita; il che neppur è acconciamente detto: perché io reputo
che ogni cosa umana abbia ordine e confini, né sia meno alieno da loro l’indefinito, che ì’infinito.
Hanno adunque questi limiti: il prezzo loro corrisponde sempre a’ bisogni o a’ desideri del
compratore, ed alla stima del venditore, congiunti insieme, e che formino una ragion composta.
Onde è che alle volte il valore può esser anche uguale al niente, ed è sempre regolato, sebbene
non sia universalmente lo stesso.
E’ parrà forse a molti, che alle osservazioni finora fatte hanno avvertito, che facile sia secondo esse
determinare il valore di tutto: ma da così credere si rimarranno, quando a quel che ora sono per dire
avranno maturamente considerato. Difficilissimo è a noi, e spesso impossibile il far questo computo
da’ princìpi suoi; che sarebbe come i logici dicono a priori: poiché è da stabilirsi per certo che
siccome la rarità ed il valore dipendono dal consumo, così il consumo secondo il valore si conforma
e si varia: e da questa concatenazione il problema si rende indeterminato, come lo è sempre che
due quantità ignote, che hanno qualche relazione fra loro, vi s’incontrano.
Che dal prezzo nasca la varietà del consumo è manifesto, se si pone mente che, oltre all’aria da
respirare e il suolo da reggervisi, niente altro di assoluta e perpetua necessità ha l’uomo: avendo
necessità di cibarsi, ma non di alcun genere in particolare, e non piuttosto d’un altro. Or l’aria e la
terra non hanno rarità né valore di sorte alcuna: dalle altre, quale più, quale meno, si può l’uomo
astenere; e perciò proporzionatamente all’incommodo ed alla fatica che ne costa l’acquisto, ognuno
ne è volenteroso. Perciò quel che val meno, più volentieri si prende a consumare; e così daì prezzo
che dalla rarità nasce è regolato il consumo.
Per contrario, dallo struggimento si regolano i prezzi: poiché, se, per esempio, in un paese si
consumassero cinquanta mila botti di vino, ed altrettante se ne raccogliessero, sopravvenendo in
questo paese un esercito improvvisamente, incarisce il prezzo del vino, perché più se ne bee. Orqui alcuno troverà un inestricabile nodo ed un circolo vizioso: ma egli lo scioglierà pensando a quel
ch’io dissi, che di molti generi la rarità e l’abbondanza si cambia improvvisamente per cagione
esterna senza opera dell’uomo, ma per l’ordine delle stagioni. In questi generi il prezzo siegue la
rarità: e siccome gli uomini posseggono inequali ricchezze, così a un certo grado di ricchezze
corrisponde sempre la compra di certe comodità. Se queste avviliscono, anche chi è nell’ordine
inferiore della ricchezza le compra: se incariscono, coloro che prima usavanle cominciano ad
astenersene: e questo da una bella osservazione è comprovato. Nel Regno di Napoli si consumano
a un di presso quindici milioni di tumoli di grano l’anno in tutto, quando la raccolta è buona. S’ha per
esperienza che quantunque alle volte in anni di fertilità grandissima si sieno fino a sei e sette milioni
di tumoli sopra l’ordinario raccolti, pure non mai n’è uscita quantità maggiore d’un milione e mezzo;
né quello che si è serbato è stato più d’altrettanto. Per contrario negli anni di sterilità è certo che non
si è raccolto alle volte più di otto milioni; e pure né più d’un milione di fuori si è recato a noi, né
quello che avevamo serbato dagli anni anteriori giungeva a due milioni. La ragione di questo è che
negli anni di abbondanza incomparabilmente più grano si mangia, si strugge e si semina; nelle
calamità meno: perciò i limiti del consumo sono più fissi sul prezzo che sulla misura de’ tumoli,
dovendosi dir per esempio così: il Regno consuma ogni anno tredici milioni di ducati in grano; sia
che con questa somma se ne comprino quindici, o soli dieci milioni, è sempre lo stesso.
Que’ generi poi che non soggiacciono alla varietà delle raccolte altra cagione estrinseca non hanno,
onde cangiare la rarità, che la moda. Ma i metalli preziosi e le gemme per la loro sovrana bellezza
non sottopongonsi ai capricci di questa, né a quella delle varie raccolte; e perciò più d’ogni altro
hanno prezzo costante: alla varietà della raccolta però soggiacerebbero nella scoperta di mine più
abbondanti, come fu nello scoprirsi dell’America; e così è avvenuto che se ne scemasse il valore,
sicché se ne accrebbe l’uso; dal qual uso è stato poi impedito che tanto non sbassasse, quanto
l’abbondanza il richiedeva: perché da questa concatenazione nasce il grande ed utilissimo effetto
dell’equilibrio proporzionato del tutto. E questo equilibrio alla giusta abbondanza de’ commodi della
vita ed alla terrena felicità maravigliosamente confà, quantunque non dall’umana prudenza o virtù,
ma da vilissimo stimolo di sordido lucro derivi: avendo la Providenza, per lo suo infinito amore agli
uomini, talmente l’ordine del tutto congegnato, che le vili passioni nostre spesso, quasi a nostro
dispetto, al bene del tutto sono ordinate.
Or come questo accada fa al nostro proposito il dichiararlo. Poniamo che un paese di religione e di
costume tutto maomettano diventi in un punto di fede e di usanze cristiano: trovavansi in esso
rarissime viti piantate, perché ai maomettani è proibito il ber vino, ed io suppongo che essi a questa
legge avessero ubbidito. Ecco in un tratto la rarità renderà caro il vino,l ed i mercatanti gran copia di
vino cominceranno a fare d’altronde recare. Ma tosto volendo tutti di così alto guadagno gustare,
tante nuove vigne si pianteranno, tanto vino si porterà, che per voler tutti lucrar molto, ognuno
lucrerà il giusto. Così le cose sempre a uno stesso livello si pongono, tale essendo la loro intrinseca
natura. Spesso anche cresce tanto la quantità della gente, che a quella spezie d’industria tratti dalle
prime voci e da’ primi esempi, impetuosamente ma troppo tardi si rivolgono, che il valore sbassa di
sotto al giusto; e allora pagando ciascuno della sua inconsideratezza il fio, tutti se ne cominciano a
ritirare, e così di nuovo al giusto limite si viene. Da questo due grandi conseguenze si tirano: primo,
che non bisogna de’ primi movimenti in alcuna cosa tener conto, ma degli stati permanenti e fissi;
ed in questi si trova sempre l’ordine e l’ugualità, come se in un vaso d’acqua si fa alcuna mutazione
dopo un confuso e irregolare sbattimento, siegue il regolato livello. Secondo, che non si può dare in
natura un accidente che porti le cose ad estremità infinita, ma una certa gravità morale, che è in
tutto, le ritiene sempre dalla retta linea infinita, torcendole in un circolo perpetuo sì, ma finito.
Quanto ho detto anche alla moneta sarà ben cento volte da me applicato; abbianselo perciò fisso
nell’animo i leggitori, e siano persuasi che con tanta esattezza corrispondono le leggi del commercio
a quelle della gravità e de’ fluidi, che niente più. La gravità nella fisica è il desiderio di guadagnare o
sia di viver felici nell’uomo: e ciò posto, tutte le leggi fisiche de’ corpi si possono perfettamente, da
chi sa farlo, nel morale di nostra vita verificare.
CAPO TERZO
Dimostrazione che i metalli hanno prezzo per l’uso che prestano come metalli, assai più che come
moneta. Due calcoli che confermano questa verità.Dacché a scrivere quest’opera incominciai, rare volte è avvenuto che meco stesso meditando io non
mi sia sentito accender d’ira contro gli uomini, di rispetto e di gratitudine verso l’autore del tutto.
M’irritano gli uomini, e principalmente quelli che il nome di sapienti si fanno dare, i quali ora i nostri
falli colle ordinate disposizioni della Provvidenza confondendo, ed ora lei medesima accagionando,
e ripieni dell’idea del proprio merito, tutto gridano essere ingiustizia e tutto disordine quel che
avviene: e della sorte, del fato e del destino i nomi a mascherare la loro empietà hanno inventati.
Benedico al contrario la Suprema Mano ognora che contemplo l’ordine con cui il tutto è a nostra
utilità constituito; e nelle opere sue ovunque io mi rivolga non incontro altro che giustizia ed egualità.
E descendendo alle cose particolari io ammiro l’esattezza con cui la valuta ad ogni cosa è posta; e
tanto l’ammiro più, quanto conosco la difficoltà che vi è a poter che un solo uomo faccia questo
conto, e il prezzo stabilisca. Quale aritmetico può saper dire il prezzo d’una libbra d’oro, cioè d’una
mercanzia che fin dall’India ci si reca? Migliaia e migliaia d’uomini v’impiegano la loro industria, tutti
in diverse regioni, d’ineguale fertilità, ove è vario il valore della moneta, varia la popolazione e la
ricchezza. Altri v’impiega l’opera d’un giorno, altri d’un mese, altri in egual tempo non su d’una, ma
su cento e mille libbre s’impiegano. Inegualissima è la proporzione de’ talenti di tante diverse
persone. Che se si riguarda la vendita, chi sa trovar la giusta proporzione in tanta moltitudine di
compratori, che variano nel gusto, nel genio, ne’ bisogni, nell’opulenza, che sono in vario numero
ne’ diversi paesi, e dall’emporio principale chi più, chi meno distanti? Aggiungete i dazi de’ principi, il
cambio de’ mercatanti, le frodi, i controbandi, e finalmente il numero quasi infinito de’ pericoli e delle
perdite, quanto diseguali nella probabilità, tanto nell’importanza de’ danni. E pure da tutti questi
princìpi ha da derivare il prezzo d’una cosa; e se un uomo solo si sgomenta e s’arretra, la
moltitudine degli uomini che vi hanno interesse il sanno trovare: tanto nelle cose particolari sa più
d’un savio solo una moltitudine d’ignoranti. E che questa gente non erri, e sia veramente il prezzo
corrente il giusto, si dimostra così. Se tutte le persone che concorinrono al commercio dell’ oro tutte
vivono, tutte si nutriscono; gl’industriosi arricchiscono, i trascurati restano delle loro colpe colla
perdita meritamente puniti, è certo che ognuno ha per sé il giusto guadagno ritenuto, niuno ha ai
suoi compagni nociuto: altrimente se una classe d’uomini vi perdesse costantemente, sarebbe da
lei questa industria abborrita e lasciata, e così il corso di tutta la mercanzia s’arresterebbe, come un
oriuolo per la mancanza d’un solo dente dal suo corso si arresta. E se un’ altra classe
eccedentemente arricchisse, tosto diverrebbe così grande il numero di coloro che i primi e men
lucrosi negozi lasciando a questo nuovo si rivolgerebbero, che il momentaneo guadagno in prima
fatto si vedria diminuire, ed al giusto grado condursi.
Non si può adunque in altra maniera con sicurezza conoscere qual sia il giusto prezzo dell’oro, che
chiedendo quanto egli comunemente vale rispetto a tutte le altre merci. Ma a me è necessario, non
trapassando que’ princìpi che nel capo antecedente ho fissi, arrestarmi un poco più sul valore de’
metalli, e dimostrare l’altra importantissima verità, che i metalli sì riguardo all ‘uso che se ne fa, sì
riguardo allo struggimento, hanno valore assai più come metalli che come moneta; onde si potrà
concludere che usansi per moneta perché vagliono, e non vagliono perché usansi per moneta. Il
che mi giova a stabilire solidamente quel valore intrinseco sopra cui ogni verità di questa scienza è
edificata. Io mostrerò adunque quanta sproporzione sia tra il metallo usato in moneta, e quello che
no; e apparirà che i princìpi, onde si forma il prezzo, nascono da questo uso assai più che da quello.
A ciò fare è necessario un calcolo aritmetico.
Io penso che il nostro Regno solo abbia d’argento (tralascio l’oro per maggior facilità del computo)
26 milioni di ducati. Uso questa voce di ducato come d’un peso, essendo noto che quindici ducati e
6/10 eguagliano una libbra di puro argento. Avrei potuto fare il computo in libbre, ma è sempre
meglio usar voci più note, e idee più chiare. Le cause di questa mia opinione sono queste. In
Napoli, città di metalli ricchissima, sono le chiese tutte singolarmente di argento ripiene. Il tesoro
della cappella di S. Gennaro ha sopra cento mila scudi di argento: molte chiese oltrepassano i
sessanta mila, e almeno cinque o sei ne hanno sopra quaranta mila; ma de’ soli utensili più
necessari, quali sono i calici, le patene, gl’incensieri etc. si può far questo conto per vederne la
quantità numerosa. Sono in Napoli trecento e quattro chiese, e sopra cento e dieci altre cappelle,
confraternite e congregazioni, tutte a dovizia ben corredate; in queste sopra due mila altari
benissimo guarniti vi si hanno a numerare. Da tutto questo io m’arrischio argomentare, che in tutto
tre milioni di ducati in argento sia in Napoli ad usi sacri consegrato. Nelle private case, s’io dico che
cinque milioni ve n’abbia, dirò forse meno che più del vero: perché il lusso ha renduti così volgari glioriuoli, le tabacchiere, i manichi di spade e di bastoni, le posate, le tazze e i tondini d’argento, ch’è
cosa incredibile. Si aggiunge a ciò che i Napoletani, quasi in tutto ne’ costumi agli antichi Spagnuoli
rassomiglianti, trovano grandissimo piacere a conservare ripieni di antiche manifatture di argento i
loro forzieri, che scrittòri, e scarabattoli essi chiamano. Da tutto questo io credo non aver errato
nella mia supposizione: della verità della quale chi volesse restar persuaso, non ha a fare altro che
andare a vedere i pegni che ne’ nostri Banchi e Monti di pietà sono, e se ne chiamerà convinto. E
certamente ne’ soli pegni piccoli del Banco della Pietà, sopra quattrocento mila scudi di valore di
piccoli ornamenti e gioielli vi si conservano, fra’ quali almeno cinquanta mila scudi di argento vi
saranno. Ha dunque Napoli otto milioni di argento non coniato. Il Regno contiene una popolazione
otto volte maggiore della capitale, la quale oggi io credo che giunga ad avere trecento quaranta mila
abitatori: vero è ch’egli è incomparabilmente più povero, ma è da attendersi che qualunque cosa,
ch’è sparpagliata, appare minore, che se raccolta si vede. Certamente le chiese del Regno sono
venti volte più di quelle che ha Napoli; e fra queste molti celebri santuari, molti ricchissimi
monasteri, molte cattedrali insigni vi sono doviziose d’argento: né si crederà quanto ricche siano
molte cappelle che ne’ luoghi più poveri del Regno sono fondate. Molte città in oltre, essendo dall’
antica quantità degli abitatori grandemente decadute, sono restate così ripiene di luoghi sacri, che
simili appaiono a quelle antiche città che avea la Tebaide un tempo, le quali tutte di eremiti e di
vergini si componevano: perciò non sembrerà strano se io dirò, che sei milioni di argento abbiano i
luoghi sacri del Regno, e sei milioni soli i laici: laonde sono nel Regno venti milioni di ducati
d’argento non coniato. Quanta sia la moneta mi pare abbastanza noto. Si sa che il marchese del
Carpio nella generale rifusa di tutta la moneta d’argento zeccò 352.388 libbre d’argento, che sono
ducati 5.604.309. Or egli è indubitato che quantunque il lusso a’ nostri dì sia cresciuto oltre misura,
pure la quantità della moneta d’argento o è uguale, o è forse anche minore d’allora; perché della
moneta d’oro è infinitamente cresciuto l’uso, le carte rappresentanti il danaro sono più numerose, e
finalmente egli è la velocità del giro del danaro, non la quantità de’ metalli, che fa apparir molto o
poco il danaro. E che poco sia oggi l’argento si può argomentare dall’avvertire che ne’ Banchi di
Napoli, da’ quali senza controversia per tre milioni di carte sono date fuori, soli 400.000 ducati di
argento vi si conservano. Né voglio che faccia ad alcuno difficoltà l’essersi dal marchese del Carpio
in poi sempre seguito a battere moneta d’argento fra noi, sicché in tutto diecessette milioni di ducati
si sono coniati; perché ognuno può vedere che que’ del Carpio sono in grandissima parte già
mancati, e molte delle monete anche più nuove sono o liquefatte, o andate via, o perdute; onde non
si può affatto dire che tanta sia la moneta quanta se n’è battuta, ma incomparabilmente meno.
Questo è il computo che io ho saputo fare, e su cui molte cose meditando conosco.
Pericolosa cosa sono certamente, e fonte di gravi abbagli, i calcoli dell’aritmetica politica; perché
quasi tutti senza stabilità, né alcuna notorietà di princìpi conviene che si faccino; e i soli principi, se
a questi ameni studi attendessero, potrebbero colla loro autorità i fatti e le sperienze avverare. Sono
poi questi errori assai più facili ad intromettersi, quando la passione guida la mente non a trovare il
vero, ma a trovar ragioni da confermare quello che ci è piaciuto senza motivo alcuno profferire.
Esempio miserabile di questo è stato il cavalier Guglielmo Petty inglese, il quale nel suo ingegnoso
trattato dell’Aritmetica politica molte cose lontane affatto da ogni verità ha co’ suoi calcoli
felicemente dimostrate, avendo per ultimo scopo prefissa non la verità, ma la gloria della sua
nazione, i cui pregi per altro non richiedevano che con mostruose supposizioni s’ingrandissero fino
al ridicolo. Da così funesto esempio io imparo a non derivar conseguenza veruna, che non resti vera
anche se di due o tre milioni avessi errato, che di più certo non posso errare. In prima io avverto che
il metallo d’argento non coniato essendo quattro volte maggiore del coniato, secondo i princìpi da
me nel capo antecedente esposti, bisogna restar persuaso che quattro volte più dipende il valor
dell’argento dal suo esser utile come metallo, che dall’esser utile come moneta; altrimente o le
miniere più non si scaverebbero dopo che uno stato è ripieno di moneta che basti al suo
commercio, o il prezzo della moneta anderebbe con gran velocità alterandosi: perché, non
potendosi negare che in un mezzo secolo almeno di cinque milioni siasi la massa del nostro
argento accresciuta, pure e’ si vede per esperienza che il suo valore non è scemato per metà, ma
assai meno; onde bisogna dire che il lusso lo ha divorato ed ingoiato, e si è così il prezzo a dispetto
della continuata intromessione mantenuto.
Che se il metallo usato ma non consumato è molto più che la moneta, il distruggimento che del
metallo non coniato si fa a paragone dello struggimento della moneta è incomparabilmente
maggiore; dal che con nuovo e più forte argomento si convince chi dubitasse ancora, che l’oro e
l’argento hanno valuta più per l’uso che prestano come metalli di lusso, che come moneta. Evenendo a discorrer di questo più a minuto, dico che per osservazione ci è noto che in cinquant’anni
i carlini nostri si sono consumati del nove per cento; i dodici e tredici grana d’un sette; l’altre monete
più grosse quale del quattro, quale del due, e quale dell’uno. Laonde prendendo un termine mezzo
io dico che la massa tutta della moneta d’argento siasi del quattro per cento consumata: il che è
piuttosto più, che meno del vero. Dunque di cinque milioni di moneta se ne son distrutti 200.000
ducati. Rivolgiamci ora agli utensili. Egli è certo che siccome la moneta si custodisce il meglio che si
può, acciocché non si logori, così degli utensili i più si consumano alla peggio. I tondini, le posate, le
coppe e gli altri vasi da tavola, i manichi di bastoni e di spade, le fibbie, i bottoni, le tabacchiere, col
lavarsi, col nettarsi, collo stropiccio e coll’uso continuo delle mani incomparabilmente più della
moneta si distruggono; ma quando anche non più del quattro per cento in questo mezzo secolo si
fossero consumati, pure questa valuta è di 800 mila ducati. Ma per quello che si adopera
nell’inargentature del legno e del rame, e nell’indorature false, che tutte d’argento fino si fanno, ci
sarà uomo che dubiterà che in cinquant’anni tutto il Regno ne abbia sopra trecento mila distrutti? E
quello che in vestimenti, galloni, drappi e ricami l’indicibile nostro lusso dissipa, è possibile che non
giunga a settecento mila ducati? Lascio tanti altri modi di dissipamento; e restringendomi a’ già detti
e’ resta palese che, mentre della moneta si sono dileguati duecento mila ducati, dal restante
dell’argento sopra due milioni n’è andato via. Sicché dieci volte più dipende il prezzo dell’argento
dall’uso suo in mercanzia, che in moneta. Un somigliante calcolo si può far sull’oro, e tirarne la
stessa conseguenza. E quando questa non paresse ancor a taluno, come ella lo è, verissima, potria
egli restarne convinto riguardando i bassi metalli che usansi per moneta, e vedrebbe che in ogni
nazione solo le utili merci usansi; né le inutili come i sassi e i pezzi di cuoio possonsi adoperare.
Non hanno adunque gli uomini stimati i metalli perché la moneta con essi instituirono, ma gli
usarono per moneta perché ne aveano stima ed utilità. Non fu loro libera e capricciosa scelta, ma fu
necessità che alla natura istessa de’ metalli e a’ requìsiti della moneta era congiunta: il che nel
seguente capo si discorrerà più minutamente.
A stabilire questa verità che io ho dimostrata si poteva usare un altro computo, dal quale apparisse
la sterminata quantità dell’oro e dell’argento che da due secoli in qua il nostro lusso ha annichilita:
ma questo computo, siccome più vasto, era soggetto a troppo più gravi errori; pure e’ mi piace
additarne un lampo. Per conoscere quanto argento siasi dalle nuove Indie recato qui basta sapere
che D. Gaspar di Escalona dice (ed egli poté saperlo) che dal 1574 che fu imprima scoperto il
Potosì fino al 1638 si erano estratti da quel monte 395.619.000 pesos di argento. Il peso è in circa
quanto dodici de’ nostri carlini. Se questo fu in 64 anni, dal 1638 al 1750 in cui siamo, cioè in 112
anni, ancorché siasi la miniera alquanto impoverita, non è dubbio che almeno altrettanto se ne sia
scavato, il che fa in tutto sopra 860 milioni di ducati: chi poi dirà che da tutta l’America (ove sono
oltre al Potosì abbondantissime le miniere di Copiago nel Chily, e quelle della Plata, ed ove il
Messico, la Terraferma ed il Brasile sono anche d’argento doviziosi) il doppio si sia ritratto di quel
che le sole miniere del Potosì danno, dirà certamente meno del vero. Dunque tutto sommando
insieme, più assai di 2.500 milioni ha dalla sua scoperta in qua l’India di argento a noi dato.
Aggiungete tutto il metallo che si trovò in mano agl’Indiani per tanti secoli raccolto e lavorato. Poi
rivolgendosi all’Europa, riguardisi tutto l’argento che prima di Cristoforo Colombo vi era, che
certamente ed alla moneta e ad un non piccolo lusso era bastante. Aggiungavisi tutto quello che
dalle nostre miniere poi si è scavato. E certamente sebbene sia falso quel che lo Sthall
anteponendo l’Alemagna all’Indie ne afferma, cioè che in 400 anni quaranta mila milioni di lire
d’argento abbian fruttato, pure giacché queste miniere ancor oggi torna conto il lavorarle, convien
credere che molto ricche siano sempre state. Sicché in due secoli e mezzo io ho per fermo che
4.000 milioni di ducati d’argento siano stati in Europa; e pure io credo che ora assai più di 1.500 non
ve ne siano, né giungono a mille que’ che in Oriente si sono inviati: tutto il resto lo ha il lusso
divorato, assorbito, distrutto. In aumento della moneta certo che più di duecento milioni non si sono
messi, e ciò è assai piccola cosa riguardo al tutto. Può valer questo calcolo, della esattezza di cui,
per vero dire, io conosco non essere da fidarsi molto, a confirmare un vero già manifesto. Ora non
aggiungerò altro su di questo.
Frattanto i miei lettori potranno avvertire aver io dimostrato che l’oro e l’argento hanno vero valore
intrinseco, che non deriva né dall’usarsi per moneta, né dal capriccio nostro, né dal consenso delle
nazioni. Per ciò fare è convenuto sviluppare i princìpi del valore di tutte le cose in generale, ed
adattargli all’oro ed all’argento. Ho poi fatto conoscere che questo valore intrinseco non solo essi
l’ebbero imprima, ma lo hanno anche ora che si usano nella moneta, perché assai più vagliono, e si
usano come metalli, che come moneta. Ma tutto questo che del prezzo intrinseco si è ragionato,potendo esser comune anche all’altre merci preziose, non gioverebbe nulla, se non si ricerca
perché la moneta è fatta solo d’oro e d’argento, e non di gemme, di pelli rare, di porcellana, di pietre
dure, d’ambra, di cristallo o d’altro. Ed io spero dimostrare a tutti che nemmeno questa cosa dal
consenso e dalla libera scelta nostra derivi, ma che la natura della moneta porti con sé che più
comodamente coll’oro e coll’argento, che con qualunque altra cosa si possi adoperare: ed a questo
è destinato il capo seguente.
CAPO QUARTO
Perché i metalli sieno necessari alla moneta. Definizione della moneta. Qualità particolari de’ metalli
necessari alla moneta. Conclusione.
Di tutte le istituzioni grandemente utili e meravigliose che sono nella vita civile, io fermamente stimo
che niuna ne sia dovuta alla sapienza della nostra mente, ma tutte siano puri ed assoluti doni d’una
Provvidenza amica e benefattrice. E certamente avendo le cose grandi piccolissimi ed invisibili
cominciamenti, tardo accrescimento, ed inespugnabile forza nel procedere innanzi (perché dalla
natura istessa, a dar loro il moto ordinata, sono sostenute), non può l’uomo né del principio
avvedersi, né il loro crescere arrestare, né poiché sono stabilite disfarle: perché non estendendosi il
potere d’alcun uomo oltre ai confini della sua breve vita, non è possibile che innanzi al suo nascere
le nuove cose prevenga, né dopo la morte è sicuro che secondo le sue mire e’ sia ubbidito. Vero è
che gli uomini quando veggono qualche bell’ordine formato, si pregiano d’averlo essi voluto istituire,
ed a perfezionarlo (come essi dicono) danno di piglio. Ma neppure questa perfezione agli uomini in
tutto si dee, perché o ella è conforme all’indole della cosa, e siegue, o l’è contraria, e da sé stessa si
disfà. Romolo certamente non pensò a far sorgere un vasto imperio, né Augusto si accorse che nel
perfezionarlo e nello stabilirlo egli lo disfaceva. Quella virtù istessa che ad ingrandir la Repubblica
concorse, e que’ vizi che la distrussero, erano negli uomini originati dagli ordini e da’ difetti di quello
stato disposti a produr questi effetti. E per rivolgerci alla nostra materia, grandissima cosa è senza
dubbio l’istituzione della moneta: ma è falso che gli uomini fossero quelli i quali imprima ad usarla
avessero pensato. Ella si cominciò (come io ho narrato) ad usare quasi senza che si conoscesse
ch’ella si usava, e senza comprendersene la utilità. Dappoiché fu nota, e resa comunale, si
applicarono gli uomini a migliorarla; e perché la sua natura vi concorreva, si poté col conio e con
altre arti facilitare: ma è da tenersi per indubitato, e questo io voglio in questo capo dimostrare, che
la Provvidenza è quella che ha voluto che della moneta noi avessimo l’utilità; disponendo così le
cose, che conosciuti i metalli, la moneta si dovea necessariamente introdurre; e quando poi questa
fu introdotta, non si poté de’ metalli far a meno, né sostituir loro alcun’altra mercanzia; così
richiedendo i bisogni dell’una e le proprietà degli altri. Questa materia, quanto è importantissima,
tanto io spero ch’ella sarà per essere a’ miei lettori piacevole e fruttuosa.
Sono da ridere invero tanti che dicono essere gli uomini tutti un tempo convenuti, ed aver
acconsentito ad usar questi metalli, per, sé di niun uso, come moneta; e così aver dato loro il valore.
Dove sono mai questi congressi, queste convenzioni di tutto il genere umano; quale il secolo, quale
il luogo, quali i deputati per mezzo de’ quali gli Spagnuoli e i Cinesi, i Goti e gli Africani così
stabilmente convennero, che per tanti secoli dopo, quando finanche un popolo l’esistenza dell’altro
ignorava, mai non si mutarono d’idea? I barbari che distrussero l’Imperio, e i Romani che lo
difendevano, mentre in ogni altra cosa erano ostinati nemici e contrari, in questo solo rimasero
d’accordo, che l’oro e l’argento come ricchezza valutarono. Eh che bisogna pur dire che quando tutti
gli uomini convengono in un istesso sentimento, ed in quello per molti secoli durano, non sono già
questi congressi tenuti a piè della torre di Babilonia, o in sull’uscita dell’ arca; sono le disposizioni
dell’ animo nostro, e le costituzioni intrinseche delle cose: perché queste sono veramente sempre le
medesime, e sempre le medesime sono state in ogni tempo. E che così sia come io dico, mi pare
che si possa fino all’evidenza dimostrare: per la qual cosa io argumento così.
Qualora si vuol far conoscere una necessaria connessione tra due cose, conviene che si esamini
bene la natura di ambedue, ed in questo conoscimento si ha a scoprire quella concatenazione in
dissolubile che è tra loro. Io comincerò adunque a ricercar la natura della moneta, e poi procedendo
innanzi dirò le proprietà dell’argento e dell’oro; onde si conoscerà che quella non può essere senzadi questi. E sebbene della moneta si debba ragionare nel libro seguente, pure giacché mi vi sono di
già appressato, comincerò da ora a palesare le di lei definizioni, riserbando al libro II lo spiegarle e
stabilirle con buone ragioni.
Di due sorte è la moneta, ideale e reale; e a due diversi usi è adoperata, a valutare le cose e a
comperarle. Per valutare è buona la moneta ideale così come la reale, e forse anche più: anzicché
ogni moneta quando apprezza alcuna cosa, è considerata come ideale: il che vuol dire che una sola
voce, un solo numero basta a valutare ogni cosa, non consistendo il prezzo che in una proporzione,
la quale ottimamente co’ numeri si esprime e s’intende. Perlocché riguardo a quest’uso io definisco
la moneta così: ((Moneta è una comune misura per conoscere il prezzo d’ogni cosa)). Utilissimo
oltre ogni credere è quest’uso, perché senza una comune misura mal si conosce la proporzione
delle cose; mentre riferendosi una ad un’altra solo la ragione fra loro due si viene ad intendere. S’io
dico un baril di vino vale 50 libbre di pane, io non conosco altra proporzione che fra il grano e il vino:
ma s’io sapessi che il baril di vino vale un ducato, subito io intenderò con idea distinta la
proporzione fra ‘l vino ed un infinito numero di generi i cui prezzi mi sono noti. E con quanto poca
fatica questa intelligenza si venga ad acquistare lo sa ciascuno. Se giovi, non credo sia da
dubitarne; perocché la nostra felicità da niente altro deriva che dal formare retti e veri giudizi, non
avendo le disgrazie tutte, senza eccettuarne veruna, altro padre che l’errore: ed i giudizi non sono
mai veri, se le idee non sono vivacemente chiare nell’intelletto.
L’altro uso della moneta è di comperare quelle cose istesse che ella apprezza. A questo, non altro
che la reale, cioè il metallo, si può adoperare; e se con alcun’altra spezie di cosa si compra, egli è
perché queste rappresentano il metallo: che è quanto dire, che il metallo assolutamente ed
originariamente è quello che compra, ed equivale a tutto. Perciò la moneta reale stimo che si debba
definire così: ((Moneta sono pezzi di metallo, per autorità pubblica fatto dividere in parti o equali o
proporzionati fra loro, i quali si danno e si prendono sicuramente da tutti come un pegno, e una
sicurezza perpetua di dover avere da altri, quandoché sia, un equivalente a quello che fu dato per
aver questi pezzi di metallo)). Abbastanza mi par chiara questa definizione, né credo che ad alcuno
potrà nascere difficoltà, riguardando a quelle compre in cui vi è frode o inganno. perché bisogna
pensare che i prezzi e i contratti si valutano in moneta ideale, e si eseguiscono in reale; laonde gli
errori cadono sempre nel misurar male una cosa sulla sua comune misura, che è la moneta ideale,
non cadono sulla reale, la quale è sempre un vero e fedele equivalente là dove non è errore o
malizia.
Spiegato ogni uso della moneta, passo a discorrere della natura de’ metalli, e principalmente
dell’oro e dell’argento. Sono i metalli ((i corpi più gravi della natura, i quali col fuoco si liquefanno,
col freddo si rappigliano e s’indurano, e con istrumenti meccanici prendono quella forma che uno
vuole)). Il loro peso non ha che fare coll’utilità loro all’uso di moneta, ma solo il loro esser fusili e
malleabili. Ma forse non rincrescerà il sapere che la proporzione tra ‘l peso dell’oro e dell’argento è
come 19.636 a 1 1.O87 quando l’argento sia purissimo. Secondo questa istessa divisione di parti il
piombo ne pesa 11.345, l’argento vivo 14.019, l’acqna comune 1.000. In oltre un pollice cubico d’oro
del piede parigino pesa once 12, grossi 2, gr. 37, misura di Francia, d’argento pesa once 6, grossi 5,
grani 38, ma questo è d’un argento alquanto men travagliato al fuoco, e perciò più leggiero. Questo
è del peso. Ora replico di nuovo che questo pregio non contribuisce punto al valor de’ metalli,
siccome al piombo, che pure è più pesante dell’argento, niente giova. Lo stesso è di molti pregi
dell’oro e dell’ argento, de’ quali è errore il credere che ad accrescere la stima abbian conferito,
quantunque Plinio e dopo lui tutti gli altri come molto importanti gli hanno enumerati: perché quello
che non varia o l’utilità o la rarità, non varia mai il valore. E sapientemente dice Gio. Loke che talora
una qualità di molta utilità alla vita che abbia qualche cosa se non ne accresce il consumo, non ne
accresce il prezzo. Così se si scuoprisse che col grano si potesse lavorare una medicina
sicuramente efficace contro il mal della pietra, si aumenterebbero i pregi del grano, ma non il prezzo
di lui. Se le pannocchie del formentone avessero il più vago color porporino che si potesse vedere,
sarebbero più belle, ma se non se ne facesse nuovo uso, non sarebbero più care. E perché si
conosca quanto sia vero questo che io dico, sarà bene rapportar qui brevemente quelle proprietà
dell’oro e dell’argento che io sento inconsideratamente celebrarsi, come quelle che indussero
l’uomo ad usargli per moneta, ed esaminare se così sia come Plinio dice.Sono questi due metalli soli da’ chimici detti perfetti, perché in essi non si contiene porzione alcuna
di terra, o sia di materia friabile, inutile, ed atta col fuoco a verificarsi; la quale in tutti gli altri metalli
inferiori, che imperfetti perciò si dicono, si ritruova. È dunque la loro sustanza costituita di mercurio,
e di solfo. Con queste due voci esprimono i chimici certi princìpi fisici, e non già l’argento vivo e il
solfo comune. Chiamano mercurio quella sustanza non volatile, ma atta a liquefarsi e scorrere e
formarsi, la quale lasciando trapassare tra’ suoi pori tutti i sali discioglienti e il fuoco, non si fa da
essi penetrare o mutare. Diconsi solfo quelle particelle che danno al mercurio consistenza, durezza
e colore; le quali il fuoco rende volatili, i sali le disciolgono, impregnansene, e se ne tingono: e forse
questo solfo altro non è che le particelle della luce. Una tale constituzione meritamente gli fa
chiamare semplicissimi, non potendosi in niente altro risolvere, e permanendo immutabilmente
costanti ad ogni esperimento. Né si è potuto ancora con alcuna forza di altro corpo (tolti i raggi della
luce raccolti nella lente ustoria dello Tschirnausen) trasfomargli in modo, o diminuirgli, sicché nella
loro prima natura e quantità non ritornassero sempre. Due mesi tenne Roberto Boile liquide tre once
d’oro senza che le si scemassero neppur d’un grano, e due mesi tenutovi l’argento si scemò solo di
una 12ma parte; se pur questa non fu d’estrania materia che se ne distaccò. La spiegazione di tutte
queste qualità dell’oro e dell’argento si potrà leggere da chi ne fusse desideroso ne’ ragionamenti
letti dall’Homberg nell’Accademia delle Scienze; e sono certamente studio dilettevole ed utile, ed
alla disposizione dell’animo mio il più confacente; ma perché il mio istituto non richiede che più mi vi
trattenga sopra, io me ne astengo.
Passo a dire della dissoluzione de’ metalli perfetti, che anche ingiustamente è creduta nell’oro una
proprietà utile alla moneta. Chiamasi dissoluzione quella divisione d’un corpo in parti minutissime,
natanti in un fluido che tingono, e la natura di esso imitando si rendono in tutto liquide e scorrenti.
L’acqua comune perciò è il generale disciogliente di tutti i metalli, quando siano finissimamente
spolverizzati; l’argento vivo anche egli discioglie tutti i metalli che siano purgati dalla parte oleosa:
ma propriamente parlando gli acidi, o sia i sali sono i veri discioglienti de’ corpi. Niuno però di questi
ha forza da scioglier l’oro, altro che il sal marino, siccome il solo nitro discioglie l’argento: gli altri
metalli poi da qualunque acido sono stemperati. Quello che è strano egli è che il sal marino se si
congiunge col nitro con maggior forza stempera l’oro, e questa dicesi acqua regia, la quale
componesi con due parti di nitro, tre di vitriuolo e cinque di sal marino distillati insieme. Ma il nitro
che discioglie l’argento se vi si meschia il sal marino diviene inefficace: vero è che la flemma dell’
acqua regia di fresco distillata, dopo che ha sciolto qualche pezzetto d’oro, può liquefar l’argento. E
questa sperienza, che il caso scoprì, fu poi felicemente spiegata dall’Homberg a cui avvenne.
Di qua deriva che l’oro non è soggetto a rugine, perché del sal marino, non essendo egli volatile,
non è pregna né l’aria né la terra: ma il nitro, che ha forza d’addentare l’argento, e di cui è sparsa
l’aria e la terra, fa che l’argento sia sottoposto ad annerirsi ed a far rugine, quasi come i metalli
inferiori. Per la stessa cagione l’aceto non doma l’oro, come Plinio avvertì, né il piombo, il mercurio,
od altro minerale che usisi a purificarlo, ha forza di fargli fare scoria: il che non è dell’argento, il
quale sebbene resista al piombo, dall’antimonio però è roso e vetrificato. In fine ambedue questi
metalli, dopo il piombo e lo stagno, sono i più pieghevoli, i più facili a liquefarsi, e sono di prodigiosa
arrendevolezza. Quella che rammenta Plinio farsi a’ suoi tempi, è poca in confronto di quella che
oggi si fa. Dice Plinio dell’oro: ((Nec aliud laxius dilatatur aut numerosius dividitur, utpote cuius
unciae in septingenas, et quinquagenas, pluresve bracteas quaternum utroque digitorum
spargantur)); cioè d’un’oncia si tiravano 12.000 pollici quadri. Oggi da’ nostri battiloro, secondo le
osservazioni accuratissime del francese Reaumour, si schiaccia un’oncia fino a coprire l’ampiezza
di 146 piedi quadri, che sono sopra 21.000 pollici quadrati. Pure questa divisibilità dell’oro, quale e
quanta ella siesi, non è nulla in comparazione di quella che ha l’oro quando essendo soprapposto
ad indorare alcun metallo insieme con lui si distende; avendo questa naturalezza, che sebbene
imprima fosse posto sovr’un pezzo di metallo assai corpulento, se questo per le trafile si slunga,
l’oro anche indivisibilmente lo siegue, e si comparte sopra tutta la nuova superficie con maravigliosa
esattezza ed equalità. E sino a quanto possa giungere questa divisibilità si può intendere dal vedere
che un’oncia d’oro indora sensibilmente un pezzo d’argento che siasi disteso fino alla lunghezza di
360 miglia italiane. Ma su queste osservazioni, che a pochi oggi saranno ignote, non conviene che
più mi trattenga: meglio sarà che facci conoscere ora quel che pochissimi avranno avvertito, che
tutte queste proprietà ad altro non hanno conferito che a render più vile e meno prezioso l’oro e
l’argento.Certa cosa è che il lustro e la bellezza sola è quella che fa che gli uomini amino d’ornarsi con oro e
con argento; né quando questi più presto si consumassero e meno si distendessero, sarebbero
perciò le genti disposte ad astenersene: poiché si vede che godono di consumarlo, ed al prezzo più
caro (com’è la natura degli uomini inclinati al lusso) trovano maggior compiacenza. Ora che l’oro e
l’argento quasi a nostro dispetto sieno tanto difficili a distruggere, che acqua, ferro, fuoco, tempo,
ruggine non gli consumi, e tanto sieno facili a distendersi che, scemandosi pochissimo, si adattino a
ricoprir quanto ci piace del loro luminoso aspetto; egli non fa altro se non che meno rari divengano,
e più lentamente, dopo che sono tratti dalle viscere della terra, ci spariscano davanti, e ne’ primi
semi risolvendosi, tornino di nuovo dentro la terra loro madre a riunirsi e, come noi diciamo, a
rigenerarsi. Dunque se fosse l’oro dieci volte più sottoposto a perire di quel ch’egli non è, dell’oro
dall’Indie recato assai meno ne avremmo noi ora, di quel che ne conserviamo: dunque e’ sarebbe
più caro. Né si può dire che sottoposto ch’ei fusse a questa incomodità sarebbe men prezzato,
perciocché sempre ch’ei sarà bello, sarà prezzato. E che così sia si conosce dalle perle, le quali a
me paiono men belle dell’oro; ma perché non durano, sono più rare, e quindi più care. Su questo
ch’io ho accennato, meditando chi pensa dritto, senza meno al mio sentimento s’accosterà,
distaccandosi dalla corrente la quale, perché vede l’oro usar per moneta, tosto enumera tutte le
proprietà sue quante più ei n’ha, come quelle che indifferentemente lo aiutino ad esser moneta.
Cose dette a caso. Perciò è bene venire a discorrere di quelle qualità che hanno i metalli, e che
dalla materia che dee servir per moneta unicamente sono ricercate.
Dirò imprima quelle che richiede la moneta reale, o sia che compra. Perché una cosa possa aver
quest’uso si richiede: I. Che sia universalmente accettata. II. Che non sia soverchio voluminosa, ed
incomoda a trasportare e a cambiare: giacché non può una cosa servir per equivalente delle più
preziose e desiderabili, onde gli uomini si privano, se ella non è comunemente ricevuta sempre, e
con ciò faccia sicuro chi la possiede di non dover restar mai privo di quello ch’egli in mente ha
figurato poter con essa conseguire. In oltre una mole troppo voluminosa si rende molesta ai cambi,
e subito bisogna sostituirvene una più lieve che la rappresenti.
Per potere una cosa essere da tutti accettata quattro qualità io veggo che si richiedono: I. Che abbia
un valore intrinseco e reale, e nel tempo stesso da tutti concordemente stimato. II. Che sia facile a
sapersi la vera valuta. III. Che sia difficile a commettervisi frode. IV. Che abbia lunga conservazione.
Non mi dilungo a provar la verità di questo che asserisco, perché o il mio lettore la conoscerà
meditandovi, ed è inutile ch’io la spieghi, o non la intenderà, ed è inutile che quest’opera sia letta da
lui.
Ora non mi resta che applicare questi requisiti, che ho esposti esser necessari alla moneta, ai
generi che la natura produce, e si conoscerà quali siano quelli che la natura ha destinati a servir per
moneta dotandogli convenientemente. Imprima restano esclusi tutti que’ che non hanno valore
intrinseco, ma convenzionale: perché essendo certissimo che è men sicuro avere in mano una
merce la cui valuta dipende dalla publica convenzione e fede, che non l’aver quelle che vagliono
perché sono necessarie o utili all’uomo: questa merce non può generalmente parlando divenir
moneta. Così è che un paese non potrà mai servirsi di moneta di cuoio o di bullettini per lungo
tempo. E sebbene i biglietti corrano in molte parti per moneta, pure io non so se, quando questo
paese che usa i bullettini divenisse tributario di alcun popolo inimico vicino, non so io dico, se i
conquistatori si contenterebbero di lasciarsi pagar co’ bullettini, o se vorrebbero la moneta di metalli.
Tanto è grande divario tra la fede pubblica e il pensare comune. Questo quanto è universale, tanto
è immutabile; quella non si estende più in là di quelle persone e popoli che hanno convenuto, ed è
sottoposta ad ogni minimo accidente a turbarsi, e spesso anche a disciogliersi: e perciò un popolo
non può per lungo tempo usar solamente moneta rappresentata. Onde si conosce sempre più falso,
che il valore de’ metalli, e l’usarsi per moneta sia di convenzione umana.
In secondo luogo restano esclusi per lo stesso motivo tutti que’ generi che soggiacciono alla tirannia
della moda: mentre quanto è vacillante la fede pubblica, tanto è volubile la fantasia popolare. In
terzo que’ generi che colla diversità de’ costumi o de’ culti religiosi possono cambiar valuta: dalle
quali eccezioni poche cose a me pare che siano libere dopo l’oro e l’argento. E questo è quanto al
primo requisito.Ma il secondo è quello che limita precisamente i metalli a doversi sol usar per moneta. Non si può
saper con facilità la valuta d’alcun genere, se quelle tante ragioni componenti spiegate nel secondo
capo non si riducano a numero più semplice. Or i metalli han questo di proprio e singolare, che in
essi soli tutte le ragioni si riducono ad una, che è la loro quantità, non avendo ricevuto dalla natura
diversa qualità né nell’interna loro costitnzione, né nell’esterna forma e fattura. Tutto l’oro del mondo
è d’una medesima qualità e bontà; o per meglio dire ad essere d’una medesima qualità si può
facilmente ridurre: perché è vero che mai non si trovano l’oro e l’argento nelle miniere o nelle
sponde de’ fiumi perfettamente puri, ma sono sempre con altro più basso metallo o minerale
mischiati; ma è noto che si ponno questi metalli abbassare di carato con quanta lega si vuole, e
purgarli al contrario fino alla perfezione: non è però così del vino, del grano, e di tanti altri generi.
Non sono essi da per tutto dell’istessa qualità, né vi è arte per far che il vino d’Ischia diventi vino di
Toccai: perciò con una stessa misura di peso non si possono vendere tutti i vini del mondo ad uno
stesso prezzo. L’oro e l’argento non solo si possono, ma si debbono valutare attendendo alla sola
quantità della mole: la quale la natura fa che si conosca ottimamente ed infallibilmente col peso. In
oltre un pezzo di due pollici cubi d’oro vale quanto due pezzi d’un pollice l’uno: ma un diamante di
dieci grani non vale quanto due di cinque l’uno. E questo è perché di due pezzi d’oro io posso farne
uno, con congiungimento che non è incastratura o legatura dell’arte, ma unione che la natura fa, e
l’arte non la può distinguere o percepire: ma di due diamanti non v’è arte di farne uno. Questo
istesso dicasi sulla diversa grandezza degli animali, legni, marmi, gemme, rarità, le quali perciò non
possono secondo la mole aritmeticamente apprezzarsi. E sebbene alcuni commestibili vendansi a
peso, ognuno però sa che, subito che uno di essi, come per esempio un pesce, eccede l’ordinaria
grandezza, non si valuta colla medesima ragion del peso, ma assai dippiù: il che non sarà mai ne’
metalli. In terzo una verga d’oro spezzata, torta e malformata vale quanto la dritta e l’intera. Non è
così d’un cristallo, d’una porcellana etc. perché all’oro non dà né toglie valuta l’esterna fattura,
all’altre cose sì. Intendo qui di dire quanto alla fattura, che la natura non dà pregio di forma ai
metalli, producendogli in polveri, o ramificazioni minutissime e di forma inutile: il fuoco le congiunge,
l’arte le lavora, e questa forma vale; ma ella è interamente distinta dal valor della materia e ne è
divisa affatto. Quindi sempre la materia siegue a valere secondo la ragion del suo peso, qualunque
forma prenda, o se le tolga. Ma le gemme non hanno Valor di materia distinto dalla forma, e la
qualità loro prende mille diversi gradi dalla limpidezza dell’acqua, colorito, fuoco, pagliuole,
nuvolette, scheggiature. Perciò la legge non può fissarsi un valore universale, ed ognun conosce
che un bravissimo gioielliere con lungo studio non conosce così bene il valore d’una gemma, come
un orefice anche inesperto conosce quello dell’oro. Ora è certo che l’uomo non s’arrischia a
contrattare che là dove vede chiaro e non teme inganno; e se la moneta interviene in ogni contratto,
troppo è necessario ch’ella sia d’una materia di facile valuta. Ma io ho dimostrato che né più atta
dell’oro e dell’argento si troverà, né più sicura: de’ quali quanto sia facile conoscere la bontà ed il
peso, lo dimostra l’esempio della nazione cinese, nella quale ognuno da per sé saggia e pesa l’oro,
e lo sa perfettamente valutare. Nelle nazioni più culte si hanno i principi e le repubbliche presa la
briga di conoscer essi della bontà e del peso de’ metalli, e di assicurarne sulla loro fede ciascuno
colla loro impronta; e così hanno l’uso de’ metalli come moneta alla perfezione condotto, come nel
seguente libro si dirà; ma non è questa cosa necessaria.
Mi resta ora a dire degli altri due requisiti della moneta; e quanto alla lunga conservazione che l’oro
e l’argento l’abbiano sopra ogni altra cosa lunghissima, non si ricerca ch’io lo ripeta. Quanto al non
potervisi far frode, io dirò brevemente ch’egli è noto quanto si siano gli uomini travagliati per imitar
l’oro e multiplicarlo: ed è nella luce del nostro secolo divenuta così ridicola e vilipesa questa
misteriosa scienza, che alchimia si dice, quanto forse fu in altri tempi venerata e culta. Tanto poco
resiste al tempo ed alla verità un ingann o misterioso che promette utilità sproporzionate agli ordini
della natura. Quello però che a me è paruto sempre strano, è il conoscere che questa scienza si
disprezza non per lo fine ch’ella si propone, il quale anche agli stessi disprezzatori sembra grande
ed eccellente, ma perché si sa non poter ella giungere a conseguirlo. Il suo fine è di convertire o
tutte le sustanze, o almeno molte materie vili, quale è il ferro, e le pietre, in oro. Né io sento chi
derida come ridicola e dannosa questa intrapresa quando ella riuscisse: sento solo ch’ella si ha per
impossibile. In verità non si è geometricamente dimostrato finora ch’ella non possa riuscire. Ma
siccome gli sforzi di tante migliaia d’uomini e d’anni non hanno prodotto nulla, e in oltre si vede che
niuna produzione della natura ha potuto finora essere moltiplicata o rifatta dall’arte; né alcuno farà
chimicamente un granel di grano, una pumice, un marmo, un legno; così vi è una tanta e tale
verisimilitudine, ch’ella si tiene per dimostrazione. Un’altra ragione pure si adduce, che la semplicità
somma de’ metalli perfetti, siccome non permette che l’arte gli distrugga e disciolga, così non pareche possa sapergli moltiplicare: e questa ragione è stata potentissima fino a 50 anni sono, che
cessò di esserla. La chimica acquistò nuove forze oltre l’antiche da operar su’ corpi. Allo
Tschirnahusen tedesco venne fatto di lavorare una lente di straordinaria e non più veduta
grandezza, la quale acquistata dal duca d’Orléans e data ad usare agli Accademici delle Scienze,
fece conoscere all’Homberg che l’oro poteasi da’ raggi del sole o sciogliere, o diminuire, distruggere
e vetrificare. Nelle Memorie del 1702 e del 1707 si potran leggere a lungo tutte le dispute ed
osservazioni su questo maraviglioso fatto che a molti, ancorché vero, pareva affatto incredibile.
Or con queste nuove forze, delle quali ancora non è perfezionato l’uso, quel che si possa pervenire
a fare è ignoto ancora: ma quello che potea esser noto sin dal principio, e non si è voluto
conoscere, egli è il vizio del fine istesso dell’alchimia. Il suo fine non è già convertire il ferro in oro,
ma l’oro in ferro: fine pernizioso e diretto unicamente ad impoverirci. Io dico così per far sentire
quell’inganno che è il più universale e frequente nelle menti umane, ed il meno perseguitato.
Quando si pone uno stato di cose diverso da quello in cui si vive, bisogna convertir le idee dello
stato presente, ed appropriarle al supposto che si fa, e a quello stato. Allorché oggi noi diciamo oro
ci suona nell’orecchio un non so che d’opulenza, di dovizia; in somma di desiderabile e buono.
Quando diciamo ferro pensiamo subito a cosa vile e disprezzata; e certamente nello stato presente
non c’inganniamo. Ma se tutto il ferro che uno vuole si può cambiare in oro vero e perfetto, allora
dicendo oro si risveglierà l’idea secondaria istessa che viene quando oggi si dice ferro. Né la
bellezza dell’oro, alla volgarità di lui resistendo, potria sostenerne la stima: perché il cristallo, il quale
è certamente bello sopra ogni altra cosa, perché egli è un genere che, oltre a quello che nelle rupi si
scava, si sa con l’arte fare, non vale più di quel che la sua poca rarità richiede ch’ei vaglia. Dunque
sgombrando l’inganno delle parole, l’alchimia non promette altro che impoverirci; cioè rapire dal
numero delle cose rare, e perciò preziose, l’oro e l’argento: il che se ella facesse anche delle
gemme, ci spoglierebbe affatto d’ogni mezzo da ostentare la potenza, e da adornare la bellezza. Né
il consumo dell’oro si accrescerebbe, ma anzi divenendo bassissimo il suo valore, il lusso non
ricercherebbe più, e il naturale si staria ascoso nelle sue vene, l’artificiale nel suo ferro. Né questo
danno sarebbe molto grave a paragone dell’altro, cioè di privarci di moneta. In quel caso tutta la
moneta si ridurrebbe a moneta di rame, di ferro giallo e di ferro bianco: perciocché questo
suonerebbero allora i due pregiati nomi d’oro e d’argento: e quanto fastidio apporti l’aver solo
moneta di rame e di ferro si dirà altrove. In oltre non si potrebbe all’oro ed all’argento, divenuti inutili,
sostituire le altre cose, per le comodità ch’elle non hanno in sé. Sicché anche per questa ragione,
che mi pare validissima, l’Autore della natura non permetterà mai che il bell’ordine morale
dell’universo, il quale tutto sulle monete, come sopra il suo asse, si mantiene e si rivolge, possa
dall’alchimia esser guasto; né giova agli uomini andar più dietro ad un’arte tanto ad essi perniziosa
e fatale, se al suo scopo pervenisse. E qui io potrei dimostrare, se non fosse di là dal mio istituto,
che anche quella immortalità e universale medicina che ci si promette, non saria per essere meno
perniziosa e lagrimevole a tutti di quel ch’ ella sembri agli sciocchi vantaggiosa: perché tutto quel
che conturba l’ordine infinitamente bello dell’universo, e stolidamente promette riparo a quegli
accidenti che la nostra ignoranza chiama disordini, è, e sarà sempre contrario alla verità,
impossibile ad avvenire, ingiurioso alla Provvidenza, e quando pure avvenisse saria calamitoso al
genere umano.
Vedesi per lo soprascritto discorso quanto necessario sia che le monete reali misurinsi col peso, e
siano fatte di materia tale che dalla frode e dal consumo restino il più che si può sicure: e che a ciò
fare niente altro che l’oro e l’argento siano disposti mi pare anche dimostrato: onde resta concluso
quanto necessario ed indispensabile sia l’oro e l’argento a’ bisogni della moneta reale. Resterebbe
che io dicessi di que’ della moneta ideale, misuratrice de’ prezzi; della quale però, siccome il solo
nome e numero basta a costituirla, così non parrà a molti che ella abbia necessaria connessione co’
metalli. Ma da così credere si rimarrà chi riflette che non si può in un paese introdurre moneta
ideale se non per mezzo della reale; ed ovunque la moneta immaginaria usasi per contare, egli è da
aversi per certo che un tempo questa moneta era reale, come per esperienza si conosce. Non sono
gli uomini capaci da avvezzarsi sulla prima a computare sopra un numero astratto e non significante
alcuna materia che gli corrisponda; ma se dalla vicenda delle cose insensibilmente vi son tratti, vi si
accordano assai bene: di che si dirà più a lungo nel seguente libro. Ora io farò brevemente
conoscere che la misura delle cose da niun genere meglio che da’ metalli si può fare.
Hanno le misure necessità d’essere stabili e fisse il più che si può: ma questa stabilità in niuna cosaumana si può sperare di rinvenire. A lei dunque si dee sostituire una lenta mutazione e una equabile
progressione o di accrescimento, o di diminuzione, che da niuna vicenda sia sbattuta ed altamente
turbata. Or questa condizione, che non ha il grano, il vino etc. l’hanno i metalli men preziosi, i quali,
come io dissi, non soggiacendo a diversità di raccolta, se non nelle scoperte di nuove miniere (che
è accidente rarissimo), né a varietà di consumo, hanno prezzo quasi costante, e per la loro uni_
versale stima da per tutto il medesimo, non per tante proprietà che hanno, ma solo per alcune; cioè
perché sono metalli, e perché sono dotati di singolar bellezza, sì che in ogni tempo da tutti sono
stati apprezzati. Sono i metalli adunque attissimi non meno a pagare che a valutare le cose tutte, e
perciò come naturalmente moneta si hanno a riguardare; e da questo loro istituto volendosi variare
si dee credere che disordine e violenza alle leggi della natura ne nasca, come quella che non ha
lasciata la materia costituente la moneta in nostra libera elezione, ma l’ha da per sé stessa sull’oro e
sull’argento fondata.
Sicché da quanto in questo primo libro si è detto, io voglio che i miei lettori ringrazino la divina
Provvidenza, che dopo creati a nostro bene l’oro e l’argento, e fatticigli conoscere, gli fece
insensibilmente cominciare a vendere a peso, e così ad usar per moneta, a questo fine di valore
intrinseco e d’altri convenienti attributi avendogli dotati; e di tanta bellezza gli ornò, che né la
volubilità delle usanze, né la barbarie de’ costumi, né la povertà, né la soverchia ricchezza hanno
avuta forza di spiantare dal concetto degli uomini, con sostituirvi altre merci; che né i filosofi faranno
mai vilipendere, né gli alchimisti sapranno moltiplicare. Voglio poi che si ringrazino le supreme
potestà della terra, le quali migliorando le intrinseche qualità de’ metalli, ed alla loro perfezione
conducendole, hanno i metalli saggiati, purgati, pesati, divisi, e col proprio impronto venerabile
contrassegnati per sicurezza de’ cittadini. E di queste migliorazioni dalle civili comunanze fatte il
seguente mio libro sarà ripieno.
Libro II
Della Natura Della Moneta
Introduzione
Tra i gravi e sensibili mali che i poeti e gli altri eloquenti scrittori hanno agli uomini arrecati,
gravissimo è stato senza dubbio quello d’aver falsificate e guaste le idee della nostra mente da
quelle della moltitudine distaccandosi, le quali, perché dalla natura sono prodotte, hanno per
ordinario in sé giustizia e verità. Essi sono stati coloro che lo stato infelicissimo di natura, secolo
d’oro hanno denominato: e quasi l’esser l’uomo simile in tutto ai bruti fosse il punto della sua
perfezione, tutti gli ordini della civile società, che dalla vita ferina e dalle naturali perverse
inclinazioni alla maleficenza, crudeltà, odio, invidia e rapacità ci ritraggono, quasi corruttele d’una
ideata innocenza e semplicità, hanno, non so perché, biasimate. Essi sono quelli che dell’argento e
dell’oro, ch’e’ non aveano, si fecero imprima veementissimi disprezzatori; e forse che così
credettero vendicarsi di quelle ricchezze che non potettero, né meritavano guadagnare. E perché le
loro composizioni sono d’ogni ornamento d’eloquenza ripiene, e da ognuno lette ed apprese, n’è
nato che in ogni secolo anche gli stessi savi conformemente alle parole de’ poeti hanno parlato. Ma
non han potuto queste parole sulle operazioni delle nazioni influire, essendo per esperienza
conosciuto che gli uomini operano per lo più secondo che la natura rischiaratrice del vero ispira loro
che si debba vivere, e sieguono poi tranquillamente a ripetere quelle sentenze che altri
eloquentemente ha dette ed essi hanno mandate a memoria, sia che alla condotta della loro vita si
accordino, o che ne discordino grandemente. Perciò la moneta, che tutti biasimano come origine d’
ogni colpa, e fomentatrice delle cattive inclinazioni, si siegue senza interrompimento ad usare; e
così per tutti i secoli si seguirà. Ma io, che non sono avvezzo ad essere ammiratore e seguace delle
opinioni di pochi, e credo che il distaccarsi da’ più non sia sempre sicuro cammino alla verità, ho
voluto riguardare se la moneta sia veramente una dannosa introduzione, o anzi una perfezione
degli ordini della società civile, che a ben vivere ci conducesse; e meditando ho trovato che ella è
grande ed utilissima invenzione, e tale che, non dovendosi i sommi beni ad opera umana attribuire,noi dobbiamo di lei, non altrimenti che del vitto facciamo, rendere umilissime grazie alla Divinità. Al
qual conoscimento come io sia pervenuto piacemi in questo capo dichiarare; ed in tutto il presente
libro dell’utilità e comodità della moneta andrò ragionando.
CAPO PRIMO
Dimostrazione della natura della moneta e della sua utilità.
La necessità del commercio al sostentamento della vita ed all’acquisto della terrena felicità è cosa
troppo conosciuta; essendo il commercio figliuolo del bisogno scambievole che ha ciascuno, e
potendosi definire ((Una comunicazione che gli uomini fanno tra loro delle proprie faticlie per
riparare alle comuni necessità)): tutto quel che giova al commercio perciò è utilissimo anch’egli. Or
niente è più evidente, quanto l’incommodo dell’antico e primo costume di commerciare con baratto
di cose a cose: perché è troppo malagevole sapere a chi la cosa a me soverchia manchi, o chi la
mancante a me possegga, né tutte le cose si possono trasportare, né per lungo tempo serbare, né
pareggiare o dividere secondo forse richiede il presente e comune bisogno. A voler dunque riparar
questo incommodo io pensai se si potesse vivere in comune; poiché essendo per esperienza noto
che le piccole società, quali sono molti ordini religiosi, felicemente e meglio degli altri vivono in
comunanza, mi pareva che anche i corpi grandi e le città e i regni potessero in comune vivere
beatamente. Ed io trovai che non si può in questi, che non sono ripieni di gente scelta e virtuosa,
ordinare che ciascuno lavori e si affatichi, e la sua opera riponga in magazzini aperti e comnni, ne’
quali possa trovar riposto da altri artefici tutto quello che a lui bisogna, e prenderselo a suo piacere:
mentre il poltrone allora, defraudando il pubblico della sua opera, viverebbe inginstamente delle
altrni fatiche; e in oltre non vi sarebbe modo d’arricchire, né impoverire: onde l’industrioso, non
movendolo lo sprone del guadagno, meno faticherebbe; il pigro, sperando negli altrui sudori, o poco
o nulla affatto; e finalmente anche i virtuosi vorrebbero vivere con maggior lautezza che alla
condizione della loro arte non conviene. Perché noi vediamo che per la diversa eccellenza
dell’esercizio, diversamente guadagna il mercatante e il contadino, e perciò l’uno lautamente, l’altro
parcamente vive: ma in quest’ordine di vita comune tutti vorriano viver bene del pari, e perciò
quest’ordine non si può mantenere. Per emendar questo adunque io pensai che si potea far così.
Potrebbe tenersi conto di quanto ciascuno fatica, e poi secondo ch’egli coll’industria sua alla società
giova, dovrebbe delle altrui partecipare, e non più. Quindi si dovrebbe costituire che ognuno che
porta i suoi lavori al magazzino ne ricevesse un bullettino concepito in questi termini: Che il tale ha
immessa ne’ magazzini pubblici tanta quantità di tale roba, diciamo per esempio 100 paia di scarpe,
per lo valore delle quali resta creditore sulla società. Si dovria indi stabilire che niuno potesse toccar
nulla da’ magazzini senza presentare qualche bullettino di suoi crediti, e niente più prendere di quel
che importi il valore e la quantità di questo suo credito, pareggiato il quale con aver presa roba
equivalente, dovria lasciare o lacerare il bullettino. In oltre conoscendo quanto incommodo saria se
nel bullettino si esprimesse solamente il dritto che uno ha acquistato di provvedersi di uno solo
genere di cose, dicendo per esempio che colui che ha immesse le 100 paia di scarpe meriti perciò
di esiggere 1.000 libbre di pane, e non altro, sicché questo bullettino solo al magazzino del pane
fosse accettato, vidi che bisognava che sulle porte di tutti i magazzini si ricevessero liberamente i
biglietti, sicché ognuno si potesse di quanto mai gli può bisognare, provvedere. Per ciò fare era
necessario che il principe costituisse una valuta a tutte le cose, o sia su d’una comune misura la
valuta d’ogni cosa costituisse: dichiarando per esempio che lo staio del grano a tanto vino, tanta
carne, olio, vesti, cacio etc. corrisponde; secondo la quale misura e tariffa si saprebbe poi quanto si
appartiene ad ognuno di ricevere per quel che egli ha fatto, e quando è che il suo credito è
pareggiato. In fine s’avria da dare al principe inun certo numero di bullettini, i quali da lui alle
persone che all’ tiero corpo servono si distribuissero; acciocché questi secondo quella lautezza che
è proporzionata all’importanza e merito del loro impiego, vivessero. E perché, come ognuno vede, è
necessario in questo sistema che i magazzini non abbiano maggior debito in bullettini di quella
quantità di roba che eglino hanno veramente, io trovai esser necessario che si obbligassero tutti i
cittadini a portar gratis, cioè senza riceverne riscontro di bullettino, tanta quantità di merci ne’
fondachi, quanta è la somma di tutto quel che si dà al principe a distribuire ai ministri della società.
Credo che sia evidente la verità di quanto ho detto, e a quanto disordine si verrebbe così a riparare.Or su questo meditando più, io compresi che il principale, anzi l’unico inconveniente che in questo
stato potea intromettersi erano le frodi su’ bullettini. La quantità de’ diversi caratteri de’ custodi de’
fondachi non faria ben distinguere tutti i veri da’ falsi; e quel che è più, mancando la fede e la virtù
poteano i custodi per giovare agli amici ed ai congiunti talora fargli creditori sul pubblico d’un prezzo
maggiore delle mercanzie da loro intromesse; dichiarando per esempio taluno, che ha immesse
solo dieci scarpe, creditore di 1.000 libbre di pane, quasi egli non dieci ma cento ne avesse
arrecate: che sarebbe lo stesso che fare apparire i fondachi più del vero doviziosi. E così divenendo
poi debitori di maggior quantità di robe che non hanno in loro, presto sarebbero non senza
ingiustizia vuotati con questa frode. Or per assicurarsi da ciò, benché in molte maniere vi si potesse
riparare, mi parve che la migliore sarebbe se il solo principe segnasse una determinata quantità di
bullettini, tutti d’uno stesso prezzo, come a dire del prezzo d’una libbra di pane; e di questi, che in
carta o in cuoio potrebbero segnarsi, se ne distribuissero le convenienti somme ai custodi delle
robe, i quali a chi immette gli dessero, ripigliandogli da chi estrae. Allora non più si esprimerebbe su
d’un solo bullettino tutto il prezzo, ma colui che porta roba di più valuta d’una libbra di pane,
prenderebbe tanti bullettini quanti eguagliassero il valore di quella. Così si dà rimedio alla
confusione de’ vari caratteri, alla falsificazione, alla formazione continua di nuove carte; i custodi
potrebbero dare esattamente i loro conti; ed in fine, se fosse certo che i bullettini non fossero
ricusati da alcuno per timor di frode, pare che con questi ordini una società si potrebbe reggere e
conservare. Così veramente pareva a me quando fui meditando a questo termine pervenuto: ma
frattanto che io mi rivolgea ricercando se nuova difficoltà restasse a superare, o per contrario se gli
storici o i viaggiatori narrassero di qualche nazione la quale con l’esempio desse conferma alle mie
idee; ecco che quasi cadendomi un velo dagli occhi m’accorsi che inavvedutamente io era al mondo
presente giunto, e sul suolo paterno camminava, donde credea essere tanto lontano: e così spero
che a’ miei lettori interverrà.
Vidi, ed ognuno può ora vederlo, che il commercio, e la moneta prima motrice di esso, dal misero
stato di natura in cui ognuno pensa a sé ci hanno condotti al felicissimo della vita comune, in cui
ognuno pensa per tutti e fatica: ed in questo stato non per principio della sola virtù e pietà, che ove
si tratti d’intere nazioni sono legami che soli non bastano, ma per fine di privato interesse e di
comodità di ciascuno ci manteniamo. Vidi le monete essere i bullettini, le quali in somma sono una
rappresentanza di credito che uno ha sulla società, per cagione di fatiche per essa sostenute o da
lui, o da altri che a lui le ha donate. Non vi sono, è vero, fra noi que’ magazzini comuni, ma ad essi
corrispondono le private botteghe, e con assai miglior consiglio i bullettini, cioè le monete, non si
danno e prendono da’ generali custodi, ma ognuno delle sue fatiche ha cura; e per empir la sua
bottega dà la moneta con cui negozia, e ripigliasela vendendo. Così non v’è bisogno della virtù o
fede de’ fondachieri, né della vigilanza del principe, perché non si dissipino i bullettini; ma ognuno si
astiene dal dargli disponendo solo del suo, e donando la moneta i suoi sudori dona: e così
quell’inconveniente che non è abbastanza frenato dalla virtù nel primo stato supposto, lo è in questo
presente perfettamente emendato dall’interesse proprio, la forza del quale è sempre negli animi
umani anche viziosi inespugnabile. E certamente siccome le società ristrette e scelte in cui gli
uomini non nascono, ma si ricevono adulti, sono felicissime, se si fondano sulla sola virtù, così le
nazioni e i regni avranno governo ruinoso e vacillante, se la virtù che lo sostiene non sarà
coll’interesse mondano congiunta; non potendosi i vasti corpi da’ cattivi germi che vi nascono purgar
pienamente.
Io m’accorsi ancora che que’ bullettini dati al principe, per cui conveniva a tutti lasciar qualche
porzione di fatiche gratis, erano i dazi e i tributi: non essendo questi altro che una parte delle fatiche
di tutti messa in comune e ridotta in moneta, la quale il principe distribuisce, e questi sono i salari e
le spese ch’egli fa. In fine ogn’incommodo che i bullettini di qualunque materia si facessero aveano,
gli ha la moneta di metallo emendati. In lei la qualità, conio e struttura assicura dalla frode de’
privati, e la intrinseca valuta dall’abuso che mai ne potesse fare il principe; essendocché se la
materia non contenesse tutto il valore che ha la moneta, il principe potria stampare un numero
eccessivo di bullettini; e questo solo dubbio ch’egli potesse farlo basta a toglierne o diminuirne il
prezzo, e troncarne il corso. Ma la materia della moneta altri che Dio non può moltiplicarla, ed a
volerla scavare o far venire d’altronde vi corre tanta spesa, quanto ella poi vale, e così non v’è
guadagno ad accrescerla: e questa è la grandissima importanza che la moneta sia fatta d’un genere
che tutto il valore lo abbia naturale ed intrinseco, e non ideale.Frattanto, senza ch’io più mi allunghi, sviluppino i miei lettori queste considerazioni, e vi troveranno
entro una bellissima cognizione della costituzione delle società, de’ contratti e delle monete; e
rovesciando in sintetico questo metodo analitico, si avrà la migliore dimostrazione de’ vantaggi della
moneta, la quale essendo stata da molti autori esaltata, e da infinitamente più ingiuriata con atroci
villanie, da niuno ho veduto che fosse in maniera comprensibile dimostrata qual ella è utile ed
eccellente. Riserbo ora al seguente capo parlare della comune misura delle cose, l’utilità della quale
in questo capo si è dimostrata: ma resta a far conoscere quali difetti abbia con sé l’esser ella situata
nella moneta.
CAPO SECONDO
Della natura della moneta in quanto ella è comune misura de’ prezzi; e delle monete immaginarie e
di conto.
Avendo dimostrata quale sia e quale uso naturalmente presti la moneta allor ch’ella compra, ed
equivale a tutte le altre cose, vengo a dire di lei ((come d’una regola della proporzione che hanno le
cose tutte a’ bisogni della vita)), che è quel che dicesi, con una voce sola, prezzo delle cose; e
perché più ordinariamente si apprezzano le merci con monete immaginarie, o di conto, dirò di
queste ancora.
Dicesi moneta immaginaria quella che non ha un pezzo di metallo intero che le corrisponda per
appunto in valore. Così il ducato romano è divenuto oggi moneta ideale, perché non zeccandosi più
moneta che contenga dieci paoli d’argento, il ducato non si trova più in piazza corrente, ma solo da’
curiosi si conserva. Tale è la nostra oncia, la lira sterlina inglese, la lira di conto in Francia, il ducato
d’oro di Camera, il ducato di banco veneziano, e moltissime altre monete. Per ordinario questa
istessa moneta ideale suol essere di conto, cioè a dire con essa si stipula, si contrae e si valuta ogni
cosa: il che è nato da una medesima cagione, che le monete le quali oggi sono ideali, sono le più
antiche d’ogni nazione, e tutte furono un tempo reali; e perché reali erano, con esse si contava: ma
avendo i principi variata la mole e la forma delle monete, sono divenute quelle immaginarie, e solo
nel conto si sono ritenute per maggiore facilità. In alcuni paesi, come in Francia, con editti severi de’
sovrani è stato varie volte regolato che solo con alcune monete si potesse stipulare e contrarre, e
non con altre; e questa cosa è stata ivi creduta importantissima: ma quasi tutte le nazioni, come è
fra noi, non hanno legge che le costringa: l’uso sì bene ha introdotto che si computi con tre monete
diverse, delle quali l’una contenga l’altra un numero di volte intero, e senza frazione; e sono questi
numeri quasi da per tutto il venti, e il dodici. Così noi computiamo in ducati, e tarì, che sono la
quinta parte di essi, ed ambedue sono monete d’argento reali; e grana che sono la ventesima parte
del tarì, e sono di rame, che poi dividiamo in dodici parti, dette cavalli dall’antico impronto che ebbe
questa moneta de’ re aragonesi, ed oggi è divenuta immaginaria, non battendosene più per
l’eccessiva piccolezza.
Ora per ragionare più minutamente sulle monete di conto e sulle ideali, e della loro utilità, dico come
egli è da’ stabilirsi per assioma che, quando il prezzo d’una cosa, o sia la sua proporzione con le
altre si cambia proporzionatamente con tutte, è segno evidente che il valore di questa sola, e non di
tutte le altre si è cambiato. Dunque se un’oncia d’oro puro valendo, o sia essendo eguale a dieci
tumoli di grano, a quindici barili di vino, e a dodici staia d’olio, si cambiasse poi questa proporzione,
sicché un’oncia d’ oro valesse venti tumoli di grano, cinquanta barili di vino, ventiquattro staia d’olio,
è certo che l’oro solo è alzato di prezzo, e non si sono gli altri generi sbassati: perché se fosse il
solo grano sbassato, si vedrebbe sì valere venti tumoli un’ oncia d’oro, ma il vino e l’olio non
avrebbero cambiato il loro prezzo. Né si può dire che tutti tre siano sbassati; perché una così
generale abbondanza in tutto è cosa tanto rara, che si può avere per impossibile. Dunque bisogna
concludere che quando tutto incarisce, e non è questo un momentaneo alzamento, né diseguale
(perché le guerre, le carestie e le calamità è vero che producono incarimento, ma questo non è di
molti anni, né proporzionale in tutte le cose), la moneta è quella che è avvilita; e quando ogni cosa
avvilisce, è la moneta incarita.Questa conseguenza la reca necessariamente con sé l’essere la moneta la comune misura di tutto;
e certamente non è questo senza incommodo, ed è anzi come io dimostrerò di gravi abbagli
cagione; ma a volergli evitare bisognerebbe trovare una comune misura che non soffrisse
movimento nessuno: però questa è più facile desiderare, che poterla fralle umane cose rinvenire.
Niente è da sperar meno in questo mondo che una perpetua stabilità e fermezza; perché questa
ripugna intieramente agli ordini tutti e al genio istesso della natura, siccome per contrario niente è
più uniforme all’indole di lei che quel costante ritorno de’ medesimi accidenti. che in un perpetuo
circolo ora più, ora meno tardo si ravvolgono infra certi limiti in sé medesimi, e quell’infinito che non
hanno nella progressione, lo hanno nel giro: perciò una misura costante ed immutabile non occorre
sperarla, né ricercarla. A lei si è sostituita una lenta mutazione, e meno sensibile. Or questa
disparità corre tra la moneta e il grano, ché il grano soffre mutazioni grandissime nel suo prezzo in
assai corto spazio di tempo; ma per lo costante periodo delle naturali vicende si può quasi con
certezza affirmare che prendendo il termine medio di venti anni di raccolte d’oggi dì, e quello di
altrettanti anni al tempo di Augusto (data la medesima popolazione e coltivazione del grano), nel
nostro Regno il valore del grano in tempi così remoti sia per appunto lo stesso. Il metallo al contrario
in questo tempo ha sofferta grandissima varietà, talché una libbra d’oro a’ tempi d’Augusto non
eguagliavasi a tanto grano quanto ora, ma ad assai maggior quantità; sicché, siccome il prezzo del
grano si misura sull’oro, così il prezzo di questo bisogna rettificarlo nelle grandi distanze de’ secoli
sul grano. Il suo periodo l’oro l’avrà, perché tutto quel che è in natura, lo ha, ma quale, e quanto e’
sia, per la vasta distanza di secoli che forse richiede né si sa, né giova il volerlo sapere. Adunque,
come io ho detto di sopra, una comune misura, che ha lenta variazione, si può usare quasi
egualmente bene che la stabile, dappoiché questa non v’è. Sono però certuni, anzi essi sono molti e
savi uomini, i quali sonosi persuasi che la moneta immaginaria sia una stabile e ferma misura, e
perciò la esaltano e glorificano, e di lei sola vorrebbero che si facesse uso ne’ conti. Altri forse più
sensatamente credono che il rame sia quello che di tutti i metalli, siccome è il più basso, così
soggiaccia a minori vicende, non crescendone mai l’avidità o il lusso, né la premura di scavarlo: le
quali materie sono degne della nostra riflessione. Io cercherò adunque sapere se vi sia maggiore
stabilità nella moneta immaginaria o nella reale: poi se vi sia utilità in usare solo certe monete nel
conto, e se debbano esser queste reali o immaginarie: finalmente sarà giovevolissimo scoprire quali
e quanti inganni e ingiuste doglianze produca la falsa opinione del popolo, che crede la moneta una
misura immutabile, e i movimenti suoi non sente.
Se la moneta immaginaria fosse un nome assoluto di un numero, esprimente un’idea di prezzo, e
questa idea fosse fissa nelle menti nostre, e tanto da ogni cosa distaccata che a’ movimenti di
nessuna non si turbasse, certamente sarebbe invariabile e costante: ma tale ella non è per essere
giammai; perocché, per esempio, l’oncia nostra è moneta immaginaria, ma essendo ella
determinata a valere sei ducati, ed il ducato essendo moneta reale e mutabile, secondo si muta il
ducato, si muta anche il prezzo dell’ oncia, e così veramente è avvenuto. Noi leggiamo che
Tommaso degli Aquini dell’ordine de’ Predicatori, poi per le sue virtuose opere e per la sovrumana
dottrina dichiarato santo e d’angelica sapienza, avea dal re di Napoli per lo suo mantenimento alle
pubbliche scuole qui un’oncia il mese; e questa mercede era allora riputata grande: e pure sei
ducati oggidì il mese è un povero salario e proprio solo ad uno staffiere, sicché non sei, ma appena
settanta ducati nostri corrispondono in verità al prezzo dell’antica oncia. Né alle monete
immaginarie giova che non si mutino nell’alterarsi il prezzo alle reali, o nel cambiarsene la lega e il
peso nella nuova zecca. Questo è il comune inganno di moltissimi, i quali credono che, non
essendo soggetta la moneta immaginaria a queste vicende, resti perciò immutabile: ma siccome è
falso che queste sole cose mutino il prezzo alla moneta, così è erronea questa opinione. La vera e
principale mutazione ha origine dall’abbondanza maggiore o minore del metallo che corre in un
paese. Vero è che questo cambiamento non apparisce in sulle monete, perché se i principi non le
mutano, esse non si mutano mai; ma appare su i prezzi delle robe tutte, e questo torna allo stesso.
Il prezzo è una ragione; la ragione per mutarsi non richiede se non che uno de’ termini si cambi; se
non si cambia la moneta, basta cambiarsi il prezzo di quel ch’ella misura. Così se un principe
volesse mutare le misure delle lunghezze che usansi nel suo regno senza farlo sentire, basterebbe
ch’egli ordinasse che la statura de’ suoi soldati, la quale era fissa ai sei palmi, sia detta e riputata di
dodici palmi, e così proporzionatamente ogni altra misura si aggiustasse; egli avrebbe diminuito per
metà il palmo senza mostrar d’averlo toccato. Quel che non fa il principe su i prezzi delle merci, lo fa
la moltitudine, e con giustizia; essendo il prezzo una misura de’ sudori della gente, a lei si conviene
il disporne; e se ad alcuna cosa pone il prezzo il principe, egli è obbligato, se vuole esser ubbidito,
ad uniformarsi alle misure del popolo, altrimenti o non si sta a quel prezzo, o si dismette l’industria,e nell’un modo o nell’altro il principe non consegue il suo fine. Dunque per conchiudere, questa
moneta invariabile è un sogno, una frenesia: ogni nuova miniera che si scuopre più ricca, senz’altro
indugio varia tutte le misure, non mostrando di toccar queste, ma mutando il prezzo alle cose
misurate.
Qui forse taluno dirà che, se il metallo ha l’incommodo d’aver un prezzo variabile, si dovrebbe usare
un altro genere meno incostante. E per verità molte volte ho pensato s’e’ vi sia o no, e veggo che
nella natura non evvi alcuna produzione e materia, tolti i quattro elementi, che sia così necessaria
all’uomo, che non si trovino generazioni intere di popoli privi dell’uso e della cognizione ancora di
loro: e appunto gli elementi soli per la loro abbondanza non hanno prezzo. Vero è che ogni nazione
ha un certo genere di comestibile che forma il suo primario vitto, ed è, come noi diciamo, il suo
grano. Così il riso in Oriente, il maitz in America, il pesce secco presso al Polo; e su questo cibo
pare che si possa prendendo il termine mezzo delle raccolte formare una stabile misura; ma
riguardando poi che il prezzo di essi si regge sulla varia coltivazione, e questa dal vario popolo
deriva, ognun vede che non si può. Veramente nel nostro secolo, in cui il mondo ha proceduto tanto
innanzi nel cammino della luce e della verità, che pare che a qualche gran termine s’accosti e non
ne sia lontano, i fisici sono pervenuti a trovare l’immutabile misura e la maravigliosa unione fra il
tempo, lo spazio e il moto, le tre grandi misure del tutto; avendo ragguagliato il tempo del corso del
sole, e trovato modo di dividerlo in particelle uguali, le quali fanno misurare dalle oscillazioni del
pendolo, e dalla lunghezza di esso già ne’ vari siti della terra determinata; e dalla velocità delle
oscillazioni ritrovata sonosi queste tre grandi misure con perpetuo vincolo congiunte insieme: ma il
prezzo delle cose, cioè a dire la proporzione loro al nostro bisogno, non ha ancora misura fissa.
Forse si troverà. Io per me credo che ella sia l’uomo istesso; perciocché non vi è cosa dopo gli
elementi più necessaria all’uomo che l’uomo. e dalla varia quantità degli uomini dipende il prezzo di
tutto. È ben vero che quasi infinita distanza è tra uomo ed uomo; ma se il calcolo giungerà a trovarvi
un termine mezzo, questo sarà certo la misura vera, mentre l’uomo fu, è, e sarà sempre e in ogni
parte il medesimo.
Questa io credo sia la vera cagione per cui i popoli della costa della Guinea si crede che abbiano
una misura costante ed ideale. Essi numerano colle macute, che vagliono dieci unità, e il cento; e
per apprezzare costumano far così. Fissano il prezzo della loro mercanzia, che suol essere un
uomo negro, a un dato numero di macute; per esempio uno schiavo di sotto a trent’anni, sano e
perfetto, che si dice pièce d’Inde, a 305 macute: poi cominciano ad apprezzare quel che in cambio
desiderano da’ nostri, dicendo che un coltello vale due macute, uno schioppo trenta, dieci libbre di
polvere trenta, e così fin tanto che giungano a 305 macute; ed allora se il mercante europeo si
contenta siegue il cambio. Così si conta a Loango sulla costa d’Angola; a Malimbo e Cabindo
usansi nel modo istesso le pezze, ognuna delle quali corrisponde a 30 macute. Credono i nostri
mercanti che queste voci sieno puri numeri astratti, e perciò comodissimi; e così pensa il Savary, e
l’autore del libro dello Spirito delle leggi: ma a me pare impossibile l’introduzione presso un popolo
di questo numero astratto, e credo fermamente che da per tutto la moneta con cui si paga è quella
con cui si conta. Il vero è, dunque, ch’essendo la principal loro mercanzia gli schiavi, la loro moneta
è l’uomo: moneta invariabile e di facile computo, quando in lui si valutino, come essi fanno, le sole
qualità del corpo. L’uomo è colle macute apprezzato quasi fossero suddivisioni del suo prezzo: ed
ivi si vede per esperienza la più costante valuta esser quella dell’uomo. Può essere che in un
popolo cessi il costume d’aver servi, ma fin ch’ei l’abbia, il prezzo loro sarà il meno mutabile.
Ora ripigliando il nostro istituto, e discendendo a ragionare sulle monete di conto, posso credere
d’aver rischiarito quanto sia inutile (per la mancanza di moneta stabile) determinare con legge le
monete di conto. E veramente se in ogni stato ben regolato tutte le monete sono d’una eguale
bontà, e la proporzione fra i tre metalli è giustamente stabilita, a nulla monta come e con che si
conti. Se le monete sono diseguali, ma tutte hanno libero corso, si stipulerà con le buone, ma
ognuno procurerà pagare con le cattive, e così le buone escono fuori dello stato; e se si ordina che
con quelle istesse monete si commerci con cui si stipula, questo è lo stesso che supprimer le
monete cattive; ed allora non battendosi le nuove, resta lo stato senza moneta: e sempre questo
stabilir le monete di conto resta inutile e vano. Che se il legislatore fa questo statuto per aver
comodità di cambiar le valute alle monete che non son di conto, egli si prepara male ad una
malissima operazione e calamitosa; mentre siccome si può dar caso in cui l’alzar tutta la moneta, o
tutta quella d’uno stesso metallo, non sia dannoso, così non vi è mai caso in cui il mutarlo ad unaparte sola delle monete d’un metallo possa non nuocere, nonché giovare. Vero è che la moneta
d’oro non essendo quasi presso nessuna nazione adoperata nel conto, si crederà che questo
metallo tutto si possa alzare, senza toccare il conto; ma a ciò fare (oltrecché l’oro sopra ogni altra
moneta non si dee mai toccare) non occorre far legge, perché quando l’autorità suprema alza la
moneta, se ella vuol trar profitto da quel ch’ha fatto, conviene che sia la prima a violarla. Ella dee
essersi obbligata nella moneta istessa in cui ha imposto a’ Suoi sudditi che contassero, e queste
non le avendo toccate, dovrà coll’altre alzate di prezzo o rifuse pagare, e così quella legge, ch’ella la
prima ha infranta, da niuno sarà eseguita; e que’ mali ne seguiranno che, ove dell’alzamento si
parlerà, saranno a lungo dichiarati.
La verità di questo si conosce meditando sugli accidenti della Francia. Nella celebre adunanza degli
Stati a Blois il 1577 da Errico III fu proibito l’antico conto in lire, soldi e denari, e sostituito quello
dello scudo d’oro. I motivi dell’editto erano stati in una rappresentanza della Corte delle monete
esposti, ed approvati dal re, e sono i seguenti: I. Che si era eccessivamente accresciuto il prezzo
delle mercanzie. II. Che si ricevea meno moneta da’ forestieri che compravano i generi prodotti dalla
Francia. III. Che alcune monete, di cui non era alzato il prezzo nell’alzamento fatto, erano state da’
negozianti stranieri aumentate. IV. Che negli affitti e censi stipulati in moneta, si perdea molto della
vera rendita. V. Che il re perdea molto sulle sue rendite.
Quello che un uomo savio può su questo editto riflettere dà lume all’intiera scienza della moneta. In
I si vede che questa rappresentanza espone i danni fatti dall’alzamento: ma questo non ha né può
avere connessione veruna colla moneta di conto, ed era più ragionevole domandare uno
sbassamento, e non quel che nell’editto s’impose. Né è da dire che si chiese il computo in moneta
invariabile, e così a’ danni dell’alzamento si chiedea quasi tacitamente riparo; perché se questa
moneta costante non v’è, si domandò una chimera; e la nuova legge d’Errico IV che abolì questa,
mostra che l’intento non si era ottenuto. In oltre tutti credono che la immaginaria sia più stabile della
moneta reale; e pure la Corte delle monete domandò una legge da trasportare il conto di lire
immaginarie in ducati reali per averlo così invariabile. Cosa straVagante al certo. Né è meno strano
che si cerchi aver stabilità e sicurezza per mezzo di editti ed ordinanze, che sono appunto quelle
che la tolgono: se ella si volea cercare, si potea rinvenire nella natura delle cose, e non altrove.
In secondo luogo anche le doglianze contro l’alzamento non sono tutte vere. La prima, ch’è più
generale, è degna di riso, essendo falso che dopo l’alzamento incariscano le robe. Incariscono di
voce e non di fatto, perché l’alzamento non è che una mutazione di nomi; e que’ nomi che muta la
moneta, gli mutano i prezzi delle merci del pari. Si rassomiglia questo a un uomo che dovendo
pagar cento ducati fosse obbligato a pagarne duecento mezzi, e si dolesse che ove prima sentiva il
suono del numero cento all’orecchio, ora sente l’altro più spaventevole di duecento. In oltre è per
evidenza certo che quando si compra caro, si vende anche caro, sicché il lagnarsi de’ prezzi alzati
era un lagnarsi che le cose si vendeano bene.
Né è vero che i forestieri vi guadagnino (che è il terzo capo di lamento); perché gli stranieri non
essendo sovrani negli stati altrui, soggiacciono essi ai prezzi posti da’ nazionali ed alla medesima
mutazione di nome; e in somma tanto gli uni che gli altri sotto qualunque denominazione lo stesso
peso di metallo debbono dare. Ma di questo si dirà in appresso: per ora mi basti per sollevar col riso
l’animo di chi legge, il fargli avvertire che l’alzamento de’ prezzi va direttamente a distruggere ogni
effetto dell’alzamento della moneta; e mantenendo la stessa realità, muta le voci. Quando dunque i
Francesi dolevansi d’ogni cosa incarita, si dolevano che l’alzamento tanto aborrito non avesse avuto
il suo effetto, onde pare che ne desiderassero un altro: e certamente se le rappresentanze di pochi
potessero render colpevole una nazione, in pena l’avrebbero meritato.
Neppure in quarto luogo era giusto motivo di lamento che alcune monete, lasciate dalle leggi non
alterate, lo erano state dal popolo. I. Perché è impossibile che questo provenisse da’ forestieri, i
quali in Francia, regno per natura opulentissimo, hanno assai piccolo commercio. II. Perché, se così
si era fatto, bisogna che così la natura il chiedesse; essendo vera massima, e dall’esperienza di tutti
i secoli confirmata, che le operazioni de’ popoli sono sempre rivolte a seguire il corso naturale e
giusto, o a discostarsene il meno che sia possibile; siccome per contrario le costituzioni di chi deeben governare alle volte lo angustiano e lo violentano; e se elleno avessero tanta forza in sé, quanto
hanno di nocumento, sarebbero capaci di disordinare uno stato. Ma la Provvidenza ha data alla
natura nelle sue stesse leggi una forza infinita di conservarsi, che distrugge ogni opera che se le
opponga contro, e la disfà: e questa forza nella società si potrebbe ben chiamare una elasticità
morale, di cui altrove parlerò; dove anche si vedrà se sia vero quel che in ultimo luogo la
rappresentanza contiene; e si vedrà che o non è vero, o non produce danno all’intiero stato.
Frattanto si può conchiudere che de’ mali in essa esposti, falsi o veri che sieno, niuno ve n’è che col
fissar la moneta di conto si possa sanare.
Passiamo ora all’editto di Errico IV del 1602 in cui quello del 1577 si annullò, e si restituirono le lire, i
soldi e i danari. La ragione di tal cambiamento fu perché quell’altro conto ((era cagione della spesa
e superfluità che si osservava in ogni cosa, e del loro incarimento)): queste sono le parole
dell’editto; e perciò con termini d’imprecazione e d’abborrimento si scaccia e si maledice il conto in
ducati sostituendovi l’antico. Questa ordinanza veramente altro non dimostra se non che coloro i
quali erano allora in Francia da su, non erano tutti da più degli altri. Quanto in essa si dice non può
venire che da chi intorno all’arte del governo viva nelle tenebre della maggiore oscurità. La
superflnità e la spesa sontuosa sono le fedeli compagne della pace e del prospero stato, e l’incarir
le merci è il segno infallibile del fiorire d’una nazione; e tutto questo era dovuto alla sapienza di quel
virtuosissimo re. Dunque per dir tutto in uno, la Corte delle monete fece fare ad Errico IV un editto
contro il suo buon governo; e le voci inconsiderate della moltitudine lo spinsero a dar rimedio al
bene infinito ch’egli facea alla Francia, la quale perciò come suo restauratore e padre meritamente
l’onora. Buono è che non fu meno frivolo il rimedio di quel che fosse sognato il male: e che così
fosse si conobbe, perché la Francia crescendo sempre in ricchezze vide ognora più crescere la
perseguitata superfluità delle spese.
Che se alcuno mi chiede qual mai potesse essere l’apparente ragione di questo editto, io gli
risponderò che dopo avervi meditato appena la trovo; ma certo fu una di queste. In primo io osservo
che quando uno si duole, rare volte ne indovina la cagione e sempre ne incolpa quell’ultimo
avvenimento che gli è più fresco nella memoria. Forse così i Francesi, sovvenendosi ancora
dell’antico conto in lire, e della premura grandissima con cui Errico III l’avea proibito, né sentendosi
del presente stato contenti (come è la natura de’ popoli, pronta a sperare più di quel che si debba,
ed a soffrire meno di quanto è necessario), attribuirono al contol ogni colpa; ed in tanto ardore di
vederlo annullato si accesero, che il re fu costretto a render sazie le loro brame con una mutazione
che in sé non conteneva niente d’utile, né di danno. Può essere in secondo luogo che allora si
credesse quel che da molti savi ho udito anche io replicare, che sia un indizio delle ricchezze d’una
nazione la grande valuta della moneta in cui numera. E questo io credo derivi dall’essere al nostro
tempo gl’Inglesi ricchissimi: e poiché essi numerano con lire sterline, che è la maggior moneta di
conto che usisi da alcuna nazione, da questo incontro accidentale se n’è fatta una massima
generale; per conoscer la falsità della quale basta rivolgersi agli esempli della storia, e si vedrà che
la Francia, regno potentissimo, ha sempre contato con lire, ch’è moneta assai bassa; e così Genova
e Venezia: l’Olanda con fiorini, ma quel che è più la Spagna, in quel tempo istesso che era come la
maggiore così la più ricca potenza, contava co’ piccolissimi maravedis. Né questa piccolezza di
moneta contribuisce punto alla parsimonia; perché ove bisognino prezzi grandi, il Francese anche
oggi usa i luigi d’oro, la Spagna le pezze e le doble, Firenze i fiorini, Genova e Venezia i zecchini, la
Germania i tallari e gli ungheri, la Moscovia i rubli. E questo si conosce anche più da quello che
avvenne all’antica Roma. Ella usò la bassissima moneta de’ sesterzi al conto, né mai la cambiò; ma
dappoiché salì in tanta potenza e ricchezze, che sempre le migliaia de’ sesterzi si sentivano, si
tacque la voce mille, e si trovò in un tratto in uso la più grossa moneta di conto che mai altrove siasi
usata, e che quasi corrisponde a venticinque ducati nostri. Basti questo della moneta immaginaria e
di conto: dirò ora degli errori che produce l’insensibile mutazione della misura delle cose, o sia del
denaro.
Di grandissima riflessione è degno quello che io son ora per dire; e se alla vastità del soggetto non
potessi corrispondere, e sotto al peso di lui vacillassi, mi lusingo almeno che i miei lettori potranno,
dal luogo ove io mi arresto, con breve cammino avanzarlo fino al termine suo.
Un grande inimico delle buone operazioni del principe sono le grida del suo popolo; non perchésieno sempre ingiuste, ma perché non sono sempre da ascoltare: non altrimenti che i gemiti
dell’infermo non debbono sempre esser di regola a chi lo cura, essendo che alle volte non è il male
là ove duole, alle volte il rimedio stesso è doloroso. Perciò le supreme potestà, alle quali è
commessa la medicina de’ corpi politici, debbono diligentemente investigare quale origine abbiano
le querele de’ sudditi, e quale ne sia la cura opportuna. Ed acciocché in quelle che s’appartengono
alla moneta non prendano errore, giova dimostrare quel che l’esperienza ci fa spesso conoscere,
che non sapendosi da tutti che le monete non sono invariabile misura, nascono inconsiderati
discorsi ne’ popoli, a’ quali dando orecchio i magistrati, si promulgano leggi e statuti, che quanto
sono poco pesati, tanto restano (perché alla natura s’oppongono) conculcati o scherniti. A quattro si
riducono i principali abbagli: I. Mentre un paese s’arricchisce, s’odono lagnanze di carestia e di
miseria (le quali cose però non si veggono). II. S’invidiano le nazioni vicine, i tempi antichi, i quali in
confronto meritano disprezzo e compassione. III. Si stima che il principe accresca dazi quando alle
volte egli altro non fa che pareggiargli agli antichi diminuiti. IV. Si biasima quel lusso, quella pigrizia,
quelle ignobili arti che si dovrebbero chiamare opulenza, mansuetu dine, industria.
Siccome molti savi hanno avvertito, l’uomo è per natura animale insaziabile; e perciò querulo
sempre e fastidioso. Da questo viene che delle cose prende sempre a guardare il cattivo aspetto,
ed ora la Provvidenza, ora i suoi simili, ora sé stesso incolpa e biasima, e sempre del suo stato,
qualunque siesi, si dimostra scontento. Vero è che i suoi fatti non corrispondono alle sue voci, e che
bisogna conoscerlo da’ fatti, e non dalle parole: perciò io stabilisco questa massima fondamentale,
che l’uomo quanto è spesso ingiusto, irragionevole ed inconsiderato nel dire, tanto è regolato ed
accorto nelle operazioni, le quali, quasi non se ne avvedendo egli stesso, rare volte si discostano
dalla ragione e dalla verità. Per conoscere ora quale sia il miglior paese per vivere, non bisogna
attender punto alle voci d’alcuno, ma guardar dove gli uomini vanno, lasciando la patria, a stabilirsi,
e dove più prole generano, e quello è desso. E sebbene questi ospiti piangessero le terre lasciate
(come fra noi molti se n’odono), i padri deplorassero la povertà de’ loro figliuoli; sin tanto che non si
veggano ritornarsene, o starsi senza moglie, non bisogna prestar loro fede.
Nemmeno bisogna prestarla alle querele di miseria. Quando in un paese cresce l’industria, egli
diviene più creditore che debitore a’ paesi convicini; onde è che dopo essersi provveduto delle loro
merci, tira a sé per le soprappiù il loro denaro. Cresciuto questo, e variata la proporzione, tutto
appare incarito; ma se incariscono le merci, crescono del pari le mercedi ed ogni altro guadagno. Di
questo incarire tutti si lagnano come di carestia, né dell’aumento e maggior facilità degli acquisti
(per esser l’uomo d’avidità incontentabile) mostrano d’accorgersi o rallegrarsi; solo della spesa si
dolgono, quasi ella pervenisse a’ forestieri e non agli stessi concittadini. E queste voci, che
veramente non sono di tutto il popolo, ma di que’ soli che credendo saper più degli altri, più parlano,
ed a coloro che non sanno, a parlar come essi insegnano, spesso hanno potuto tanto sugli animi di
chi governa, che ne vengono fuori editti e leggi contro la prosperità, per promuovere la miseria.
Mi sovviene d’avere spesso udita gente che, volendo esaltar Roma sopra Napoli, tutto lo scopo del
suo discorso lo rivolgea a dimostrare che i prezzi d’ogni cosa erano minori ivi che qui (nel che non
entro a vedere s’avessero ragione o no), né s’avvedeano che avrebbero, ciò dimostrato, l’inferiorità
di Roma discoperta. Si possono costoro far restar muti chiedendo loro se sappiano, che nelle città
della Marca e degli Abruzzi ogni genere di cose è assai più mercatol che nelle due capitali; e se da
questo si può argumentando conchiudere che sieno da anteporsi le ville di quelle regioni a Napoli e
a Roma; poiché comunque si dica, resta sempre Roma mezza proporzionale tra Napoli e gli
Abruzzi. E pure l’errore di costoro è diffuso tanto, che anche negli animi de’ più intendenti si nutre;
non diverso molto da quello d’ammirare in Roma l’abbondanza de’ latticini, de’ carcioffi e della
cacciagione, quasi i prati inculti, i frutti delle spine e gli animali delle boscaglie facessero onore alle
campagne d’una capitale.
Bisogna dunque conchiudere per contrario, che il maggior valore delle cose è la scorta più sicura
per conoscere ove sieno le maggiori ricchezze: e poiché queste le recano gli uomini secoloro, e gli
uomini vanno ove meglio si vive, così si può riconoscere ove sia il miglior governo e la di lui
figliuola, la felicità. È pregio adunque per Londra e Parigi, che ivi tutto vada più caro, e queste città
non diminuiscono perciò: è pregio questo che dimostra il nostro secolo migliore de’ passati.Ma a voler discoprire onde provenga questo comune inganno, riguardisi che ogni calamità fa
incarire il prezzo alle cose; ma con questa differenza, che l’uno incarimento asciuga il denaro tutto
d’un luogo, l’altro l’accresce. La ragione è che nelle calamità (le quali tutte non sono altro che la
mancanza delle produzioni natie) un paese più prende che non dà, e il denaro perciò va via; nelle
prosperità la maggiore industria fa entrar danaro, ed è utile allora il prezzo caro, perché più danaro
viene. Così le manifatture d’Inghilterra, per la loro perfezione essendo da tutti a gara comprate,
tirano in Inghilterra il danaro. Or se là si vivesse con meno spesa, elleno valerebbero meno, e meno
danaro attirerebbero. Dunque è bene che in Inghilterra si viva caro.
A voler ora discernere l’incarire delle calamità da quello della prosperità, che è conoscenza
utilissima a chi governa, eccone i segni.
L’incarimento prodotto dalla carestia è di corta durata, e vien seguito da un grande avvilimento;
quello della prosperità va aumentando sempre, e dura.l La ragione di questo è, che negli anni in cui
la guerra, o la peste, o l’intemperie delle stagioni toglie la raccolta, il numero de’ venditori scema in
paragone de’ compratori: dunque i prezzi crescono, e molti s’impoveriscono. Impoveriti che sono
diviene loro impossibile comprar caro alcuna cosa e, o se ne stanno di senza, o partono dal paese,
e in ogni modo si scemano i compratori; e così i venditori, che hanno anche essi bisogno e talora
grandissimo di vendere, vendono a quel prezzo che trovano, ed ecco che sbassano i prezzi; ma la
povertà e la miseria dura. In oltre quando un paese non raccoglie frutti propri, vi si hanno a portar da
fuori, e questa spesa s’ha da pagar con danaro che va via; dopo di che ogni cosa avvilisce, essendo
per la sua rarità incarita la moneta.
Ma nella prosperità l’alzarsi i prezzi nasce dal corso maggiore del denaro; e questo non essendo
disgiunto dall’abbondanza, non solo dura, ma trae da fuori per la speranza del guadagno la gente:
questa reca con sé nuove ricchezze, e vieppiù cresce il prezzo per l’abbondanza della moneta. E
qui pare che cada in acconcio spiegare la cagione di due avvenimenti, che non sono rari, benché
sembrino strani. Il primo è quello che si osservò non è molti anni fra noi. Erasi raccolto poco grano
quell’anno, e tutti n’attendeano il prezzo altissimo: ma essendosi disgraziatamente guaste le ulive, il
grano in vece di più incarire sbassò il suo prezzo e sempre così si mantenne, mentre udivansi
gemiti e querele in ogni lato di carestia. La ragione di così inopinato accidente era che, mancato un
principal capo d’industria, infinito numero di gente non trovò da lavorare sugli ulivi, e restò
poverissima: il povero non può, quando anche il volesse, pagar care le cose; onde fu d’uopo a’
venditori del grano, che non erano men bisognosi, adattarsi al potere de’ compratori, non alla scarsa
ricolta. Un contrario accidente si è sperimentato in questo anno, che è stato straordinariamente
ubertoso in tutto. Si aspettavano prezzi vilissimi, ma non si sono ancora veduti: e questo proviene
dalla stessa abbondanza, che ha cacciato via il bisogno, provvedendo tutti. Chi non ha bisogno non
vende, e serba a miglior tempo, e quando non v’è folla di vendere, i prezzi non vanno giù. E così la
carestia talvolta mena seco il prezzo basso, e l’abbondanza il caro.
Ora per terminare io prego i miei concittadini che, uniformandosi alla verità, non all’inganno delle
voci, si consuolino che la presenza del proprio re abbia fra noi fatte incarire stabilmente le cose, e
quella sontuosità di spese introdotta, che della opulenza e del giro velocissimo del denaro è
figliuola: che riguardino non con invidia, ma con occhio di disprezzo quel tempo infelice di provincia,
in cui i commestibili erano più vili perché il denaro era assorbito dalla Corte lontana. Prego poi
istantemente coloro che curano la nostra annona a non lasciarsi condurre in errore dalle voci
inconsiderate della plebe, che contro sé medesima e i suoi pari stolidamente freme, chiedendo una
chimerica grascia, che altro non è che povertà: né vogliano, mettendo i prezzi bassi più del
convenevole, opprimere una innocente parte del popolo a nutrirci impiegata, e i loro moderati
guadagni distruggendo ricondurci la povertà e la fame col fare agli avari risparmiar quel denaro, che
ad altro non è buono che a spendersi in discacciarla.
Il terzo errore è di questi già detti anche più pernizioso, facendo ingiustamente accusare il principe
di tirannia. Si sente che ogni dì egli accresce i dazi, e questo pare al volgo oppressione e servitù,
ma molte volte è falso questo aumento. Ecco perché. L’imposizione suol essere determinata incerta quantità di denaro, proporzionata sempre al prezzo della mercanzia e a i bisogni dello stato:
questi bisogni sono le mercedi che il sovrano dà. Quando la moneta aumenta, si conviene
accrescere queste mercedi; e crescendo i prezzi delle merci, non resta la medesima proporzione fra
il valor della roba e la dogana di questa; e questo costringe il principe ad accrescere sulla
proporzione nuova i dazi, s’egli non vuol fallire: ma questo non è vero accrescere, è pareggiare. In
tempo d’Alfonso furono tutti i nostri antichi dazi aboliti, e ridotti a 15 carlini a fuoco: oggi oltre le
gabelle pagansi 52 carlini a fuoco. Gli sciocchi invidiano que’ tempi, e del presente si dolgono.
Miseri che essi sono. Si può dimostrare con evidenza che la moneta sia oggi almeno sette volte di
minor prezzo d’allora: dunque que’ 15 carlini sono sopra 100 d’oggi. Or che meraviglia se a’ dazi del
fuoco si sono aggiunte le dogane; senza questo, il Regno non potrebbe sostenere le spese
necessarie. Tanto può l’insensibile mutazione del valore intrinseco. E pure quanto fosse disteso
nelle menti di molti questo inganno, si conobbe nel furioso tumulto della plebe del 1647 quando la
moltitudine inconsideratamente chiese che le imposizioni nuove s’abolissero; e solo restassero
quelle d’Alfonso I da Carlo V confirmate. Né erano men colpevoli che matti in una richiesta che
conteneva il danno e la ruina di que’ medesimi che la domandavano. Certamente le disavventure
lacrimevoli di questo misero Regno non nascevano allora da’ dazi, che a’ veri bisogni della
monarchia spagnuola si somministravano, ma da troppo diverse cagioni, e che ora non è tempo
d’andare enumerando. Ma poiché insensibilmente a dir de’ dazi sono pervenuto, benché questa
parte siasi da me in altra opera, che L’arte del governo tutta comprende, appieno disputata; pure
non voglio ora trapassare senza dirne quello che alla presente materia si confà.
Digressione su’ dazi, loro natura, e perché sieno alle volte dannosi.
Dazio è, ((una porzione degli averi de’ privati, che il principe prende, e poi torna a dare)). Or se
questa si restituisse a que’ medesimi che la danno, quando anche fosse uguale a tutto l’avere de’
privati non nuocerebbe, né gioverebbe ad alcuno: dunque il dazio per sua natura né nuoce, né
giova: ma se il dazio non è renduto a coloro che l’hanno pagato, ad alcuni nuoce, ad altri giova. Or
se coloro a cui si dà fossero la gente dabbene d’un paese, resterebbero coil’uso fatto de’ dazi puniti
tutti i cattivi, premiati i buoni: dunque l’uso de’ dazi può avere in sé utilità somma ed infinita. Né la
gravezza interrompe questo vantaggio, ma anzi lo accresce: perocché tanto diviene maggiore il
premio de’ laboriosi e degli onesti, tanto più aspra la pena degli oziosi, turbolenti ed indegni: dunque
non hanno male per grandezza i tributi. Tutto il male loro sta in tre punti: o che non sono universali,
o che sono mal posti, o male usati e distribuiti. Nel primo caso non restano tutti gl’infingardi
aggravati, e manca il bastante premio a tutti i meritevoli, e lo stato con maggiore incommodo porta
minor peso; non altrimenti che se ad un cavallo voi sospendete la metà del suo giusto carico sulle
orecchie, e’ si fermerà e caderà giù per l’impotenza. Questa disparità è la più frequente ne’ dazi mal
regolati, e fu ne’ governi de’ secoli barbari comune. Possono esser talora mal situati, ed
interrompere le industrie: e questo di quanto male sia origine non si può esprimere con parole;
poiché ognuno vede che se un principe prende la metà degli averi, e dà libertà e comodo
d’acquistare, meno impoverisce i sudditi di chi una picciolissima parte prendendone togliesse loro i
mezzi di potere acquistare alcuna cosa; siccome se ad un cavallo che tira grave peso con facilità
colla fune che gli cinge il petto, voi glie la ravvolgeste fra le gambe, non solo ogni piccolo peso, ma
la stessa fune lo rende immobile o l’atterra.
Finalmente la ruina d’uno stato nasce dall’uso de’ dazi, quando s’impiegano dal principe a premiare
i rei, gl’immeritevoli e gli oziosi; o pure se questi si lasciano immuni, mentre l’onesta gente è
costretta a pagargli; così parimente se si consumano fuori dello stato, o se si danno agli stranieri. Io
chiamo stranieri coloro che dimorano fuori, o che vengono in un paese ad arricchirsi per andare
altrove; ma coloro che, fuori del paese nati, in esso vengono a stabilirsi, meritano più de’ nazionali
stessi amore e carezze; e quel paese che più ne tirerà a sé, sarà più degli altri potente e felice. A
questi forestieri dee tutta la sua potenza l’Olanda, un tempo miserabile e paludosa; a questi le sue
forze la Prussia, le arti e la cultura la Moscovia; ed essi sono la cagione primaria dell’opulenza che
oggi Napoli sperimenta; essendosi veduto che ove prima pochi forestieri l’impoverivano, oggi molti
che d’ogni parte vi vengono la fanno prosperare. Quelli, quasi tanti scoli, le loro ricchezze, ancorché
bene acquistate, conducendosele altrove, ce le toglievano; questi oltre a’ propri guadagni, quasi
tanti fiumi, derivano anche di lontano le paterne e le avite sustanze, e qui spendendole, le fanno
sgorgare.Da questo che de’ dazi ho detto si conosce che l’esser essi grandi o piccoli non produce bene né
male; ma può sibbene far l’uno o l’altro effetto; onde sempre più si conosce che ingiuste sono le
querele de’ dazi accresciuti, essendocché o sono falsi questi accrescimenti, o se son veri, in sé soli
considerati non saranno per essere dannosi giammai.
Ora è bene che innanzi di finire si dica come e per quali mezzi decade e rovina uno stato; acciocché
così si distinguano i veri segni del male dagl’ingannevoli. Le ricchezze d’uno stato sono le terre, le
case, il denaro: perché gli animali sotto il genere de’ frutti della terra vanno numerati, non
producendo i pascoli altro frutto che gli animali. Tutte queste ricchezze le fa sorgere e le consuma l’
uomo, il quale è quello che ricchezze le rende: sicché non parrà strano se da me sarà l’uomo
istesso come una delle ricchezze riguardato; anzi che egli è l’unica e vera ricchezza. Or di queste
cose, che quattro in tutto sono, le due prime sono immobili, le altre due mobili. Però è più facile al
danaro l’andar fuori, che all’uomo. perché il danaro uscendo, fa entrare nel luogo ch’ei lascia altre
ricchezze in tante mercanzie utili allo stato che s’impoverisce: ma gli uomini partendo perdono
sempre parte del loro, perché lasciano e le terre e le case e i parenti e gli onori e la patria tutta; e
solo il danaro possono recar seco. Né quando molti insieme bramano abbandonare un paese, si
possono le case e le terre lasciate, vendendole, convertire in equivalente danaro: è adunque meno
mobile l’uomo del danaro. Le terre e gli edifizi sono del tutto immobili quanto al trapassare; ma
questi si edificano e cadono; quelle si coltivano e si steriliscono, e questo è il solo movimento che
hanno. Perde ogni sua ricchezza uno stato quando il danaro (sotto il qual nome comprendo tutti i
mobili preziosi) va via, gli uomini o se ne partono o si lasciano dalla morte estinguere non
generando più prole, le fabriche ruinano, le terre s’inselvatichiscono. L’ordine che queste cose
tengono nell’avvenire è per appunto il sopraddetto; e tale la natura richiede che sia, secondo la
diversa mobilità loro. Di tutta questa decadenza è cagione la carestia. La carestia nasce talora
dall’intemperie delle stagioni, e questa è la minore: perciocché, tolti alcuni esempli rarissimi, le male
annate non durano maì più di tre anni consecutivi; e se mostrano durar più, è perché le passate
calamità impoverendo i coloni, non fanno seminar molto, e quando non si semina è certo che non si
raccoglie. Viene la carestia anche dalla pestilenza degli uomini; ma questo castigo, come per
esperienza si è conosciuto, non è meno da attribuirsi all’ira divina che all’incuria umana; e i buoni
regolamenti giungono a renderlo più raro. Anche la pestilenza degli animali bovini fa carestia, e
questa, quasi in compenso della peste che s’è giunta a frenare, è venuta in questo secolo
frequentemente, senza sapervisi oppor riparo, a ritrovarci. Ma la guerra è quella che, essendo la
maggiore di tutte le calamità, anzi sotto il suo nome raggruppandole tutte, è l’ordinaria cagione della
carestia e della ruina d’un paese. E perché dagli uomini in tutto deriva, è male che non ha rimedio,
niente sapendo medicare gli uomini meno delle passioni loro medesime.
Fin tanto ch’esce il denaro da un luogo, gli uomini non si partono, perché il bisogno non si prova:
ma quando è in gran parte uscito, e la patria non presenta altro aspetto che luttuoso e misero, si
partono; e i primi sono coloro che meno lasciano, cioè i mercanti e gli artisti; poi gli altri di mano in
mano. Coloro che restano, essendo impediti dalla povertà a prender moglie, accelerano colla morte
la spopolazione. La poca prolificazione oltre alle già dette, può aver per cagione o la crudeltà del
governo, come in Oriente, o la sproporzione delle ricchezze, come in Polonia, o la superstizione,
come nell’Affrica e ovunque le mogli accompagnano barbaramente la morte del marito colla propria,
o il costume barbaro, come è ne’ paesi di serragli e d’eunuchi ripieni. Quando gli uomini sono
diminuiti, non ha rimedio alcuno uno stato a non ruinare; e solo può la schiavitudine e l’invasione
renderne più subitanea la distruzione.
Ora de’ segni della miseria, come si vede, niuno rassomiglia a que’ dello stato prospero, tolto
questo, che nel principio delle calamità il denaro sgorga in maggior copia dalle borse ove era
racchiuso, e perciò tutto incarisce, egualmente come nell’aumento, quando la moneta entra con
piena maggiore. Ma dopo questo ogni segno cambia, e nell’avversità sieguono que’ che ho descritti
di sopra, nella felicità gli opposti; i quali quando alcuno gli volesse vedere sul vero, non ha che a
riguardare sul nostro Regno, che oggi gli ha tutti in sé. Ed è questo non alla virtù del popolo, ma al
principe dovuto, non essendo mai i sudditi in merito della industria ch’essi hanno, né in colpa
dell’infingardaggine ed oziosità loro. Né è da seguire la comune espressione che taccia talora le
nazioni di viziose, neghittose e cattive. La colpa non è loro: perché è natura de’ sudditi, dopo che al
cattivo governo hanno colla disubbidienza inutilmente resistito, armarsi di stupidità: ed è questarocca, siccome l’ultima, così la più sicura ed inespugnabile, rendendo i sudditi non meno inutili al
principe, che se ribelli fossero, ed il principe non meno debole, che se sudditi non avesse.
L’esperienza ha fatto conoscere che l’uomo è più forte nel patire che nell’agire, e che di chi opprime
e di chi tollera, cede prima quello, e poi questo, avendo l’inerzia anche i suoi conquistatori: della
quale sentenza, oltre ad essere le antiche storie ripiene, si è conosciuta la verità negli Americani,
che colla loro brutale insensibilità, diversa dall’antica loro prudenza, hanno fiaccata e doma ogni
arte degli Europei; e così si sono in certo modo a quel giogo sottratti che la loro inerme virtù non
avea potuto spezzare. Da questo poi procede che una nazione oppressa teme per le frequenti
battiture avute e il bene e il male; e diviene cotanio irragionevole, che bisogna fargli utile per forza;
come a forza si medica quel cane che dalle ferite del bastone è spaurito.
E questo basti aver detto dell’inganno che produce l’ignoranza de’ movimenti della moneta: ora è
tempo che di lei più particolarmente si ragioni, e delle monete secondo i vari metalli onde sono faite
si dica.
CAPO TERZO
Della moneta di rame, d’argento e d’oro.
Quanto conferisca ad accrescere la comodità della moneta l’usar più metalli di disuguale valore è
così facile a comprendere, che non richiede che si dimostri: perché misurando essi colla sola
quantità della materia, il metallo prezioso non può misurare i piccoli prezzi per l’eccessiva
piccolezza delle parti della sua suddivisione, il metallo basso non può comodamente uguagliare i
prezzi grandi per la mole disadatta e pesante. Quindi ottimo mezzo prese Licurgo al suo disegno,
qualunque egli si fosse, o Savio o falso, quando volendo poveri i suoi Spartani, lasciò loro la sola
moneta di rame. E per contrario io credo che se gli Americani non usarono moneta, fu perché non
conobbero altri metalli che i preziosi. Ma se è vero che questa diversità è tanto giovevole, vero è
ancora che spesso (come sono le umane cose miste di buono e di male) di grave danno è cagione.
Il determinare inconsideratamente la proporzione tra questi metalli può impoverire uno stato, d’uno
o di due metalli senza riparo alcuno privandolo, e lasciandone un solo; il quale, come io dissi,
diviene di così molesto uso, che inutile si può dire. Ma di questa sproporzione sarà ripieno il terzo
libro: ora su i pregi di ciascuna delle tre classi di metalli io mi prefiggo discorrere; e delle monete di
due metalli, che billon si dicono, nel VI capo, come in luogo più acconcio, ragionerò.
Il rame puro corre oggi fra noi in sei monete diverse, il tre cavalli (nome preso dalla moneta cavallo,
che al terzo di questa corrispondeva, e dall’impronto postovi da Alfonso I d’Aragona prendea la
denominazione), il quattro cavalli, il sei cavalli, o sia tornese (così detto dalla città di Tours, la cui
zecca dette il nome alle lire ed ai soldi, e dagli Angioini fu tra noi introdotto), il nove cavalli, il grano,
e la publica, che vale un grano e mezzo, ed ha questo nome dalla leggenda che ha, Publica
Commoditas.
L’utilità del rame (sotto il qual nome comprendo tutti i quattro metalli inferiori, perciocché questo
ch’io dirò del rame, si può dir del ferro fra que’ popoli che l’usano per moneta) è sopra gli altri
grandissima; e quando altra pruova nol convincesse basterebbe questa, che vi sono state nazioni
intere che non hanno usato altro, siccome fu Roma e Sparta e le popolazioni de’ Sassoni e de’
Franchi antichi; ma non si troverà nazione alcuna che non avendo metalli bassi abbia conosciuta
moneta. Né mi si può opporre che i Turchi non hanno moneta più bassa dell’aspro, il qual pure è
d’argento, perché il colore dato da poca mistura d’argento al rame non ne converte la natura. Né la
moneta di billon merita d’esser distinta dal rame. È adunque il rame siccome la più vile, così la più
utile moneta; e quel che l’esperienza addita, la ragione lo confirma e lo dimostra.
Perciocché essendo certo che si trovano molte cose che non hanno maggior prezzo d’un quattrino,
o sia d’un tornese, niuno mi contrasterà che sia affatto impossibile esprimer questo prezzo in oro,
dovendosi prendere un granello d’oro quanto un grano d’arena. Né giova dire che questo grano sipuò, ligandolo con altro metallo, far divenire di mole più sensibile ed atta alla mano; perché così
dicendo, si dà per concessa la necessità de’ metalli bassi. Né giova framischiar quest’oro, quando il
metallo basso ha proprio valore, e da per sé basta a servir per moneta. Se si potesse mescolare e
fonder l’oro con cosa di niun valore, come i sassi e le terre, gioverebbe questa unione; ma oltre al
non potersi, questa operazione d’estrarre l’acino d’oro, valendo assai più della materia istessa, fa
che la cosa sia impossibile per ogni verso: lo stesso si convien dire dell’argento. Ma per contrario
non v’è valore espresso dall’ oro, che non lo possa esprimere il rame. Un milione come si può aver
d’oro, così anche di rame, s’uno vuole, l’avrà. Non nego che ciò sarà con maggiore imbarazzo: ma
in somma quanta disparità è tra la molta difficoltà e l’impossibile assoluto, tanta n’è tra l’utilità del
rame e dell’oro. Questo pregio è il maggiore che ha il rame.
L’altro non molto minore è ch’egli soggiace meno alle frodi ed alle arti che sulla moneta si usano, e
con più buona fede si traffica. Gli uomini non amano i guadagni piccioli e penosi, quando da’ pericoli
grandi sono circondati. I sovrani nelle grandi somme che danno e che ricevono, non usando altro
che i metalli preziosi, al rame non pensano neppure: né coloro che amministrano la zecca
inganneranno mai il loro principe con por lega al rame, che, per poter dar loro qualche profitto, fa
d’uopo che sia grandissima e manifesta. In fine i popoli ai difetti di questa moneta non avverto no,
né del suo valore intrinseco hanno alcuna sollecitudine; perché quando non si teme di fraude, gli
effetti del consumo e del tempo non si stimano. Così non v’è chi s’imbarazzi se le monete di rame,
con cui è pagato, sieno intere o scarse; né mette da canto le giuste, e dà via le logore o guaste,
come dell’oro e talora dell’argento si fa. E questa incuria giunge a tanto che fra noi si vede una
moneta di maggior peso valere la metà d’una che n’ha meno; tantocché a monete rappresentanti,
quali quelle del cuoio furono, pare che siensi ridotte. E bisogna ben dire che i disordini nel nostro
Regno fossero ad incredibile grandezza pervenuti, giacché con tante prammatiche particolari si
dovette nel secolo passato dar riparo alla falsificazione del rame. Per fare un così meschino
guadagno conveniva che liberi anche da ogni timore fossero gli scellerati: e che tali veramente
erauo e lo narra la storia, e lo palesa il numero grande delle leggi fatte loro contra; la moltitudine
delle quali è sempre una pruova della loro inefficacia.
Da questa qualità del rame molti deducono ch’e’ sarebbe utile ad averlo per moneta numeraria: e
certamente meglio pensano costoro, che quelli i quali della moneta immaginaria d’argento, come
d’usanza utilissima, sono ingiustamente ammiratori: ma io non so se neppure dal rame questo
potrebbe ottenersi. Via, poniamo che noi, come gli Spagnuoli co’ maravedis contano, contassimo
con grana e tornesi: di grazia che ne verrebbe egli mai di buono? In prima io domando: sarebbe
fisso per legge quante grana vale un ducato, o no? Se si risponde che sì, egli è evidente che questo
conto in moneta invariabile è svanito; perché sempre che un ducato vale cento grana, lo stesso è
contare con grana, che con centinaia di grana: né so in che nuocerebbe usare una voce sola ad
esprimere questo centinaio. Questa voce ducato è di bel suono, non aspra, non difficile a ritener a
mente: dunque perché non s’ha egli da usare? Or volendo la legge che il ducato vaglia sempre
cento grana, l’argento divien moneta di conto, e non più il rame. Ma io ho dimostrato che l’argento è
di valor variabile: dunque finché il rame è avvinto e legato dalla legge all’argento, sarà da esso tratto
dietro in tutte le sue mutazioni. Né si può dire che il rame, non avendo cagione di mutare valore per
non esserne cresciute le miniere o l’uso, non seguirà gli urti e le vicende dell’argento; il quale o per
nuove miniere, o per novello lusso, o per statuto di principe ha variato; mentre ove la legge l’ordina,
bisogna ch’ei vi soggiaccia pure, o si disubbidisca a lei: ed in questo stato di cose che corrisponde
all’alzamento, o l’uno de’ due metalli anderà via, o la legge s’ha da mutare; e questo è contro quel
che da prima mi si era accordato, cioè che fosse determinata la proporzione tra l’argento ed il rame.
Lo stesso si ha da dire del rame rispetto all’oro. Ed ecco resta conosciuto che l’usare nel conto il
rame, finché il suo valore sta tenuto fisso con quel degli altri metalli, non giova.
Ora voglio supporre che non fossero queste proporzioni tra’ metalli stabilite. Questa cosa sebbene
non abbia esempio presso alcuna nazione, tolti i Cinesi (che si può dire che battano solo moneta di
rame, l’argento e l’oro, come le altre mercanzie, il vendano e lo comprino), pure merita d’essere
riguardato, s’ella abbia utilità in sé che la renda degna di commendazione. Io veggo che infiniti
errano in credere il valore una qualità interna delle cose, e non già, come egli è, una relazione
estrinseca che in ogni luogo, tempo e persona si muta: perciò essi parlano di valore d’argento, di
rame e d’oro, come di cosa stabile in questi metalli, né dicono rispetto a chi ed a qual cosa sia
cotesto valore; non altrimenti che chi d’alto e basso parli, senza esprimere il punto onde misura. Perdiscoprire ora l’origine di questo abbaglio, io voglio che s’avverta come l’aver gli uomini misurato l’un
metallo coll’altro, e coll’autorità venerabile della legge stabilitolo, fa parlare del valore quasi di cosa
determinata e nota, e perciò assoluta, non relativa. In fatti quando uno chiede quanto vale un
ducato, non se gli risponde già, val tanto grano, o vino; perché questa sebbene congrua risposta
non si può dare per non esser fissa una tal proporzione; ma si dice val cento grana; e questa
risposta, che non è migliore della prima, esprimendo la sola proporzione tra il rame e l’argento,
perché ella è fissa, pare al volgo ch’esprima il valore de’ metalli, e perciò d’esse parlano come di
cosa nota ed universale.
Ora nel caso che la legge non determinasse una tale proporzione, essi non avrebbero diversa
natura fra loro, che il grano ed il vino coll’argento. Allora non solo non sarebbe comodo, ma più
incommodo d’ora il contare in rame; perciocché dopo tirato il conto resterebbe a sapere quante
grana di rame vale un ducato, e questa sarebbe proporzione sempre ondeggiante e varia; ed
essendo necessario che i grossi pagamenti facciansi in argento, o in oro, inutile sarebbe il conto in
rame, ed insensibilmente, per la forza della natura delle cose, quello in argento e in oro si vedrebbe
ritornare. In somma il conto in rame sarebbe il medesimo che se si facesse col formento o col vino:
e per dir tutto in uno, questa cura sulla moneta di conto non merita esser tale e tanta, quanto ella si
vuole: e sempre si troverà che quello in che si paga è quel medesimo in cui si conta, sia merce, o
metallo.
Penso ora che taluno potrebbe dire ch’essendo il rame più sicuro dalle frodi de’ falsatori, e
dagl’inopportuni alzamenti, meglio è su di esso sempre il computare. Al che io rispondo che le frodi
non variano il computo, il quale più sull’immaginario che sul reale si fa: gli alzamenti è falso che il
rame non gli abbia, e quando fosse vero, sarebbe appunto perché al conto non si usa. Ed è ben
ridicolo voler con costumanze arbitrarie impedire quelle determinazioni delle supreme potestà che
la natura istessa, quando a lei sono contrarie, elude, ma non reprime. Quando piaccia al principe
l’alzamento, o ch’ei sia necessario, e questo dal conto in rame venisse impedito, il primo ch’ei farà,
sarà mutare il conto: ed ecco i frivoìi argini che il torrente ne porta via.
Ma egli è falsissimo che il rame non abbia alzamenti, o abbassamenti; ed io mi meraviglio come
questa erronea opinione sia in tanti, quando ella è così patente. Alzare ed abbassare sono termini
relativi: dunque quando s’alza il prezzo all’argento, a qual cosa s’abbassa? Non ai commestibili, né
agli altri generi, il prezzo de’ quali è lasciato in libertà di chi vende: dunque al rame e all’ oro. Sicché
sempre che s’alza l’argento, s’abbassa il rame. Ma di questo si dirà meglio altrove. Ora è cosa
giovevole entrare a scrutinare quali mali abbia la moneta di rame fra noi, e quali ordini le sieno per
essere utili o necessari.
La moneta di rame è la prima di cui s’è intermessol il conio fra noi, non essendosene battuta alcuna
dal regno di Filippo V in poi; quanto è a dire da quasi 50 anni. E pure quelle di questo re sono per la
maggior parte passabilmente ben conservate, o solo dall’uso sfigurate; ma quelle di Filippo IV, ed
alcune di Carlo II sono state tutte così mostruosamente tosate e guaste ne’ calamitosi tempi in cui
questo Regno di gente scellerata era ripieno, che molte appena hanno la metà del valor antico che
nella impronta dimostrano. Sonovene in oltre alcune di non meno memorabile esempio di delitti e di
sciagure, che son dette del Popolo, e nella sollevazione del 1647 dal duca di Guisa furono fatte
coniare, e sono grana, e publiche, che hanno per impronto da una parte le armi della libertà
napoletana, dal rovescio l’abbondanza: non men delirio l’una che l’altra. Queste sono la metà più
piccole dell’altre, e mostrano bene che in cambio d’abbondanza e di libertà, si dava al popolo, per
quanto si poteva, fraude e violenza.
La meraviglia di molti è, come indifferentemente monete sì diseguali, guaste e mancanti abbiano
potuto correre ed accettarsi; e questa meraviglia, che non è senza ragione, merita d’esser dileguata
colla dichiarazione di questo perché. Il metallo basso non è soggetto a i colpi di difetti, che non
sieno grossissimi. In oltre quando un paese ha cattiva moneta di rame, comunque ella si sia,
conviene usarla, né può nascondersi, o liquefarsi, o andar via tutta, come all’oro e all’argento
interviene: perché essendo più necessaria al commercio per pagare quelle spese minute che sono
il sostegno d’ogni più grande manifattura, mai un uomo per fare un piccolo guadagno nella monetadi rame non se ne disfarà, mandando male tutta un’industria e lavorio. E noi vediamo che il
somministrare questa moneta dà da vivere a una professione d’uomini che chiamansi cagna cavalli.
Dippiù il rame non passa d’uno in un altro stato; e quanto è più gravoso e vile, tanto è più pigro a
fuggire. In fine la velocità del giro suo, essendo almeno quattro volte maggiore di quel dell’argento,
e sei più dell’oro, fa che ognuno lo prende perché è sicuro sempre di potersene disfare. Ed egli è
cosa non meno evidente, che dalla storia confirmata, che può una cosa da tutti tenuta per cattiva
aver quel medesimo corso che s’ella si tenesse per buona, fin tanto che dura un comune inganno,
per cui ognuno speri che il suo vicino non la ricuserà; e dura questo corso finché un avvenimento
nuovo scoprendo a ciascuno il viso dell’ altro, non gli disinganni tutti in un tempo, e loro dia più
timore del cattivo che prendono, che speranza di poterlo tramandare. I biglietti di stato, e poi que’
del Banco reale di Francia, e le azioni in Inghilterra furono non ha molti anni un esempio chiaro di
questo: sicché non è strano che corrano fra noi sì fatte monete di rame. Ora a voler discorrere se si
convenga o no batterie della nuova, e come, e in che quantità, io porto opinione che gioverebbe
batterne, e darle un prezzo qualche poco maggiore dell’intrinseco suo: ma di questa nuova moneta
se n’avrebbe a coniare un poco per volta, e non più.
Mi si farebbe torto a dirmi che sia cosa animosa trattare di queUa materia di cui non mostro far
professione; poiché non può essere di nocumento allo stato occupare colle parole un grado che
molti meno di me esperti potrebbero coll’opere occupare: e gli errori ch’io facessi scrivendo possono
essere senza danno corretti; ma quelli i quali son fatti operando, non possono essere se non colla
rovina dello stato conosciuti. Venendo dunque a dimostrare quello che ho profferito, quanto al
primo, ognuno che sa che le cose mortali altra stabilità non hanno che nel rinnovarsi, conoscerà
benissimo che perdendosi ogni dì per molti accidenti le monete, ed altre struggendosi troppo con
l’uso, per non restarne senza, conviene che si rinnuovino. Né è men chiaro che non si abbia da
attendere il bisogno preciso, mentre quel male che si può riparare non bisogna lasciarlo venire per
medicarlo: ed è troppo gran differenza tra ‘l sostenere una spesa annua di diecimila ducati, per
esempio, e il doverne fare in un solo anno una d’un mezzo milione.
Ma quanto alla seconda parte parmi già di sentir molti che, ripieni ed ubbriachi d’una certa fede e
giustizia, mi grideranno ch’io ho mal consigliato il principe a volergli far dare un valore estrinseco
diverso dall’intrinseco alla moneta di rame, e che questo suo guadagno torna in danno dello stato.
A’ quali io che non credo essere meno religioso ammiratore della fede pubblica, e che non mi sento
nell’ animo alcuno stimolo d’adulazione, esporrò brevemente la causa di questo consiglio mio.
Due mali ha da temere ogni classe di moneta. Uno è, ch’ella non sia dopo zeccata liquefatta di
nuovo da’ privati per servirsene in utensili, o mandarla fuori, e così manchi. L’altro è che, oltre a
quella dal principe battuta non ne sia coniata altra da’ sudditi, o dagli stranieri, e così ve ne sia
troppa. Quanto danno arrechi o l’uno avvenimento o l’altro è manifesto. Avviene il primo quando il
principe zecca moneta troppo buona: cioè I. S’ella avesse minor valore estrinseco che intrinseco. II.
S’ ella in confronto delle monete degli stati convicini, o delle antiche del paese avesse più valore
intrinseco, o come si suol dire, fosse più forte. Ognuno vede che, se un principe coniasse oggi
ducati che avessero undici carlini d’argento puro, appena uscirebbe questa moneta, che subito saria
nascosta ed appiattata da tutti, i quali seguendo a pagare in carlini, liquefarebbero questi ducati, o
gli darebbero agli orefici e ai mercatanti, che hanno gli affitti delle zecche straniere: essendo regola
invariabile che la moneta debole caccia via la forte dello stesso e equilibrio di forze. Perciocché
metallo, sempre che tra le due v’ se, per esempio, il re ritirasse a sé tutta la moneta d’argento del
Regno, e poi zeccasse la nuova, e in questa desse al ducato undici carlini d’argento, questa nuova
moneta non anderebbe via; mentre allora non sarebbe altro che aver mutato il significato alla voce
ducato, il quale suonerebbe quel che oggi suonano undici carlini, e solo ne dovria seguire un
apparente sbassamento de’ prezzi da quel degli antichi ducati. Né può la moneta d’argento uscire,
non essendovi forza per cacciarla; giacché della vecchia non ve n’è, o così poca che non basta a far
pagamenti grandi con essa. Qui non parlo della forza d’un metallo sull’altro, che per altro procede
nel modo istesso, quando la proporzione stabilita tra due metalli non è la naturale.
Venendo adunque al mio primo discorso: la moneta delle grana, che noi usiamo, fu imprima di
dodici trappesi il grano, ma questa oggi è tutta tosata e guasta. Le grana che sonosi poi battute,
quali sono quelle di Carlo II e quelle di Filippo V del 1703, furono fatte di dieci trappesi, o sia delterzo d’un’oncia, per dar loro qualche proporzione ed egualità alle antiche, che per la fraude eransi
impiccolite. Or la libbra di rame non lavorato vale presso di noi oggi in circa venti grana, e il
lavorarla corrisponde a poco più del terzo; onde è che trentadue grana dovrebbero aversi da una
libbra di rame. Ma dalla libbra se ne tagliano alla zecca trentasei: v’è adunque un guadagno di
quattro grana sopra una libbra, o sia d’un undici per cento. Se poi a questa valuta estrinseca
maggiore dell’intrinseca si aggiunge la corrosione, ed il consumo che è grandissimo, si troverà che
le monete di rame, prendendosene una gran somma d’ogni qualità, hanno un 25 per 100 meno di
valor vero di quel che corrono. Ora se il principe battesse la nuova intera, e secondo il suo
intrinseco, oltre ch’egli vi perderebbe quel che s’avria da rifondere alle mozze, che si ritirerebbero, la
nuova sarebbe troppo disegualmente buona in confronto all’antica; e o si fonderebbe, o l’antica
sarebbe ricusata; e sempre questa spesa sarebbe senza necessità, né profitto alcuno. Dunque è
bene che il principe, mettendovi un poco di valore estrinseco, l’equilibri in alcun modo colla vecchia,
che n’ha tanto. Ma questo soprappiù non credo dovrebbe essere altro che quelle quattro grana a
libbra, le quali si è veduto già coll’esperienza che non hanno nociuto, anzi io credo ch’abbiano
giovato.
Inutile timore sarebbe poi quello, che l’aver questa moneta meno metallo di quel ch’ella vale, le
potesse arrecar nocumento; mentre si vede che la corrente, a cui ne manca tanto, non ha patito mai
incommodo né d’esser fusa, né d’esser battuta: e quando ella fu contrafatta, la colpa non era della
non buona moneta, ma della non buona esecuzione di leggi spossate d’ogni autorità. In oltre un 11
per 100 è cosa insensibile nel rame, e da non potere invogliare molti a fare a traverso al timore
d’atroci pene questo guadagno. Gli stranieri non sono in istato di farlo, perché è piccolo guadagno;
è difficile ad introdurre moneta di rame in un regno che n’è provveduto, poiché nelle grandi somme
questa si ricusa, e nelle piccole gli uomini non hanno la sofferenza d’attendere a così stentato
emolumento. In uno, la moneta di rame è meglio che pecchi di esser debole che forte, perocché,
quando è soverchio buona, è cacciata via dall’argento, e questo è male grandissimo; quando è
soverchio cattiva, resta, ma non ha forza di cacciar l’argento contro cui non può luttare; e quando
anche il cacciasse è minor male. Il commercio ha più bisogno del rame che d’ ogni altra moneta, poi
l’ha dell’oro, in ultimo dell’argento. Questo m’ha fatto credere che noi che abbiamo debolissima la
moneta di rame, rinnovandola non l’abbiamo a far tanto forte.
Passo ora a dire perché se ne debba batter un poco per anno e non più. Quando uno stato è
tormentato da’ tosatori che impunemente, diminuisc0no le monete, è necessario prima sbarbicargli
e distruggergli, e poi raccorre la moneta vecchia e supprimere il corso, dando fuori la nuova: perché
se voi ne date fuori un poco per volta, secondo ch’ella esce, si ritaglia e non si emenda il male;
come l’acque de’ fiumi non raddolciscono il mare. Ma quando uno stato per la vigilanza del g0verno
ha estinti gli autori del male, e che solo gli effetti ne rimangono, che è appunto il nostro caso, non
giova rifar tutta la moneta offesa per la grande spesa, né nuoce a poco a poco ritirar le peggio
ridotte e sostituirvi le nuove. Dannoso sarebbe poi il consiglio mezzo di volerne rifar molta in un
tratto, quanto è a dire la metà della corrente: perciocché può la moltitudine, quasi svegliandosi dal
suo torpore, avvedersi della disparità tra la vecchia e la nuova, ed acquistare disprezzo dell’una,
avidità dell’altra, e far così restare lo stato privo della metà di quella classe di moneta che rimane
nascosta o traviata.
Questo procede assai più sensibilmente ne’ metalli preziosi; nel rame, perché si disprezza, non
così; e quando si seguisse il mio primo avvertimento, di non fare la moneta nuova migliore d’un 25
per 100, ma solo d’un 10, ogni verisimilitudine è che non vi s’avvertirà. Pure non è mai buona regola
correre questo pericolo, al quale siccome non v’è altro rimedio che subito rifare la restante moneta,
non so se una così grave spesa, che giunga improvvisa allo stato, sarà per essergli innocente. E
forse allora con nuovi mezzi consigli e deboli espedienti si farà incancrenire quella piaga che i soli
cattivi consigli aveano generata. Sicché dunque quando si vuol rifare una classe di moneta tosata, e
gli ordini del governo ci rassicurano’ conviene o batterla tutta insieme, o a poco a poco: e questo mi
pare miglior consiglio. La nuova esce insensibilmente, né produce altro che un lampo di letizia per
la sua bellezza e bontà; ma l’esser poca non permette che si disusi la vecchia, ancorché fosse
aborrita: in tanto la nuova si comincia a consumare, ed il popolo vi s’avvezza.
È tempo ch’io ragioni dell’argento, il quale io stimo presso di noi essere in buonissimo stato edordine. La prudenza di chi oggi ci governa ha conosciuto questo vero, ed ha battute le nuove
monete imitando le antiche; quanto è a dire in 12 once mettendone 11 di puro metallo, ed il resto
riservandolo per la lega, fattura e dritto di zecca; e valutandole secondo l’alzamento fatto alle
monete del Carpio del 32 per 100. Prego ìl supremo Autore del tutto, e i Santi tutelari di questo
Regno, che vogliano, poiché a sì felice età e sotto così giusti principi ci hanno condotti, lungamente
conservare a noi non meno la loro preziosa vita che le massime istesse di governo savie e
generose, le quali, come alla pietà del principe, così alla virtù de’ suoi ministri ancora sono dovute.
Molti dicono che si convenga alzare il valore all’argento, o sia mutare la proporzione tra questo e gli
altri metalli; il che io non credo sia vero; ma quando lo fusse, sarebbe miglior consiglio mutare il
valor del rame e dell’oro. Trattandosi di proporzione la cosa è la medesima, ma non gli effetti.
Mutato il rame, il commercio soffre minor disturbo nella mutazione de’ prezzi; mutato l’oro, che è
tutto straniero fra noi, non ne prenderanno i sudditi timore: ma questa mutazione, lo replico di
nuovo, non è necessaria, né sarebbe utile a cosa alcuna. Altri credono esservi difetto nelle monete
d’argento, vedendo spariti i ducatoni e mezzi ducatoni, dal marchese del Carpio, uomo d’immortale
e gloriosa memoria, battuti: ma costoro non avvertono che questo non può nascere dalla miglior
qualità del loro argento, perché le 13 grana e le 26, che sono suddivisioni loro, sono
abbondantissime; e pure non solo esse sono della stessissima qualità, ma hanno minor valore
estrinseco, perché, per evitar le frazioni, in vece del 32 per 100 furono alzate solo del 30. La causa
adunque di questo sparimento egli è, ch’essendo la più antica, per molti accidenti il tempo l’ha
consumata. Secondo, le monete grosse si consumano meno delle piccole, onde si liquefanno con
minor perdita: e di questa perdita non è da accorarsene più dell’essersi disusate le monete de’ re
aragonesi ed angioini.
L’oro appresso di noi era tutto forestiero, ma in questo anno se n’è battuto un poco in tre differenti
grandezze di 2, 4, e 6 ducati nostri, chiamati zecchini, doppie, ed once napoletane.l Delle monete
forestiere che corrono in un regno, io ragionerò in altro luogo: qui dirò solamente che l’oro è metallo
così prezioso e necessario, e gli errori in esso sono tanto gravi, che si converrebbe trattarlo del tutto
come mercanzia e gemma, anche se nella zecca propria fosse coniato. L’esperienza ha fatto
conoscere a’ sovrani ch’era bene lasciarlo correre a peso, e non sull’autorità del conio, e perciò da
per tutto s’usa pesarlo, e l’impronta assicura solo il prezzo al peso; sicché in parte già si tratta come
mercanzia. Io desidero, e prego il Cielo che faccia anche conoscere a chi regge quest’altra verità,
che siccome il peso è lasciato al libero esame di ciascuno, così si avrebbe a lasciare anche il
valore; e l’impronta riserbarla solo ad autorizare la bontà della lega. Così facendosi avrebbe
perfettisSimo regolamento la moneta, e non si richiederebbe tanta arte e studio a medicare i mali
che in quel caso non potrebbero generarsi in lei. So bene che la cognizione delle verità appartenenti
al governo è lentissima, e più lenta ancora è l’introduzione di que’ miglioramenti che da gran tempo
sono già conosciuti; onde sembra più da desiderare che da sperar questa cosa: ma io non ne
dispero ancora, fidato sulla virtù del principe che ci governa.
Nelle cose della politica non è come nell’altre scienze, che sempre si vanno di dì in dì migliorando:
esse non hanno continuata progressione. Quando la Divinità fa agli uomini il maggiore de’ suoi doni,
dando loro un principe di straordinaria sapienza e fortezza, si ordina uno stato.. morto lui, siccome
passano molti secoli prima ch’egli abbia un degno successore, le cose non migliorano più, e
appena s’ottiene che lentamente, e non a precipizio si vadano corrompendo. Né da’ ministri inferiori,
ancorché virtuosi, è da sperar cosa alcuna. Sono essi troppo distratti dal timore, e dal desio di loro
privata grandezza: e le grandi imprese, se non sono sostenute da chi è superiore all’invidia e alla
malignità, rare volte riescono; e sempre che si sbagliano, sono funeste a quell’onorato ministro che
le avea promosse o consigliate.
CAPO QUARTO
Della giusta stima de’ metalli preziosi e della moneta; e quanto noccia più la soverchia che la poca.
Vera ricchezza è l’uomo.Siccome è il volgare proverbio che il giusto è sempre in mezzo al troppo e al poco, così la moneta
ha, ed in ogni tempo ha avuti, e ingiusti disprezzatori e vili idolatri. Ma non sono queste due classi
d’uomini egualmente numerose; perciocché l’una di pochi sapienti, e di altri non molti, che sotto un
così augusto vestimento stannosi mascherati, è composta; l’altra comprende quasi tutto il restante
della specie umana, e spesso anche que’ che se ne mostrano palesemente disprezzatori.
Similmente non sono del pari da temere le conseguenze di queste non giuste opinioni; perché la
prima non potendosi alla moltitudine comunicare non produce nocumento; l’altra per contrario è di
gravi mali cagione, e d’errori che seco portano la ruina degli stati, col quale avvenimento solo, ch’è
peggio, si lasciano percepire. Perciò io mi propongo d’entrare a disputare dell’utilità e necessità
della moneta, e prefiggere i giusti limiti alla stima di lei; acciocché gli uomini ritraendosi da
quell’errore ordinario, per cui scambiano le immagini colle cose, gl’istromenti con l’opra, conoscano
che il metallo delle monete è mercanzia di lusso, e non di necessità; la moneta non è ricchezza, ma
immagine sua ed istrumento da raggirarla: dal quale rigiro, sebbene accada alcuna volta che la vera
ricchezza s’accresca, infinite volte più pare che così avvenga, e non è vero. Non diversamente da
quello di chi movendo velocemente un carbone acceso in giro, farà credere all’occhio che una ruota
intera di fuoco egli s’abbia nelle mani, mentre la veloce mutazione pare agli uomini duplicata
presenza.
Che la moltitudine chiami il denaro nerbo della guerra, fondamento d’ogni potenza, secondo sangue
dell’uomo, e principal sostegno della vita e della felicità, si potrebbe perdonare all’ignoranza sua ed
alla connessione delle idee fra l’immagine e la cosa; ma che si lasci cadere in questo errore chi
governa, non è in alcun modo da trasCurare per lo danno che ne può provenire. Le ricchezze di
Sardanapalo, di Creso, di Dario e di Perseo furono per cagione di questo inganno accumulate; e
perché questi non si ricordarono che la guerra si fa cogli uomini e col ferro, e non con l’oro, e vi si
riposarono sopra, furono più avidamente spogliati per quella cosa istessa ch’essi aveano per difesa
accumulata.
Ora per dimostrare la grandezza di questo volgare errore, basta definire che sia la ricchezza, e si
vedrà se il possessore delle monete si possa così chiamare. Ricchezza è ((il possesso d’alcuna
cosa che sia più desiderata da altri che dal possessore)). Dico così, perché molte cose sarebbero
ad alcuno utili assai, ma avendo quegli la sventura di non conoscerle, non se ne può dir povero, né
chi le possiede rispetto a lui è ricco; e così per contrario molte sono o inutili o dannose, ma essendo
per errore richieste molto, rendono ricco chi le ha.
Da questa definizione si comprende che la ricchezza è una ragione tra due persone; e riguardo ad
ogni uomo uno è disegualmente ricco. In oltre non la sola quantità delle cose desiderate, ma la
varia qualità loro con ragione composta, è misura delle ricchezze: e chi ha le cose più utili, è più
ricco di chi possiede le meno utili. Or nella serie delle cose utili le prime sono gli elementi; indi è
l’uomo, che di tutte le cose è la più utile all’altro uomo; poi sono i generi atti al vitto, indi al vestito,
appresso all’abitazione; e in ultimo alle comodità meno grandi, ed all’appagamento de’ piaceri
secondari dell’uomo. In questa classe sono i metalli non discosti dalle gemme: sono dunque utili
anche essi, ma meno dell’uomo. Dunque se Ciro, se Roma, se Alessandro aveano più uomini, o per
meglio dire migliori, che Creso e Perseo e Dario, erano più ricchi assai; e non fu fortuna il vincere, o
cosa strana, se il più forte restò superiore. È errore chiamar più forte chi ha più denaro. Non ebbero
adunque costante fortuna i Romani, ma costante superiorità di potere. Caso e fortuna sono voci
nate dall’ignoranza nostra, e nella natura non sono. Diciamo noi mêschini caso quell’ordine di leggi
che non sappiamo sviluppare, ed ella è voce relativa al diverso intendimento nostro; onde il savio
dallo sciocco è chiamato sempre fortunato. Né credo io perciò che vi sia voce di questa più
vergognosa per noi, e più ingiuriosa alla Provvidenza che ci governa.
Non è vero adunque che l’oro e l’argento sieno inutili affatto, ma non sono nemmeno degni d’esser
dichiarati sovrani del tutto ed arbitri della felicità; come l’olio e il vino, sebbene non inutili, non sono
mai così chiamati. I metalli sono merci di lusso: il lusso nasce in quello stato prospero, in cui i primi
bisogni sono agevolmente soddisfatti; e quando le calamità tornano il lusso muore. Or se la
ricchezza non è per altro prezzabile, se non come ricovero delle sventure, come mai si potrà dir
ricchezza quella che lo è solo nelle felicità, inutilissima poi nella miseria? Qual fondamento si potrà
fare in lei?E pure molte nazioni ve lo fanno. I Portoghesi godono vedere le sagrestie delle loro chiese fatte
quasi magazzini d’argento; e in questo argento riguardano un rimedio ad ogni bisogno. Se lo
avranno (il che prego il Cielo, che mai non sia) s’accorgeranno che vaglia quel metallo. Credono
poterlo convertire in moneta. Non so se avran tempo da farlo: ma quando l’avessero, non so se
potranno, così come hanno convertiti i vasellami in moneta, convertir la moneta in uomini e in pane;
e se non lo potranno, la calamità non avrà il rimedio suo. I privati uomini possono ben fondarsi sulla
moneta, perché le loro disgrazie non sono congiunte con quelle di tutti gli altri per lo più: ma gli stati
no. I mali piccoli gli sana il denaro, i grandi d’uno stato gli aumenta, perché lo fa predare più presto
e da’ nemici e dagli ausiliari suoi. I Veneziani nella battaglia di Ghiera d’Adda avendo ancora l’erario
loro pieno di tesoro perderono tutto lo stato senza poter essere difesi da quello; e quel danno ch’un
esercito ben pagato avea prodotto, fu riparato dal valore di que’ gentiluomini che difesero Padova, e
non costarono stipendio alla republica.
Io dubiterei d’annoiare in cosa così evidente i miei lettori, s’io non vedessi una innumerabile quantità
d’errori commessi per la falsa persuasione del contrario, e non sentissi infinita gente chiamare il
denaro nerbo della guerra. Certamente è cosa meravigliosa ed incredibile che, non leggendosi nella
storia di duemila anni esempio alcuno di nazione denarosa, che ne abbia distrutta una povera ma
numerosa, molti che i poveri abbiano depredati i ricchi, non si sia svelta ancora questa sentenza
dagli animi umani. Le ricchezze di Babilonia furono preda della povera Media e della selvaggia
Persia. Queste nell’arricchirsi di tante spoglie perdettero ogni forza e virtù; onde i Traci e i Greci,
poverissima gente, fiaccarono le arme di Dario e di Serse. Né avrebbero i loro successori avuto mai
vantaggio sulla Grecia, se non avessero riempiute le città dell’Asia Minore d’oro e di tiranni, corrotta
Sparta, e quasi comprata Atene. Allora fu che Tebe e la lega Achea cominciarono a valere, e
valsono più i soldati e la virtù loro, che il danaio e le arti della pace d’Atene. Né molto tempo dopo la
povera Macedonia mossasi a disfare l’antico imperio persiano, e conducendo seco ferro da opporre
all’oro, dimostrò in quale de’ due metalli era forza maggiore; e che il ferro trovava l’ oro fino nell’
India, l’ oro non lo spuntava, ma anzi più l’aguzzava. Ma subito morto Alessandro, le ricchezze
fecero quell’effetto ch’esse veramente producono, quanto è a dire, tolsero il nerbo all’armi della
guerra. Così potette Roma, che vivendo sempre povera avea sottomessa e la ricca Sicilia e
l’opulentissima Cartagine, ingoiarsi questo imperio ancora, che da’ successori d’Alessandro era
stato diviso. Tranguggiatolo appena, s’indebolì, e le ricchezze furono il termine della grandezza sua:
e quelle settentrionali regioni, che per l’inumanità delle nazioni non avevano potuto ricevere i tesori
asiatici, restarono a nutrire que’ semi di virtù militare che doveano sfasciare quell’imperio
sterminato.
Né i secoli a noi più vicini sono stati meno fecondi d’esempli consimili. I Tartari han doma la Cina,
l’India, la Persia, e la potenza saracena. Gli Svizzeri sono i più poveri popoli, ma i più valorosi. Gli
Spagnuoli ebbero meritamente nome grandissimo di valore fin tanto che, scoperta l’America, col
nuovo creduto nerbo della guerra non sapeano intendere come gli eserciti loro fussero deboli da per
tutto, e d’ogni cosa utile, fuori che di denaro, sforniti: non avvertendo che, quando è vicino il timore
d’una disfatta, il danaio non trova uomini da soldare, né pane da vivere; come per contrario coloro
che seppero adoperare il ferro, non patirono mai carestia d’oro. Né giova più enumerare esempli;
mentre e le Provincie Unite contro la Spagna, e la Svezia sotto i due Gustavi, e gli Svizzeri contro la
lega italiana del duca Carlo, e gli Ungheri non è gran tempo, e gl’Irlandesi, e a nostri dì i Corsi
hanno palesato quanto valore conservassero nella povertà.
Né la ragione è contraria all’esperienza. L’uomo ricco s’espone a’ perigli sempre meno del povero, e
quanto gli è più dolce, tanto gli è più cara la vita; né d’un popolo di mercanti s’avranno mai buoni
soldati. Perciò a Cartagine, a Venezia, all’Olanda è convenuto avere armi straniere e mercenarie;
ed hanno creduto che il dare una piccola parte delle loro ricchezze bastava a trovar gente che si
facesse uccidere per salvar loro il restante. In sul fatto hanno dolorosamente conosciuto che gli
amici non erano men de’ nemici di que’ tesori famelici, ed invidiosi. Questa è una ragione: l’ altra
non meno potente è che più sono le guerre perdute per aver soverchio denaro e amarlo
soverchiamente, che per averne poco. Le ricchezze menando seco l’avarizia impoveriscono l’animo
di chi le ha, e la guerra non vuole parsimonia eccessiva. Atene perdette ogni guerra con Filippo di
Macedonia, perché le arti della pace aveano in quella republica introdotto un gusto alla quieteprecursore della servitù, e un importuno rincrescimento a spendere ed a combattere. L’animo
misero di Perseo lo fece da’ Romani sottomettere, e ne’ tempi de’ nostri padri l’Olanda regolata da’
due fratelli di Witt corse gli estremi pericoli, perché era e per terra e per mare, usando risparmio,
d’ogni cosa che a guerra si confacesse mal provveduta. E se ad alcuno moverà difficoltà come
sieno state queste republiche tutte potenti e prodi in mare, e’ dovrà riflettere come le armate di mare
più hanno a combattere cogli elementi che co’ nemici; e questa perizia del navigare, che nella pace
è di mestiere s’acquisti, solo l’avidità delle ricchezze e il commercio la può dare. Avviene poi che
quell’ardire che dall’avarizia è generato, si converte in valore quando è d’uopo guerreggiare.
Da quanto s’è finora detto si conchiude che la moneta, utilissima come il sangue nel corpo dello
stato, vi si ha da mantenere fra certi limiti, che sieno alle vene per cui corre proporzionati; oltre ai
quali accrescendosi, o diminuendosi diviene mortifera al corpo ch’ ella reggeva. Non è dunque
degna d’essere accumulata indefinitamente da’ principi, e tesoreggiata. Quello che dee essere il
solo oggetto della loro virtuosa avidità, perché è vera ricchezza, è l’uomo, creatura assai più degna
d’essere amata e tenuta cara da’ suoi simili, di quel ch’ella non è. L’uomo solo dovunque abbondi fa
prosperare uno stato.
Io vorrei poter avere eloquenza atta a comunicare a tutti quella passione ch’io ho per l’umanità, e
sarebbe degno del nostro secolo che gli uomini cominciassero ad amarsi tra loro. Niente mi pare
più mostruoso che vedere vilipesa e fatta schiava, e come bestie trattata una parte di creature simili
a noi: il qual costume nato in secoli barbari, nutrito da sozza superbia nostra, e da vana stima di
certe estrinseche qualità di color di pelle, fattezze, vestimenti, o d’altro, dura ancora a’ nostri dì. Ma
a chiunque è degno d’esser nato uomo, dee esser noto che il massimo de’ doni fattici in questa vita
dalla Divinità è stata la compagnia de’ nostri simili, che dicesi società: che Adamo fu il più grande
imperatore, avendo pacificamente posseduta la terra intiera, ma il più miserabile, avendola colle
sue mani zappata: che tanto vale un regno quanti uomini ha e niente più; tanto è più forte, quanto
più uomini in minor terreno: che non v’è più stolta politica quanto spopolare un regno in
conquistarne un altro, come sarebbe stolto spiantare una selva per trapiantarne le piante in un
suolo ove è certo che non alligneranno: che non v’è peggior rimedio a conservare uno stato, che
struggerne gli abitatori; siccome sarebbe stolta cosa se un principe volendo risparmiare il nutrire i
cavalli della sua cavalleria, li facesse uccidere e scorticare, e riempiendo le pelli di paglia, di questi
cavalli non dispendiosi tenesse cura; giacché non dissimili sono gli edifici delle città privi d’ abitatori:
che finalmente l’esperienza fa anche a’ dì nostri vedere essere la Divinità tanto gelosa delle ingiurie
che gli uomini fanno agli uomini, che molti paesi tengono ancora le piaghe aperte, per avere già
molti secoli sono spopolate le loro terre senza vera necessità.
Adunque non v’è cosa che vaglia più dell’uomo, e sarebbe desiderabile che si conoscesse quanto
lucrosa mercanzia egli è, e come mercanzia si cominciasse a trattare; che forse l’avarizia
opererebbe quel che non può la virtù. I Cinesi, de’ quali la scienza del governo è con varietà
d’opinioni da molti stimata assai, da altri vilipesa, hanno una grande e gloriosa pruova in favor loro
nel mostrare quanto sia popolato il lor paese, e quanto gli ordini del governo conferiscano alla
popolazione.
Ma poiché questa parte della scienza di governare è di grandissimo rilievo, né in tutto aliena dalla
presente materia, sebbene ella siasi da me in altra opera dichiarata tutta, pure e’ mi par bene anche
qui ragionarne. Dico adunque che i mezzi da accrescere la popolazione sono sei. I. La esatta
giustizia e la libertà, che è quanto dire le buone leggi: intendendo io qui per libertà, non l’aver parte
al governo, ma l’esercizio pacifico di quanto dalla retta ragione, e dalla vera religione (che è lo
stesso) non è vietato, né nuoce al bene dell’intero stato. Questa giustizia e libertà compensa da per
tutto ogni bellezza di clima e di paese; e si vede che le rupi degli Svizzeri, e le paludose Polesine di
Rovigo con queste arti hanno spopolata la fertile Lombardia. II. La virtù militare, che difenda dalla
servitù, e le savie provvidenze contro alla pestilenza; sebbene la prima di queste due nasca sempre
dalle buone leggi; né c’è valore, ove non è libertà. III. La giusta distribuzione de’ tributi; la quale non
nuocendo alle arti ed al comercio, non riduca gli uomini alla mendicità; perché questa, scemando i
matrimoni e la prole, nuoce talora più della peste istessa. IV. L’egualità delle ricchezze; perocché il
lusso, compagno delle ineguali distribnzioni testamentarie, toglie la diramazione alle famiglie, ed è
da per tutto col forzoso celibato accoppiato. V. Il principe proprio, senza il quale tutte le cose disopra enumerate non si possono stabilmente avere. VI. L’agricoltura favorita più d’ogni cosa, e più
del comercio. L’uomo è animale che di terra si nutre. Il comercio non produce nuovi frutti della terra,
ma solo o gli raccoglie, o gli trasporta, o gli scomparte ed espone in vendita; onde se questi
mancano, ogni comercio s’estingue. L’agricoltura è dunque la madre di esso, e senza esso si
viverebbe, quantunque a stento; senza l’agricoltura affatto non si può vivere. Onde è ch’egli è un
errore quanto generale, tanto calamitoso l’essere l’agricoltura disprezzata da tanti e tanti, che
questa voce commercio commercio replicano meccanicamente sempre, e senza intenderla
esaltano, solo perché ella è venuta in moda; e chi la proferisce, comunque egli lo faccia, purché sia
con aria grande e carica di mistero, si manifesta per uomo intelligente di politica e di stato. Classe
d’uomini quanto perniciosa allo stato, tanto a’ dì nostri nelle civili e familiari conversazioni per nostro
danno multiplicata.
Basti questo qui. Il restante è da me disputato in altra opera, che comprende l’arte intera del
governo, la quale, quando la malignità della sorte che mi opprime, e quasi mi schiaccia, non dico si
cangiasse, ma intermettesse alquanto, non dubiterei di publicare.
CAPO QUINTO
Del conio.
Conio è voce tratta dalla lingua greca, nella quale eichon dinota l’immagine, onde corrottamente si
fece iconiare, per dinotar l’imprimere d’una immagine su d’alcuna cosa. Dal significato generale si
applicò più particolarmente a quell’imprimere, che si fa sulle monete, di quelle immagini che
servano a darle autorità. Dell’antichità di quest’uso molto hanno gli eruditi disputato, e si vede che
presso ogni popolo col medesimo fine si è usato; perché tutte o colla imagine delle divinità proprie,
o colle teste de’ loro principi, o finalmente cogli emblemi, e dirò quasi colle imprese delle loro città,
le hanno contrassegnate: ma queste ricerche e questi studi si convengono assai più all’erudizione,
che alla scienza di governare. A me si conviene ad altra parte rivolgere il discorso; e quanto al
conio, è necessario avvertire ch’egli non è già sul metallo quello stesso che sono le firme sulle
cedole o su’ bullettini: perché queste costituiscono tutto il valore alla cedola, e la carta su cui si
fanno è ugualmente atta a ricevervi i caratteri di maggiore o di minor somma a piacimento altrui.
Quindi non hanno i bullettini altro valore che l’estrinseco; né si può dire che abbiano d’intrinseco più
di quel mezzo baiocco che vale la carta. Nelle monete la cosa procede diversamente. Il conio
dimostra quel valore che già esse hanno in sé, non lo produce; e quando il conio ne dimostrasse un
altro, questo non distrugge quello, ma restano ambedue insieme; e quello del conio e della legge,
che perciò dicesi estrinseco, corre fin là dove la legge si stende ed ha forza d’operare; l’altro che è
nella natura e nel metallo rinchiuso, e perciò chiamasi intrinseco, resta ed ha luogo dovunque non
può averlo il primo. È il conio adunque una rivelazione del valore intrinseco fatta dalla pubblica
autorità giustamente e rettamente adoperata: né è nell’ arbitrio del principe il dare al metallo coniato
quel valore che gli piaccia, ma si conviene (generalmente parlando) all’intrinseco uniformarlo. Di
questo essendosi detto assai là dove si è mostrato il valore intrinseco del metallo indipendente
dall’uso suo per moneta, non è d’uopo che si torni qui a dire.
Resta solo a ricercare se il valore del coniare abbia ad essere per appunto lo stesso che quello del
metallo, o diverso; sulla qual materia è da sapersi imprima che in tutti i principati egli è oggi
maggiore, valendo la moneta più del metallo in lastre tutto quel che vale la spesa del conio con
qualche poco di più: questo dippiù è quel denaro che si ritiene il principe per dritto della zecca,
chiamato da’ Francesi droit de seigneuriage, e suole importare il due e 1/2 per 100. La spesa del
conio è diversa secondo il vario vivere e pagare degli operai ne’ vari paesi; ma all’ingrosso si valuta
a 1/2 del valore intrinseco del rame, e 1/50 dell’argento, e 1/400 dell’oro.
Nell’antichità io credo, benché di certo non si sappia, che la spesa del conio non fosse nel valore
della moneta compresa, vedendosi che gli antichi delle monete, come di cosa sacra, perché
confacente alla gloria ed alla fama, fecero stima. E questo desio di gloria, ch’era l’ultimo fine di
quelle nazioni, come fra noi (grazie al Dio della verità) è la vita seconda, fece sì che in su le monetesomma cura presero d’improntare con nobilissime sculture quegli accidenti ed uomini, che
credettero degni dell’immortalità.
Ciò posto, veggiamo se è cosa utile che la zecca sia pagata da chi riceve la moneta venendo nel
valore di essa compresa, o dal publico con qualche dazio che dal principe s’impieghi a mantener la
zecca. Bernardo Davanzati conclude un suo non savio discorso sulle monete con questi sentimenti:
((E per levare ogni tentazion di guadagno e tutti i segni nettare, e la cosa far tutta orrevole e chiara e
sicura, vorrebbe della moneta tanto essere il corso, quanto il corpo; cioè spendersi per quel oro o
ariento che v’è: tanto valere il metallo rotto e in verga, quanto in moneta di pari lega; e potersi a sua
posta senza spesa il metallo in moneta, e la moneta in metallo, quasi animale anfibio, trapassare. In
somma vorrebbe la zecca rendere il medesimo metallo monetato, che ella riceve per monetare.
Adunque vorrestù la zecca metterci la spesa del suo? Maisì, che di ragion civile molti contendono
tale spesa toccare al comune, per mantener nella republica il sangue; come gli toccano le paghe de’
soldati e i salari de’ magistrati per mantenere la libertà e la giustizia. Ad altri pare onesto che la
stessa moneta paghi suo monetaggio, fatta peggiore di cotanto, e vaglia quel più del suo metallo
sodo, come il vasellamento, gli arredi, e ogni altra materia lavorata. Finalmente l’antica usanza del
cavar della moneta la spesa veggenti i popoli, è prescritta, e ne sono i principi in possessione. Io
non voglio disputar co’ maestri; ben dico che se pur la zecca non dee questa spesa patire, almeno
facciala menomissima, e piuttosto sien le monete men belle. Ma perché non piuttosto (come vuole
alcuno) ritornare all’antico modo di gettarle? Qui sarebbe ogni vantaggio. Due punzoni d’acciaio
stamperieno il dritto e ‘l rovescio d’una moneta in due madri, e quasi petrelle di rame, ove due
uomini, senz ‘altra spesa che calo, rinettatura e carbone, ogni gran somma il giorno ne getterieno,
tutte eguali di peso e di corpo, e perciò più atte a scoprire o forbicia o falsità: non potendosi la
moneta di falso metallo, che è più leggieri, nascondere alla bilancia, se è di corpo ordinario, né alla
vista, se più o meno è larga o grossa. E giustificatissime si farieno, se gli uficiali stessero a vederle
fondere, allegare e gittare corampopolo dentro a que’ ferrati finestroni ordinati da que’ buoni e savi
cittadini antichi. A questo modo, chi non vede che sbarbate sarieno la spesa, la froda e il guadagno,
radici pessime, che troncate sempre rimettono, e fanno peggiori le monete? Finalmente, quasi per
corollario aggiungerò che l’umano commerzio ha tanta difficoltà e fastidi per conto di queste
benedette monete, che sarebbe forse meglio far senza, e spender l’oro e l’ariento a peso e taglio,
come ne’ primi tempi ed ancor oggi usano que’ della Cina, i quali per arnesi portano in seno lor
cesoie e saggiuolo, e non hanno a combattere che colla lega, la quale colla pratica e col paragone
pur si conosce )). Qualunque arte v’avesse egli usata, non potea certamente in così pochi righi
racchiudere più cose false, e che lo dimostrassero meno intelligente della materia sua, di quel
ch’egli s’abbia fatto: sicché come di cosa difficile eseguita ne merita lode.
È falso, e sarebbe calamitoso se il monetaggio non si ritenesse alla zecca dal principe. È da uomo
non intendente anteporre l’antica imperfetta ed incommoda maniera di coniare a martello, alla
bellissima e meravigliosa invenzione del torchio. È da avaro e misero d’animo, per far un risparmio
di poche centinaia di scudi, far brutte e goffe le monete, che sono opere pubbliche consecrate
all’immortalità. È da vecchio fastidioso e molesto il voler bandir la moneta, e lodare i Cinesi in quello
in cui, non altrimente che nella loro scrittura e lingua, meritano biasimo e dispregio.
E quanto al primo: perché in prima, domando io, s’ha da fare quel che il Davanzati propone? Questo
non giova ad evitare che altri batta moneta; perché dovendo questi ritenersi quel che la fattura vale,
né potendo mai ad un privato valer questa meno che alla zecca del principe; se nel caso ch’egli
propone vi saria perdita, nel presente stato non v’è guadagno. Or a ritener l’uomo dal fare alcun
delitto a traverso alle pene ed ai timori, non si richiede ch’egli vi perda, basta che non vi guadagni
assai: sicché non giova quel ch’egli pensa e propone; ma quel ch’è peggio nuoce. Gli orefici in ogni
loro bisogno fonderebbero la moneta, la quale è assai più facile a procurarsi che la pasta del
metallo; sicché lo stato sarebbe dagli orefici quasi dissanguato. Onde bisognerebbe star sempre in
sul battere; e se oggi per esempio basta che si zecchino cinquanta mila scudi d’argento e d’oro ogni
anno, per andar supplendo sempre all’insensibile dissipamento, allora bisogneria batterne più di
quattro volte tanto. La zecca per sua natura è un aggravio del pubblico, come sono le altre spese
pubbliche, e sempre dal pubblico si trae; perché fra il principe giusto e il suo popolo non s’ha mai da
porre diversità alcuna, nemmeno di parole. Or il Davanzati propone di quatruplicare un aggravio al
pubblico, proponendo per eccesso di zelo un’operazione che gli pareva eroica, e di cui egli non
vedea le conseguenze perniciose. Né questa mia considerazione manca di esempli di nazioni cheper esperienza l’hanno conosciuta. L’Inghilterra nel 1698 non valutava la moneta più della pasta
onde si facea, e con una imposizione sul vino manteneva la zecca. È incredibile quanta moneta si
coniasse continuamente, e quanta se ne liquefacesse tosto, mentre fin gli appaltatori delle zecche
straniere giungevano a far commercio delle monete d’Inghilterra, come delle lastre che da Spagna
si danno avrebbero fatto, disseccando così l’Inghilterra d’ogni danaro. Quanto guadagno apportasse
questo agli officiali della zecca, quanto costasse al pubblico, lo conobbe Gio. Locke, e poi il
Parlamento istesso, e conobbe ch’era falso rimedio l’alzamento a questo male che dal difetto della
zecca proveniva. Adunque questo consiglio del Davanzati a’ soli officiali della zecca è buono e
profittevole, a tutti non che inutile è nocivo.
Ma in oltre se il conio è una comodità aggiunta alla moneta, non è cosa ingiusta volerne rifondere il
danno ai bevitori ed ai cultori delle viti, mentre il comodo è degli uomini denarosi? Il dazio è un
incommodo produttore d’un comodo maggiore; e perciò sempre è desiderabile e giusto che soffrano
il peso coloro che ne hanno il vantaggio proporzionatamente: e questo appunto ottienesi quando
nella moneta il prezzo dell’opera è compreso.
Non è meno palesemente biasimevole l’altro consiglio del Davanzati sull’istrumento da coniare. Su
di che io desidero che i miei lettori leggano il capo XVIII del Saggio sul commercio, ove si racconta
quel ch’Errico Poulain, presidente della Corte delle monete, fece nel 1617 per escludere
l’invenzione del torchio, che oggi usasi, la quale da Nicola Briot suo inventore era proposta, e fu poi
portata in Inghilterra ad eseguire. In questo capo, che è certamente il più bello di tutta quella
giudiziosa operetta, v’è il carattere degli uomini simili al Poulain con tale e tanta grazia e con
pennellate sì vive dipinto, ch’ei merita d’essere da ciascuno appreso a mente, e nella condotta della
sua vita ai suggetti viventi, che pur troppo abbondano, comparata.
I vantaggi del torchio, enumerati dal Locke, e tutti verissimi sono: I. La maggiore ugualità nel peso
delle monete; perché non si fondono ad una ad una, ma in lastre, che poi si tagliano in tanti pezzi
rotondi, i quali prima di coniarsi si pesano e si raggiustano. II. Liberarci dal timore delle falsificazioni.
Nell’ antica maniera un uomo solo conduceva l’intiera operazione, ed i conii, o sia punzoni, da lui
solo erano percossi; quindi non era difficile che altri in sua casa nascostamente i conii imitasse.
Oggi sarebbe di mestieri che uno avesse in sua casa tutto quel gravosissimo torchio, altrimenti la
diversità dell’impronto discuoprirà la frode. Si possono imprimere anche gli orli, come nell’ultime
nostre monete d’oro s’è fatto: il che libera dal timore del risegamento. III. Il tempo, la spesa, gli
operai sono minori, la bellezza delle monete incomparabilmente maggiore.
Del conio s’è detto assai. Tempo è di ragionar della lega che nel metallo si mette, come si dirà nel
seguente capo.
CAPO SESTO
Della lega.
I metalli preziosi, quando nelle naturali vene si generano, non solamente sono fra dure pietre
racchiusi ed intralciati in esse con minutissime ramificazioni; ma nella stessa loro sustanza
contengono sempre qualche parte di basso metallo incorporata, che dicesi lega: né quando giù per
le vene de’ fiumi corrono, da questa impurità si purgano; ma solamente col fuoco e coll’arte se ne
possono distaccare. Allora nell’oro si trova misto per lo più l’argento, e trovavisi anche il mercurio e
il rame: nell’argento il piombo e il mercurio. Or questa purità del metallo, nella quale la natura non lo
produce, e l’arte può dargli, è dagli orefici considerata come un tutto, che si divide in certe parti o
gradi, secondo la proporzion de’ quali si misura la purità. Nell’oro sono ventiquattro le parti, che
diconsi carati, nell’argento dodici, dette once, e sono in sterlini suddivise. Questa lega che ha
naturalmente l’oro e l’argento, ha data origine a quella che le monete hanno, e nel coniarsi ricevono.
È questa una porzione di vile metallo mista in uno più prezioso, ma con tanta disuguaglianza, che il
valore della lega non meriti esser considerato; perocché quando fosse una metà della materia d’unmetallo, e l’altra d’un altro, come sono i soldi di Francia, o le basse monete di Venezia e di Turchia,
in queste il rame non si chiama lega, ma si dicono monete di due metalli.
La necessità di quest’uso è nata da due primarie cagioni. Una è che il purgare il metallo da
ogn’impurità è un’operazione che consuma gran tempo e fatica; onde nacque la risoluzione di
trattare i metalli con quella lega che dalla natura avevano; ma conoscendosi poi che questa è varia,
e che siccome il più puro oro che si scavi appena è di 23 carati, di grado in grado se ne trova di
quello di 16, e talor anche di 12 (detto dagli antichi electrum, e che è forse la nostra tombaca),
convenne ridurre tutta la pasta che doveasi coniare ad uno stesso grado, purgando la soverchio
impura e aggiungendo lega alla più pura del grado determinato; e così oggi si siegue a fare. Così al
luigi d’oro di Francia è prefissa la bontà di 22 carati, alle doppie di Spagna di 21 1/4, ai zecchini
veneziani di 23 3/4. La stessa ai fiorini e agli ungari, sebbene con non eguale tempra di metallo: e
quanto all’argento i Francesi, come noi usiamo, danno alla moneta II once di fino, ed una di lega.
L’altra ragione non meno considerabile è stata questa, che l’oro purissimo è soverchio flessibile, e
colla lega s’indura tanto che si è giunto fino all’arte di temperarlo; l’argento per contrario, quando è
purissimo, è più fragile, e alla violenza del conio, che è grandissima, quello cedendo, questo
spezzandosi mal possono resistere; perciò non è meraviglia che antichissimo sia l’uso della lega.
Le medaglie greche e le romane, le puniche e le spagnuole l’hanno, con questa differenza: che
quelle d’argento, principalmente le romane, ne hanno più delle presenti, quelle d’oro fino a’ tempi d’
Alessandro Severo sono singolarmente pure. Le medaglie di Macedonia hanno 23 carati e 16 grani
di puro, e nelle romane s’osservò che una medaglia di Vespasiano d’oro non avea di lega più d’una
788 parte. Le consolari d’argento non oltrepassano 10 once di fino; ma da Alessandro Severo in poi
non si trova altro che disordine, frode e vil mescuglio di lega. Quelle d’oro non hanno quattro quinti
di buono, e quelle d’argento un terzo; e così declinando sempre si trovano fino ai Goti peggiorate
nell’uno e nell’altro impero. Ne’ tempi seguenti, per la loro infelicità meritamente chiamati barbari,
non può trovarsi regola o misura stabile alla bontà delle monete. È vero che Carlo Magno, e poi
Federico II in un più tollerabile stato le posero, ma da questo subito declinarono. Nella Francia quasi
in ogni anno variarono con disordine e disuguaglianza incredibile. Dal 1302, dal qual anno abbiamo
più accurate notizie, non ebbero queste mai posa e regola alcuna. Fa meraviglia ed orrore il vedere
quali mutazioni, e quanto grandi sofferse il valore del fiorino riguardo allo scudo dal 1345 sino al
1357 sotto i regni di Filippo VI e Giovanni. Dalla Pasqua del 1355 fino alla fine dell’anno 22 volte si
cambiò prezzo alla moneta, e dal valore di 16 scudi si pervenne a quello di 53 al primo di gennaro,
ed al dì cinque di esso si calò a 13 scudi e 4 denari. In fine la Francia, la quale sopra ogni altra
nazione ha più spesso messa la mano alle monete, e mutatele quasi con quella volubilità istessa
ch’ella fa de’ vestimenti, presenta agli occhi di tutti nelle storie del Blanc e di altri un monumento
singolare di tempi miserabili e calamitosi. A chi mancasse l’opera di questo dotto francese, può
bastantemente supplire il Dizionario del du Change accresciuto da’ PP. di S. Mauro, alla voce
Moneta.
Non minore è il disordine in que’ tempi nelle monete italiane, avendo la quantità di diversi principi fra
noi cagionato quello stesso che in Francia operava il cattivo governo d’un solo. Perché egli è da
sapersi che niuna quantunque piccola città è in Italia, che nelle varie vicende sue non abbia goduto
in qualche spazio di tempo un’ombra di libertà, ed in questo tempo non abbia voluto battere moneta.
Nel nostro Regno i principi beneventani, che dopo la distruzione del regno longobardo rimasero
sovrani, i salernitani, i consoli e dogi napoletani fecero proprie monete: indi, poiché da’ Normanni fu
in un solo regno ridotto, né mai da questo stato s’è tratto, egli solo in tutta Italia ha goduto d’una sola
moneta. Sono state perciò queste le più ordinate; e da’ Normanni in Sicilia, dagli Svevi in Messina e
in Brindisi, poi in Napoli, che sede regia cominciò ad essere, si sono battute. Ma il restante d’Italia,
che tutta divisa in piccolissime città, e queste ora sotto tirannetti, ora in una spezie di libertà, da
diversi umori di fazioni miseramente lacerata, fino al decimoquinto secolo visse; non vi fu città, o
signore, che non battesse moneta, e (quel ch’è peggio) che diversa dall’altre in peso ed in bontà
non la facesse. Nel solo stato che oggi è della Chiesa, han battuto moneta i papi, il Senato romano,
Ravenna sotto i Goti, gli esarchi e i vesrovi suoi, Rimini, Bologna, Ferrara, Forlì, Pesaro, Sinigaglia,
Ancona, Spoleti, Ascoli, Gubbio, Camerino, Macerata, Fermo; e sulla guisa istessa è tutto il restante
d’Italia. Quel che una tanta confusione cagionasse è facile l’indovinarlo. La tirannia de’ principi è
congiunta sempre colla stupidità de’ sudditi. Quel danno che colla lega e coll’alzamento tentavano i
superiori di fare, questi, non lo sentendo, e quasi non se ne accorgendo, lo minoravano; finattantoche le turbolenze delle armi, come sempre avviene, fecero girare la povertà e la ricchezza con
diverso movimento da quello che con queste arti si sperava dar loro; con ducendo il commercio le
ricchezze più lentamente, che la guerra e la rapina non fa. Non è però che di alcune monete non
fosse il credito maggiore, e che per lo più non si usasse d’apporre ne’ contratti che la moneta da
pagarsi dovesse esser la tale o la tal altra, e vi si aggiungessero le qualità di aurum dominicum,
probatum, obrizatum, optimum, pensantem, expendivilem, o altro. Fra le monete più accreditate
furono i denari di Pavia e di Lucca, detti papienses e lucenses, di cui frequenti memorie troviamo;
finché avendo battuto i Fiorentini il loro fiorino d’una dramma d’oro puro, da questa restarono tutte
l’altre oscurate e vinte. In que’ secoli per la varietà delle monete nacquero i nomi di moneta fortis e
debilis ad esprimere la maggiore o minor quantità della lega: e da queste indi a poco nacque l’altra
di moneta infortiata, o infortiatorum. Perché siccome altamente si querelarono i popoli degli
alzamenti e della lega, spesso dovettero i principi ristorare quella moneta che aveano così bruttata;
il che fu detto in que’ secoli inforziare in vece del latino restituere, e moneta infortiatorum, quasi
moneta restituta. Di questi denari trovasi fatta menzione fin dal 1146.
Benché non s’appartenga al mio istituto, mi rincresce trapassar tacendo una mia congettura che per
la singolarità e novità sua potrebbe esser gradita. Io credo che dal nome di questa moneta venga
quello che ha la seconda parte de’ Digesti, che dicesi Infortiatum. La moneta inforziata occupava il
luogo di mezzo tra la moneta vecchia buona, e la nuova abbassata: questa corrispondenza poté
fare che, poiché fu dato il nome al Digesto vecchio e al nuovo, e per quel di mezzo non se ne
trovava alcuno, il sovvenire di questa moneta allora celebrata le avesse procurato un tal nome. Per
istrana che sembri questa etimologia, certamente, se si riguardano le altre due, non si crederà
indegna della loro compagnia. L’una viene dal frontispizio del titolo, che ha De veteri iure
enucleando, l’altra da quello De novi operis nuntiatione. Cose così mal intese e goffe non debbono
promettere al nome infortiatum una più ragionevole etimologia, e tutto all’infelicità de’ tempi sarà
perdonato.
Ritornando ora al mio proposito, stimo necessario dileguare dagli animi quell’errore per cui si crede
poter nuocere la lega alla moneta, onde di moneta buona e cattiva spesso si ragiona. Tutta la
moneta è ugualmente buona; e quella che ha dieci carati di lega è buona tanto, quanto quella che
n’ha un solo. La ragione è che non si valuta la moneta secondo il suo peso totale, ma secondo la
quantità di quella parte di buon metallo che v’è. Quindi se una libbra di moneta d’oro, che ha 24
carati di buono, valerà quanto una libbra e un quarto di moneta di 18 carati, ognuno comprende che
in tanta diversità di lega sono egualmente buone le monete: giacché il metallo di lega si può sempre
segregare dal prezioso. Perché dunque, chiederanno molti, si dicono le monete di molta lega cattive
? Nasce questo, perché molte volte la frode o la forza della legge fa prendere la moneta di molta
lega per quel valore che avrebbe, se tutto il suo peso e la materia fosse di metallo puro. Così è,
quando ad una libbra d’oro di 24 carati equivale una libbra di 18 in cui solo tre quarti di oro vi sono,
l’altro quarto è di lega. È adunque la legge che fa cattive le monete, e non la lega. Chi vuole che in
uno stato sieno tutte buone le monete, non ne valuti alcuna, né dia loro prezzo; perché se sono
disuguali, nell’apprezzarsi l’una coll’altra saranno ragguagliate dalla moltitudine, misuratrice
giustissima e fedele; se sono tutte del pari basse di lega, coll’incarire apparente d’ogni cosa sarà
aggiustata la loro proporzione a’ prezzi delle merci, secondo quella porzione di buon metallo che
contengono.
Che questo ch’io dico sia verissimo appare, oltre alle altre ragioni, dal vedersi usare dal più delle
nazioni una moneta di tanta lega, che diviene composta per metà d’un metallo prezioso, e d’uno
vile, detto da’ Francesi billon, e dagli Spagnuoli vellon; e questa non v’è chi ricusi prenderla; perché
è valutata, e corre per quel di buono che ha in sé. E di questa, secondo ho promesso, entro a
ragionare prima di finir questo libro.
Molti e gravi scrittori, e le meglio ordinate repubbliche, coll’autorità e coll’uso esaltano e pregiano
queste monete di due metalli, e come una istituzione utilissima e meravigliosa la custodiscono;l
dall’esempio, e voci de’ quali sonosi molti governi mossi ad usarla, come un rimedio d’ogni gran
male, quasi con quella speranza ed esito stesso, che degli elixir negli estremi morbi si suole. Le
utilità vere di questa spezie di moneta, come le numera il Broggia, sono: I. Che la moneta d’argento
piccola si consuma assai; e s’ella è tutta di buon argento, il danno è più grave che s’è di bassa lega.II, Che si dà uso a quegli argenti che pervenissero nella zecca di più basso carato delle monete
grosse che vi si zeccano: il quale argento, se si dovesse raffinare, richiede più spesa che a fonderlo
con maggior lega ed abbassarlo. III. Che facilita il minuto commercio. Sono queste utilità tutte
giudiziose e vere; ma sono piccole assai in confronto d’un tutto, qual è uno stato. E quanto al
consumo, io dimostrerò al seguente libro che questo risparmio, se nel nostro Regno si fosse fatto,
non monterebbe a più di 20.000 ducati in 50 anni, o sia a 400 ducati l’anno; economia per un regno
intero così meschina e misera, che fa mancare il fiato. Questa verità è dimostrata da un calcolo tutto
tirato da’ princìpi certi e conosciuti: tanta differenza v’è tra l’affirmare all’ingrosso, e l’esaminare su i
numeri le cose.
L’altra utilità è anche meno sensibile di questa. Appena essa monta in una coniata d’un milione di
ducati a 2.500 ducati: perché non cade che sugli argenti di più bassa lega, e non importa altro che il
risparmio dell’affinamento. Nella nostra zecca si valuta la spesa a 32 grana per libbra d’argento, e la
libbra ne vale quasi 1.600; questo risparmio non giunge a quattro grana a libbra: dunque in un
milione di ducati (ch’io suppongo che tutto s’abbia da raffinare) v’è la spesa di 20.000 ducati, e su
questi 2.500 di guadagno. Quest0 conto ha tutte le agevolezze possibili. Ora avvertasi che in un
regno, quanto è il nostro, non vi deve essere più d’un milione di ducati di moneta di billon; e il
coniarne tanta succede almeno in un secolo: aggiungasi che il coniare il billon costa quasi il doppio
dell’argento; il rame che quasi vi si perde dentro, e ognuno vedrà che o vi è perdita, o non v’è
guadagno affatto.
Che se si loda la maggior facilità del commercio, questa cura conveniva più a’ secoli passati, che al
nostro. S’introdusse la moneta bassa per lo scemamento dell’argento nell’Imperio romano, come da
Nicolò Oresmio vescovo di Lexovio è detto: ((et quoniam aliquoties in aliqua regione non satis
competenter habetur de argento, imo portiuncula argenti, quae iuste dari debet pro libra panis,
esset minus bene palpabilis propter nimiam parvitatem, ideo facta fuit mixtio de minus bona materia
cum argento; et inde habuit ortum nigra moneta, quae est congrua pro minutis mercaturis)). Questa
moneta è la stessa che la moneta nigellrum, di cui si trova frequente menzione nelle carte di que’
secoli. Nel nostro secolo adunque abbondante tanto d’oro e d’argento, che si cominciano a
dismettere le più basse monete di rame, come noi abbiamo fatto del cavallo e de’ duecavalli, è più
tosto da dismettersi la moneta di cui ragioniamo, che da desiderarsi e promuoversi ove ella non è. Il
non aver noi moneta mezza fra la pubblica e il carlino, è noto che non ci arreca incommodo
nessuno; e quando ce lo dasse, sarebbe meglio medicarlo con monete di buon argento framezze
tra il carlino e i due carlini, come facciamo noi colle 12 grana, e 13, e i loro doppi, che con moneta di
lega. E che questa, non ostante i suoi piccoli comodi, non s’abbia da introdurre ove non è, lo
convince questa grande e potentissima ragione, che ogni nuovo, quando non è utilissimo, perché
egli è nuovo, è cattivo.
Che se la bassa moneta avesse la virtù di restare in un paese, e non fuggire, come molti se ne
persuadono, sarebbe molto bella cosa, e non altro che questa dovrebbe coniarsi. Ma questo uscire
delle monete e scappare, e per contrario venire e correre sono frenesie. Le monete non fuggono, né
la loro rotondità e leggerezza le lascia portar dal vento. Io m’offro garante a tutti, che purché non si
tocchino, se se ne vanno, sarà in danno mio. Sono gli uomini che ne portano le monete, e questi lo
fanno o per necessità, o per utilità. Se è per necessità, quando non possono mandar la moneta a
sanare le sventure e i bisogni, vanno essi via: e sebbene l’uomo con moneta vaglia più di chi n’è
senza, la moneta senz’uomo non val nulla affatto. Dunque alle necessità s’ha da soccorrere con
fare uscir la moneta, non col ritenerla: perché o l’uomo caccia essa, o essa l’uomo.
Alla utilità, per cui esce anche la moneta, s’ha da aver questo principio per fermo, che la moneta
cattiva scaccia la buona. Cattiva è quella ch’è mal valutata sulla proporzion de’ metalli, ed ha meno
metallo che prezzo estrinseco della legge. Perciò non è vero che il billon mal valutato abbia virtù di
restare; esso ha la virtù di mandar via l’argento e l’oro; e se ciò sia desiderabile è manifesto. Il
peggio è che all’ultimo comincia ad andarsene anch’esso, avendo cagionata mendicità nello stato.
Che se è ben valutato, allora mai non usciranno le monete per difetto intrinseco che sia in loro; ma
la piaga sarà in altra parte; e là, non sulle monete, conviene applicar le medicine. E che la
sproporzione di valuta sia il solo difetto, per cui escono le monete da uno stato, sarà dimostrato nel
libro che siegue.Libro III
Del Valore Della Moneta
Sono in questo terzo libro contenute materie gravi, e di tale e tanta importanza, che il più degli
scrittori su queste sole hanno disputato, quasi in esse l’intiera cognizione della moneta si
comprendesse: nel che se da una parte sono degni di discolpa, dall’altra certamente nol sono.
Sembrano meritare scusa, consideraudo che gli avvenimenti più calamitosi e le operazioni più
strepitose degli stati tutte si possono dire originate dalla mutazion del valore della moneta; ma per
l’altra parte le materie che nel primo e secondo libro ho discorse, e quelle che nel quarto si
tratteranno, sono state tanto ignorate e lasciate in abbandono, che non è in alcun modo da
perdonarsi. E pure tutto si concederebbe, se almeno questo, che al valore s’appartiene, quanto è
celebrato, tanto fosse trattato accuratamente. Ma anzi qui è maggior confusione, disordine ed
errore. Del che altra non può essere la cagione, se non che gli uomini, quando hanno a ragionare in
quello ove l’interesse ed il guadagno ha parte, si lasciano trasportar sempre o da soverchio timore,
o da disordinata avidità; e siccome i decreti delle potestà sono quasi sempre o da’ consigli de’
privati, o dalle grida della moltitudine mossi o sospesi, rare volte avviene che alla generale utilità si
possa aver mira e ragione. Né è picciola lode per noi, che mentre tanti creduti più savi sbagliano, e
pagano degli sbagli le pene, al nostro governo da moltissimo tempo non si possa rimproverare
statuto alcuno sulle monete che abbia recato grave danno con sé.
Ma per apportare ordine e lume in tanta oscurità, è bene spiegare che sia questa proporzione tra le
monete: e prima giova premettere che il valore intrinseco delle monete è diverso un poco da quello
del metallo, dovendosi apporre la fattura,1 e talor anche il dritto di signoria; e questo ascende fra noi
a un di presso al terzo del valor del rame, il 50mo dell’argento, il 400mo dell’oro; ma siccome questa
è una spesa fissa ed invariabile, il variar della valuta della moneta intieramente dipende dal variar
del metallo, e con esso è congiunto. Quindi è che tacendosi la fattura, quando si parla del valor
della moneta intrinseco, s’intende sempre del metallo; a dimostrar l’origine del quale l’intiero libro I è
stato consumato. Ciò spiegato, entriamo a parlar della natura di questo valore.
Capo Primo
Della proporzione tra il valore de’ tre metalli usati per moneta
Di tanti e tanti errori onde è circondata la nostra mente, e in mezzo a’ quali perpetuamente s’aggira,
non ne resterebbero se non pochissimi, quando fosse possibile, come è facile a dire, il toglier quelli
che provengono dalle voci relative prese in senso assoluto. Se ciò si potesse, questo terzo libro
sarebbesi tralasciato, perché tutto quello che sul valore della moneta hanno scritto i dotti e stabilito i
principi, per lo più è stato fatto senza avvedersi che valore è voce esprimente relazione: quel che
appresso si cercherà dell’alzamento, se sia utile o no, non sarebbe sì disordinatamente trattato, se
si avesse avuto in memoria che l’utile è relativo.
Sicché basta ch’io dica il valore esser relativo, ed esprimere l’ugualità del bisogno d’una cosa a
quello d’ un altra, e già s’intende non essere stabilito e fisso il valore della moneta dalle leggi o dalle
costumanze, né esser questo alle umane forze possibile: perché a fissare una ragione bisogna
tener fermi ambidue i termini; e quindi a voler fissare il prezzo della moneta, converrebbe darlo
stabilmente al grano, al vino, all’olio, e a tutto in fine. Cosa impossibile. Come dunque, chiederà
taluno, si dice fisso il valor della moneta? Ciò è detto abusivamente; perché delle infinite, con cui si
paragona la moneta, con un’altra mercanzia sola sta fissa la proporzione. Quest’altra è la stessa
moneta. Io ho detto che di più metalli sono le monete: or fra un metallo e l’altro, acciocché simisurino bene insieme, ha la legge posta la proporzione del prezzo. Oltracciò fra le monete dello
stesso metallo si stabiliscono i prezzi secondo la proporzione della materia ch’ esse contengono; e
questa è più tosto una manifestazione del conio, che una legge di proporzione. Da questo abuso di
parlare n’è venuto l’altro, che quando la moneta cambia proporzione col grano, p. e., non si dice che
la moneta sia incarita, o avvilita, come la verità vorria che si dicesse; ma si dice del grano: solo se il
rame si varia coll’argento, si dice alterarsi la moneta.
Or questa proporzione stabilita dall’ autorità della legge, senza potersi secondo i movimenti naturali
mutare, è stata in ogni tempo, ed è, la fonte de’ gravi mali che può avere nell’intrinseco suo la
moneta: anzi tutti gli altri, quale è la falsificazione e il tosamento, traggono la loro malignità da
questo, che mutano la naturale proporzione, ma non quella che dalla legge è data. E ‘l male che si
genera da una proporzione non naturale del valore è questo. Essendo il valore la proporzione tra il
possedere una cosa, o un’altra; quando esso si sta ne’ termini naturali, solo quella gente a cui vien
bisogno dell’una delle due, si dispone a cambiarla coll’altra; il resto degli uomini no: ma
cambiandolo, forza è che una delle due cose acquisti minor valore del giusto, l’altra più. Dunque
sarà vantaggioso anche a chi non gli bisogna, dar l’una e prender l’altra. Ecco nata una via di
guadagnare non dalla natura, ma dalla legge: ecco nato un commercio, che tutti senza fatica, senza
talenti, fanno e possono fare. Dunque quella cosa che è valutata meno del natural valore,
scarseggerà, sovrabbondando l’altra che se l’è sostituita; né potrà, stante la forza della legge,
incarire e così equilibrarsi. Or posto che tal cosa sia utile, noi resteremo privi d’una cosa utile alla
vita, e in questa vita, essendo la felicità da’ comodi originata, questo è il male maggiore.
È generale questo effetto a tutte le cose alle quali si fisserà il valore: ma a volerlo applicare al
denaro, si stabilisca che la proporzione naturale tra l’oro e l’argento oggi è, che chi possiede una
libbra d’oro è ugualmente ben provveduto di colui che ne ha 15 in circa d’argento. Venga ora
l’autorità pubblica, e faccia 13 libhre d’argento eguali ad una d’oro. Torna subito conto il pagare in
argento, mentre non più 15 libbre, ma solo 13 se ne hanno a dare per soddisfare il debito d’una
d’oro. Torna in vantaggio ritenersi l’oro, e mandandolo là ove ancora si siegue a valutarlo per 15
libbre d’argento, un uomo che avea 30 libbre d’argento di rendite, e quindici di debito, fatta questa
mutazione ne avrà 17 d’entrata e 13 di debito: dunque l’oro ha da sparire, e l’argento multiplicarsi.
Se questo stabilimento dura, tutto l’oro anderà via: se, conoscendosi la perdita d’una classe di
moneta tanto necessaria, si abolisce la legge, si proverà il danno dell’ effetto seguito. Perocché
poniamo che, mentre la disproporzione era in vigore, 100.000 once d’oro siensi estratte e cambiate
in argento; saranno dunque entrate 1.300.000 once d’argento. Se si volesse ripigliar l’oro, avrà
questo stato altre 100.000 once d’oro? No: perché si dee ripigliare da’ paesi ove le leggi di chi l’ha
perduto non giungono, e là l’oncia ne vale 15 d’argento; sicché saranno rendute sole 86.666; tutto il
restante, che non è poco, lo stato lo ha per sempre perduto ed è andato in mano della gente più
accorta. Se questi sono stati stranieri ben si vede qual pazzo dono e quanto considerabile s’è fatto
loro: se sono cittadini, solo uno sciocco politico può dire che non vi sia stato danno. Perocché è
legge di natura che le ricchezze abbiano ad essere ricompensa solo di chi arreca utile o piacere
altrui; e dovunque si permette che uno spenda, perda qualche suo guadagno senza trarne alcun
piacere, là non può essere ordine alcuno di governo e di felicità. I dazi, i tributi, le mercedi de’
magistrati allora sono giuste, quando sono ordinate ad accrescere la nostra quiete, dando il
sostentamento a quelle persone più savie e virtuose, che sappiano mantenere la pace e la regolata
libertà. La tirannia non è altro che quel cattivo ordine, in cui acquista ricchezze colui che ad altri o
non è utile, o è pernicioso. È adunque tirannia il fare che le ricchezze di chi si trovava per caso
pieno di moneta d’oro passino a chi avea moneta d’argento, senza ragione veruna. E chi volesse
dire che lo stato intiero non vi perde quando sono amendue cittadini, si ricordi che di tutte le cose
che distruggono un paese, niuna lo fa più presto della tirannia.
Ora avendo manifestato quanto male sia nel dare a’ metalli una falsa proporzione di valuta, non mi
pare fuor di proposito, poiché la materia mi vi tira, discorrere le ragioni per cui niun popolo o regno è
stato finora, che non abbia voluta stabilire questa proporzione. E prima cercherò s’egli è stato
necessario; e quando avrò dimostrato che no, cercherò perché si sia fatto sempre.
A dimostrare che sia inutile lo stabilire per legge tal proporzione nella moneta, non meno che il
prezzo degl’interessi, e de’ cambi, Gio. Locke ne’ suoi trattati usa questo argomento. Che quando lanatura delle cose la stabilisce, non vi si ha a framettere la legge; perché o ella non si discosta dalla
natura, ed è inutile, o se ne discosta, ed è ingiusta: e tutto quel ch’è ingiusto è sempre dannoso ad
ognuno. Ma un tale argomento concepito in termini generali non è buono: perocché, come
qualunque uomo ben conosce, essendo la legge giusta una confirmazione della natura, ne
seguirebbe che non si avessero a porre leggi, non potendosi evitare che non fussero o inutili o
cattive: sicché si ha da restringere questo a que’ soli casi in cui non può temersi violazione della
natura; come sono i prezzi de’ contratti. La compra e la vendita anche nello stato civile sono in una
piena e naturale libertà, come ogni altra cosa che dipenda dal consentimento di due: né può la
legge prescriverci quel che ci abbia da piacere, o bisognare, né muoverci appetito d’acquistare, o
svogliatezza di possedere; e perciò quel consenso, ch’è padre de’ prezzi, essendo creato dalla
natura non l’ha da turbare la legge. Sono necessarie le leggi in questi contratti solo per rendere vero
il consenso, allontanando le frodi e gl’inganni, i quali falsando le idee rendono falsa la stima ed il
consenso.
E se noi considereremo i nostri costumi, troveremo che sopra tre capi ne’ contratti di compra e
vendita abbiamo fatte leggi; sulla bontà, sulle misure, e sul prezzo delle mercanzie: con questa
diversità, che su’ due primi le leggi sono universali ad ogni genere vendibile, l’esperimentiamo utili,
e non ce ne siamo mai trovati male: delle leggi sul prezzo non così. Tanto è vero quel ch’io ho di
sopra detto. E se più particolarmente esamineremo quali statuti abbiam fatto intorno ai prezzi,
troveremo quali sieno i buoni, e quali no. Moltissimi generi ancbe de’ più necessari non hanno fra
noi regolamento di prezzo, come sono i frutti freschi e secchi, l’erbe, le pelli e le suola, i carboni, le
legna, le tele, l’uova, ed infiniti altri: né da questa mancanza nasce vacillamento di prezzi, o
monipolio, o aggravio; anzi sebbene essi sieno talora generi non patrii, e soggetti a grandi
vicissitudini, si osserva che mentre i paesi convicini con infinite regole ne penuriano, noi senza tante
regole ne abbiamo competente provvis.ione. Alcune altre merci poi, forse perché si credono più utili,
hanno un prezzo fisso, che con voce normanna è detto assisa. Le utilità di questa sono: I.
D’appagare le stolide menti della vilissima plebe, che con l’assisa per lo più nuoce a sé medesima,
come quella che è la venditrice delle basse merci che sono sottoposte all’assisa. II. Di dar
sostentamento a molti inferiori ufiziali, i quali lasciando violare quest’assisa fanno sì che i generi
prendono un prezzo un poco più alto, ma tanto costante e giusto, che niuno è che per aver roba
buona non si contenti tacenào sottoporvisi. Onde si vede che quest’assisa non è di giovamento
alcuno alla società, tolti certi generi vilissimi, consegrati al vitto della gente più meschina, che
meritano esser tenuti a basso prezzo. E certamente quando i compratori sono più ricchi de’
venditori, la legge ha da favorire il venditore, e non il compratore; perché sempre il prezzo è più
svantaggioso per chi ha maggior desiderio di vendere essendo più bisognoso. E se alcuno
richiederà perché i nostri nobili (in mano de’ quali è l’amministrazione di questa parte di governo)
abbiano tanta cura di far osservare l’assisa, poiché essa è tanto molesta, e costringe anche
l’onorate persone a contravvenirle; io risponderò che le opinioni antiche, e le grida della plebe,
anche negli animi ben formati, hanno forza superiore a tutto; e tanto più che è la classe de’
compratori che impone le assise, e non quella de’ venditori.
Una terza spezie di prezzo abbiamo ancora, che diciamo voce, che è prezzo fisso, ma non forzoso.
Usasi questa e nel grano, e nel vino, e negli olii e nel cacio, ed in quasi tutti i generi di prima
necessità. Non si può con parole esprimere l’utilità e le comodità della voce. Essa serve di norma a
que’ contratti ne’ quali spontaneamente due hanno convenuto di stare al prezzo della voce: e così è
mista la libertà di contrarre alla necessità d’una regola fissa, e la forza la fa la libera convenzione,
non la legge della voce. A questa istituzione noi dobbiamo tutto il giro del nostro commercio, il quale
dovendosi fare quasi senza moneta, perché di questa il Regno non è abbondante, senza la voce
non si potrebbe raggirare. E poiché ella è cosa notissima, non mi dilungherò in celebrarla: solo
voglio raccomandare a chi presiede la conservazione di così bella ed utile costumanza, la quale si
conserva e si sostiene unicamente per la fede che ha il popolo nella giustizia della voce, e nella
integrità ed intelligenza di coloro che la danno. E se questa collo sbaglio di pochi anni consecutivi
(essendo la fede pubblica più delicata di qualunque fumo a fuggire) si perdesse, noi saremmo
intieramente rovinati.
Ora volendo applicare alla moneta questa varietà di stabilimenti, e conoscere quale sarebbe per
esserle più accomodato, io credo che il lasciar la proporzione fra i metalli affatto non definita, non
sarebbe cosa utile; imperocché essa si richiede: I. Per la facile valu. tazione delle monete, de’cambi, de’ pagamenti, e d’ogni contratto che si faccia col denaro. II. Perché non può dar fuori la
zecca moneta nuova senza darle prezzo; e questo non può averlo regolato la moltitudine sopra
monete ch’ella non ha neppur viste. III. È necessaria una dichiarazione legale per que’ contratti in
cui non fosse spiegata e convenuta. IV. A’ giovani, alle vedove, a’ pupilli, per non esser preda degli
accorti, potria servire almeno di lume e di regola. Queste ragioni sebbene non dimostrino la
necessità, mostrano la utilità; né l’esempio de’ Cinesi e di altre nazioni, che sono ripiene ancora
d’ordini di governo imperfetti ed incommodi, distrugge ciò ch’io dico.
Ma per contr.ario, a voler dare una proporzione fissa e forzosa, è da temer molto che se questa si
sbaglia non rovini lo stato. La sproporzione è l’unico male grande, e d’effetto subitaneo che ha la
moneta. Il ritrattarsi e l’emendarsi da quel che hanno le supreme potestà stabilito, è cosa rara e
lenta, e o non si fa, o giunge inopportuna. Dunque il miglior ordine è il terzo, quanto è a dire il dare
una proporzione fissa, ma non forzosa, quasi in quel modo istesso che è la voce, o per pigliare un
esempio più somigliante, che è il frutto degl’interessi, il quale è stabilito in sul 4 per 100, ma non si
vieta ch’esso si faccia per convenzione o maggiore o minore.
Questo dar prezzo di voce (siami lecito usar questa espressione) alle monete tutte, anche proprie,
evita tutti i pericoli. La voce non sarebbe altro che quel prezzo con cui imprima esce la moneta dalla
zecca; dopo la quale uscita non si avrebbe a costringere alcuno a stare a quell’istesso prezzo, ma si
dovrebbe trattar come mercanzia: e quando egli avvenisse che il consenso comune si difformasse
dal prezzo della zecca, dovrebbe questo uniformarsi a quello della moltitudine, la quale quando è
lasciata in libertà siegue sempre il vero; e si sarebbe a tempo di farlo, giacché la moneta non
sarebbe uscita punto dallo stato.
Né è da temere che il popolo mettesse ingiusto il prezzo; mentre dovunque non può essere
monipolio, vi sarà sempre giustizia ed egualità. E poiché la sola zecca è quella che dà fuori tutta la
moneta, e si può in certo modo dire la sola venditrice della medesima; se essa non dà un non giusto
prezzo, il popolo non lo potrà dare giammai: e perciò se sarà lasciato in libertà d’ognuno il variarlo,
se esso era il vero, si conserverà, se non era, si muterà nel vero: e quantunque si debba credere
che le zerche de’ principi giusti regolate da gente virtuosa non sieno per dar mai un falso prezzo alla
moneta, pure egli è da aversi per certo che i pochi, qualunque studio v’adoprino, possono sempre
cadere in errore, se non si lasciano condurre da’ molti.
Né finalmente è degno d’uomini savi il riporre una falsa idea di vergogna nel lasciarsi regolare in
opera così grande dal popolo. È cosa più grande assai il prezzo del grano, del vino, dell’olio, più
grande quello delle terre, delle case, degli affitti, degl’interessi e de’ cambi, e pure niuna legge ne è
regola, fuorché il consenso solo della gente. E veramente come può esser vergogna il lasciar piena
libertà a coloro, il servire a’ quali è il fonte degli onori? I magistrati sono ministri destinati alla felicità
della moltitudine ed alla conservazione della di lei libertà: ed il principe istesso a questo impiego da
Dio è consegrato.
Volendo ora alcuno sapere perché tutti i popoli contro questo, ch’io dico, hanno usato porre con
legge tale proporzione, io ritrovo due esserne state le cagioni. L’una, e la più forte è che gli uomini
credono sempre far bene col fare, e che non facendo s’abbia a star male; né si troverà magistrato
che voglia pregiarsi di non aver fatto. E pure il non fare non solo è cosa ripiena molte volte di pregio
e d’utilità; ma ella è in oltre difficile molto, e faticosa assai più che non pare ad eseguire. E se noi
riguarderemo che tutte le buone leggi che si possono sopra qualche materia fare, si possono in un
solo colpo dare, ed in un foglio raccogliere, conosceremo che quando è fatto tutto il buono, e pure si
vuole (non contentandosi di fare eseguire il già fatto) seguitare ad ordinare, è inevitabile guastare il
buono e cominciare il cattivo: ed ancorché non si facesse male, il voler troppo minutamente
ordinare le cose è in sé grandissimo difetto: e n’è d’esempio la Republica fiorentina, la quale (come
è la natura degli animi de’ suoi cittadini) volendosi sempre nelle minuzie piccolissime perfezionare,
non fu mai nelle grandi ordinata.
A questa ragione si hanno da attribuire in grandissima parte i danni sulle monete della Francia e diRoma, mentre queste corti più d’ogni altra sono ripiene di magistrati e di tribunali: il che l’una dee
alla venalità delle sue cariche, l’altra alla necessità che ha di dar impiego a tanti che vengono a
servirla. Ed è per contrario degna di lode e d’invidia la mia patria in questo, che non è il suo
commercio tormentato da compagnie, monipòli, ius proibendi, ordini, e statuti, che altrove si dicono
police, e noi chiameremmo aggravi; né su d’ogni piccola cura del governo si edifica una
magistratura. E noi soli con esempio raro e glorioso abbiamo lasciata la proporzione tra le monete
d’argento e quelle d’oro (che è la più importante) libera in grandissima parte col più delle monete
straniere.
L’altra ragione per cui è fisso il prezzo relativo de’ metalli, è perché gli uomini non danno medicina ai
mali del corpo proprio, e tanto meno a que’ dello stato, se non arrecano acerba puntura. Gran
dolore non può darlo la varietà della proporzione, perché essa per secoli intieri non si muove
sensibilmente, come colla sua storia io dimostrerò.
Un grandissimo numero di critici è persuaso aver da un passo d’Omero risaputa la proporzione
antichissima tra l’oro e il rame. Nell’Iliade VI, narrandosi il combattimento tra Diomede e Glauco,
che vien seguito da lunghi discorsi, e permutazione delle armi in segno d’amicizia, dice Omero così:
Tum vero Glauco Saturnius mentem ademit Iuppiter, Parqui cum Tydide Diomede arma permutavit,
Paraurea aereis, centum bobus aestimabillia cum iis, Parquae novem aestimabantur
onde deducono che l’oro era al rame come 100 a 9: della qual conseguenza non s’è tirata ancora al
mondo la più falsa e la più assurda. Se così fosse stato, dell’oro per la eccessiva abbondanza si
sariano fatte le mura e lastricate le strade. Oggi, che abbiamo tanto oro, e che di rame non abbiamo
minore o maggior quantità d’allora, la proporzione è in circa come 1.100 a 1, ed allora sarebbe stata
come 11 ad 1, quanto a dire cento volte maggior quantità d’oro avrebbero avuta i Troiani. Ridasi
adunque di questa scoperta, e piangasi nel tempo istesso che sieno caduti gli scrittori più venerabili
in mano agli umanisti, che mentre ne hanno emendate le voci, ne hanno mal intesi i sentimenti. Se
non fosse alieno dal mio proposito, io dimostrerei ora che le armature erano ambedue di rame puro’
e che non per altro si dicono l’una di rame, l’altra d’oro, che per esprimere la somma differenza di
bontà e di eccellenza che mettevale fuori d’ogni proporzione: e questa frase di dire ogni cosa nel
suo genere eccellente d’oro, è in tutte le lingue frequente ed usitata.
Poiché dunque in Omero non rimane vestigio dell’antica proporzione, il primo che ne dica è
Erodoto. Egli narrando le rendite del re Dario dice imprima che i tributi d’argento si pagavano in
talenti babilonici, que’ d’oro in euboici; dice poi che gl’Indi, nazione numerosissima, pagavano di
tributo 360 talenti d’oro raccolto ne’ fiumi, o sia di polvere d’oro: in fine per sapere tutte le rendite di
Dario a quanti talenti euboici ascendessero, dice: “Aurum vero si terdecies multiplicatum
computetur ad argentum, ramentum reperitur ad rationem Euboicam esse quatuor millia talentorum
sexcentaque, et octoginta.” È dunque chiaro che la proporzioue era di 1 a 13.
Pare che questa poi fosse alquanto mutata in Grecia a’ tempi di Socrate, per quello che da Platone
si ha nel dialogo Dell’avidità del guadagno. Ivi ragionando Socrate con Ipparco, gli domanda, se un
negoziante che dà una mezza libbra d’oro, e ne guadagna una intera d’argento, acquisti o perda? gli
risponde Ipparco: “Detrimentum equidem, o Socrates; nam pro duodecuplo duplum tantummodo
recepit.”
I Romani nel primo coniar l’oro fissarono la proporzione di 1 a 15, dicendoci Plinio ((Aureus
nummus post annum LXII percussus est, quam argenteus, ita ut scrupulum valeret sestertiis
vicenis )). Or 20 sesterzi sono eguali a 5 denari, ed è ognuno di questi eguale alla dramma attica, la
quale si compone di tre scropoli. Ma di tale proporzione né essi potettero esser certi, né noi ce ne
possiamo fidare. In tempi rozzi e oscuri ove l’armi sole aveano pregio, e le rapine distribuivano le
ricchezze; non commercio, non arti, non industrie, non la perizia del governo, non la vicinanza delle
nazioni dava regola alcuna, chi sa con quanta accuratezza fosse stato dato prezzo alla monetad’oro nuova, e mai più non veduta? Da questa proporzione in fatti si variò, e ne’ tempi
degl’imperatori fu di 1 a 12 1/2 costantemente, avendo l’aureo pesato 2 denari, e valutine 25. Ma
forse che ciò derivò in parte dall’essere fatte le monete di argento non molto scarse di lega, e quelle
d’oro per contrario purissime. Nel basso Imperio la proporzione alzò, perché l’India, e i barbari
asciugarono l’oro di molto. In una legge d’Arcadio e d’Onorio si ha che una libbra d’argento
corrispondeva a 5 solidi d’oro. In un’altra degli stessi imperatori ogni solido si valuta 20 libbre di
rame. In una terza, falsamente attribuita ad Alessandro Severo, poiché ella è di Valentiniano e
Valente nel Codice Teodosiano, il solido d’oro si riconosce essere la 72ma parte della libbra, o sia
la sesta d’un’oncia. Da queste tre leggi comparate insieme si trova essere stata la ragione dell’oro
all’argento di 1 a 14 e 2/ 5: quella dell’oro al rame di 1 a 1.450, dell’argento al rame di 1 a 100.
Ne’ secoli barbari divenne assai più raro l’argento, e perciò la proporzione cambiò, discendendo
quasi al 10 per 100; ma in questo stato restò pochissimo tempo; poiché nel 1356 Giovanni di
Cabrospino, nunzio in Polonia, presentò alla Camera romana un foglio, delle monete correnti al suo
tempo, nel quale si legge ((Libra auri 96 florenis: libra argenti puri, sive marcha, 8 florenis)): era
dunque la proporzione come 1 a 12. In questo termine si mantenne sino alla scoperta dell’Indie con
piccolo vacillamento, e un secolo e più dopo tale scoperta non era ancora di molto cambiata. Poi da
un secolo in qua è andata crescendo tanto, ch’ella s’accosta oggi di molto a quella di 1 a 15, la
maggiore di quante ne abbia accuratamente avute. Ho voluto distendermi sopra ciò per dimostrare
quanto sia falso ciò che è da moltissimi creduto, che lo scoprimento dell’Indie abbia mutata questa
proporzione, prima determinata ad essere di 1 a 10: e si può vedere che fin da antichissimi secoli
ella è stata alle volte quasi eguale alla presente.
Una tanta costanza ha fatto che difficilmente siasi errato in definirla con legge, e ne’ tempi antichi lo
sbagliarla non importava di molto; perché essendo i popoli convicini barbari, rozzi, e privi d’ogni
commercio, non poteano assorbir la buona moneta e render la cattiva: e perciò quell’autorità che i
Romani ebbero sulle monete, non la può oggi usare alcun principe, senza suo danno. Questo ha
fatto che io consigliassi tanta oculatezza nel porre la proporzion tra le monete di vario metallo;
perché quelle d’uno metallo basta farle di simile bontà, ed apprezzarle secondo il peso. Entrerò ora
a dire della mutazione di proporzione in vari modi fatta; poi dirò dell’alzamento, il quale altro non è
che un mutare l’idea antica di qualche suono di voce, facendo, per esempio, che si chiami ducato
non più un’oncia, un trappeso, e 15 acini d’argento, ma 492 1/2 acini d’argento: e siccome si mutano
nel tempo stesso anche le idee de’ nomi delle monete d’oro, così non s’induce tra loro sproporzione,
ma solo col rame e colle monete immaginarie usate al conto, che è quanto dire co’ prezzi delle
merci. La grandezza e la varietà degli argomenti non mi lasceranno esser breve, quantunque io sia
per essere il più che potrò stretto nel dire e conciso.
Capo Secondo
Della non giusta proporzione di valuta tra le monete d’un metallo e quelle d’un altro, e tra le monete
d’uno stesso
Tutte le mutazioni che può ricevere in qualunque modo la valuta delle monete, sono o d’una parte di
essa riguardo all’altra, o di tutta la moneta riguardo al suo antico stato ed a quello de’ governi
convicini. Le mutazioni d’una parte di moneta sono o di tutto un metallo rispetto all’altro, o tra due
spezie d’uno stesso metallo. Fannosi queste mutazioni in sei modi: o per la natura delle cose,
quando avviene escavazione di nuove miniere, mutazione di costumi o di lusso; o per naturale
struggimento; o colla liga; o con diminuire il peso; o con tosarle; o finalmente coll’autorità d’una
legge. Io lascerò qui di ragionare della mutazione dell’intera moneta, la quale io chiamo per
distinzione alzamento, dovendone dire nel seguente capo; e mi restringerò a dire del mutarsi d’una
parte. E perché questa contiene in sé il mutarsi la proporziong, sotto questo nome sarà sempre da
me dinotata; ed anderò nel ritessere quest’ orditura disputando come essa avvenga, quale utilità,
quale danno abbia in sé, e come, quando è avvenuta, si possa medicare.
Dico adunque che la mutazione che per natura accade, non può essere che tra un metallo e l’altro;né può seguire se non dove è fissa una proporzione dalle leggi: ed essendo un’istessa cosa la
mutazione che la natura opera contro alla legge, che quella della legge contro la natura, appresso
insieme di ambedue tratterò. Qui solo voglio dire essere questa mutazione lentissima e quasi
insensibile, essendosi per esperienza conosciuto come essa è restata più di mille anni in sul
medesimo stato, con piccolissimo variamento.
A questo che della natura dico, convien congiungere lo struggimento, il quale per essere naturale al
metallo è superiore ad ogni umano rimedio; e sebbene sia vero ch’egli siegua con lenti passi, e non
produca spavento ne’ popoli (come quelli che guardano più all’ingrosso ove non hanno sospetto di
frode), pure quando cresce assai, è necessario si medichi e si corregga. A questo fine appunto molti
scrittori propongono le monete d’argento e rame, e molti governi sono che per questo le usano e le
prezzano: e poiché io ho di sopra disprezzata questa medicina, voglio qui renderne la ragione.
In primo luogo è da avvertire che le monete d’uno stato sono tutte disegualmente consumate non
solo per la varia antichità loro, ma per la varia grandezza; e sempre le più piccole si consumano più
per due cause: I. Perché si usano e maneggiano più, mentre la moneta piccola esprime i prezzi
piccoli e i grandi; la grossa esprime i grandi, ma non i piccoli; II. Perché le monete vagliono secondo
quel che pesano, consumansi secondo quella superficie che hanno. Io ho scoverto essere il grado
del consumo per riguardo alla solidità tra’ corpi simili (come sono quasi le monete) in ragion
reciproca de’ lati omologi: dunque una moneta che abbia doppio diametro d’un’altra, perderà col
consumo in tempi uguali la metà meno di metallo relativamente, che non ne perde la minore. Da ciò
è nato che le sole monete piccole, ove il male è maggiore, si sono fatte di billon, con persuasione
che questa fosse grandissima utilità. Ma a volere col computo, vero padre della verità, conoscere
esattamente quanto sia questo utile, io considero in 1 che le monete nostre più piccole, quali sono il
carlino, le 12 e le 13 grana, sonosi consumate dal 1686 e dal 1688 in qua, l’une d’un 7 in 8 per 100,
le altre d’un 5 in 6. Onde è che chi dicesse che tutte in cinquanta anni si sieno strutte d’un 5 per
100, dice più, non meno del vero. Il nostro Regno è più d’ogni altro restato per la varietà de’ principi,
che hanno coniato, ripieno di queste monete piccole d’argento; e pure non credo che più di due
milioni di ducati ei n’abbia al presente: dunque in queste si sono perduti centomila ducati. Poniamo
che queste tre monete si fossero fatte di billon, e che così si fosse salvata dal consumo la metà del
buono argento (il che è di sopra al vero, come mostra la sperienza); sono dunque 50.000 ducati
risparmiati. Si tolga da ciò quel che importa la spesa assai maggiore della zecca di questa moneta
di tanta lega, e per la lega, e per la grossezza loro, e per lo rame che vi si perde dentro, e che
s’espone al consumo, e voi troverete che il Regno non guadagna altro che un 400 ducati l’anno
sopra due milioni di moneta: guadagno ridicolo e miserabile, e che con togliere 400 ducati
d’imposizione, è subito eguagliato. Che se a questo aggiungete il disprezzo che s’induce negli animi
popolari contro una moneta che pare falsa ed adulterina, il biasimo che ne viene al governo, la
facilità del tosamento, ed altro; troverete che non solo non è utile, ma perniciosa introduzione il
billon ne’ paesi in cui da antico tempo non sia usato: e vedrete essere la storia nostra confirmatrice
di questo, mentre ne’ princìpi del passato secolo i mezzi carlini e le cinquine d’argento e rame ci
arrecarono tanto nocumento e male, che non si medicò se non con l’estinzione di queste, che si
dicevano zannette.
Allo struggimento adunque convien dar riparo con fare le monete il meno che si può schiacciate, e
dar loro la maggiore doppiezza che non noccia al maneggiarsi, imitando in questo la sapienza de’
Greci e de’ Romani; con proibire che le monete si trasportino per terra sopra carrette; con non farle
numerare, come talora ne’ nostri Banchi si usa, ma pesare; e con altre somiglianti avvertenze.
Quando poi sono usate troppo, bisogna insensibilmente ritirarle e fonderle, aggiungervi il dippiù, e
restaurarle. Questo dippiù conviene si tragga da qualche dazio, e si riguardi come una delle spese
necessarie pubbliche simile alla rifazione de’ ponti e delle strade: né come ne’ tempi barbari si è
fatto, diminuirle di peso. Se poi sou tutte assai consumate e guaste, non s’hanno mai da rifare a
poco a poco, perché s’induce disparità di monete, ma tutta insieme s’ha da coniare una quantità di
moneta grandissima, con argenti fatti prender da tutt’altra parte che dalle vecchie monete; e questa
s’ha in uu colpo solo a cambiare colla vecchia, la quale si dee disfare e struggere; come fu qui dal
conte di S. Stefano con lodevolissima condotta non è gran tempo eseguito.
Venendo ora a discorrere delle altre quattro sorti di mutazioni; dico come queste o le fanno i popoli,o i principi. I popoli, o sono cittadini, o stranieri, e o lo fanno col falsare, o col tosare. I principi o
sono propri, o nol sono, e o lo fanno con legge, o senza; facendolo tacitamente, e quasi con fraude.
E volendo dir prima de’ popoli.
È conforme all’ordine del tutto, che le cose grandi e sublimi, quanto sono più stimate, tanto sieno
più circondate d’ogn’intorno dalla frode e dagl’inganni degli uomini scellerati. Così nelle monete, che
sono cose sacrosante e regie, è avvenuto. Negli antichi tempi essendosi usato un conio di figure
assai rilevate e sporte in fuora, si dette comodità a’ falsatori di far monete di rame simili a quelle
d’argento, vestirle d’una foglia di buono argento, e darle per sincere. Queste col correr de’ secoli
avendo oggi scoperto l’interiore metallo, sono, in vece di perdere stima, divenute più preziose, per lo
certo carattere d’antichità che hanno nella loro falsificazione, e sono dette dagli eruditi foderate. A
tanto male, che dalla quantità di monete foderate che si scavano si conosce essere stato
grandissimo, rimediarono gli antichi con batterne d’un conio meno rilevato, che diconsi contorniate;
e questa nuova maniera sebbene distrusse l’antica bellezza de’ conii, pure da tutti i popoli è stata
costantemente seguita; perché al vero utile dee cedere ogni bellezza d’ornamento. Così siamo noi
posti in sicuro da simil frode.
Per contrario non è meno dannosa invenzione quella d’una pasta, che applicata sull’argento ne
stacca quasi una foglia senza punto guastare le più minute sculture. Con tal arte si può da un
ducato d’argento portar via benissimo la decima parte del metallo: ma questo è più da temersi ne’
vasellami e ne’ grossi pezzi d’argento, che nelle monete, le quali col sensibile alleggerimento
tradiscono la frode.
Da tutto il già detto viene che la frode più ordinaria nelle monete è stata il tosamento degli orli;
perché anche l’imitazione e la falsificazione loro si vede essere più difficile e meno lucrosa.
Al tosamento soggiace più d’ogni altra la moneta d’argento, poi quella di rame, ed in ultimo quella
d’oro; del che è chiara la cagione. Sul rame v’è poco guadagno; sull’oro, perché si vende a peso,
non ve n’è nulla; e quando non si pesassero le monete d’oro, pure pochi sono che s’arrischino
tosarle, mentre si corre pericolo che, non essendo accettate, resti inutile in mano una cosa molto
preziosa e cara. Delle monete d’argento soggiacciono al tosamento più le piccole che le grandi;
perché dove v’è minor perdita, gli uomini usano maggiore incuria: onde si teme meno d’esser
ricusata una moneta piccola che una grossa.
Ma a questo male, e a quello della falsificazione ancora, a cui tante e tante leggi e prammatiche non
dettero giusto e forte riparo, lo ha dato la macchina del torchio con cui oggi si battono le monete:
conoscendosi con nuovo esempio sempre più vero che quegli studi e quelle discipline, le quali a’
ministri del governo sembrano astratte, mentali, e da ogni utilità della vita civile distaccate, hanno
più conferito alla perfezione degli ordini civili, che le leggi istesse; e che quello che la politica non
giunge ad ottenere, s’ottiene per qualche scoperta fisica, o per qualche meccanica invenzione. Col
torchio si dà una impressione che è difficile a falsificare con istrumenti piccoli, e maneggiati da un
solo mal monetiere. S’imprime sugli orli stessi della moneta con un altro ingegnosissimo istrumento,
che nelle nostre nuove monete d’argento e d’oro è stato prudentemente usato. Così, non restando
parte non impressa, non resta luogo a tosarle senza che sia subito manifesto. Or la facile
cognizione della frode nelle monete è il miglior rimedio; perciocché l’uso della moneta è solo ne’
contratti di cambio tra roba, o fatica, e moneta. Quanto sia necessario ne’ contratti il consenso de’
due che contrattano, è chiaro: quanto sia difficile ad ottenerlo da quella parte che conosce la frode
dell’altra, non richiede dimostrazione. Colui adunque che tosa trae danno grandissimo da ciò;
mentre per una decima parte di moneta ch’egli, per esempio, ha tosata, gli resta tutta inutile in
mano: né può ricorrere al giudice senza esporsi a pagare il fio del suo delitto, né può costringere, né
persuadere chi si prenda le sue monete per buone. Così è che questo male intoppa, ed ha
grandissima difficoltà a sorgere; ma quando egli fosse nato, cresciuto, e divenuto grandissimo, la
cosa procede diversamente.
I mali che produce ad un paese l’aver gran quantità di moneta tosata (de’ quali conviene dire, primache de’ rimedi) sono i seguenti.
I. Gravi e perpetue dispute tra i compratori e i venditori. Questi non vogliono cambiare le loro merci
colla moneta, senza che o le monete sien giuste, o più numerose, tantoché col maggior numero
compensino il minor peso; laonde incariscono i prezzi. Quelli, l’uno non vogliono fare, l’altro non
possono: e intanto ambedue per lo commercio interrotto stentano, gemono, e quasi si muoiono di
fame: sicché il male del tosamento non corrisponde all’utile de’ tosatori; ma per poco sangue che si
succhia, si lascia tutto il restante immobile e gelato.
II. Non potendosi lasciare senza corso le monete tosate, si dà comodo agli stranieri di tosar le
buone che loro vengono alla mano impunemente, e rimandarle nel paese.
III. Gli stessi sudditi, crescendo il male, restano dal numero de’ colpevoli difesi: e perché dove molti
errano nessuno si castiga, e le ingiurie universali si sopportano assai più pazientemente che le
particolari, perciò nella moltiplicazione de’ delitti si spera perdono.
I rimedi del tosamento sono I. sradicare e distruggere i tagliatori delle monete. Innanzi a questo ogni
altro è vano; e se questo non si può, è meglio non far nulla affatto. Quanto ciò sia vero lo conobbe
per esperienza propria il nostro Regno, quando tutti i viceré che precedettero il marchese del Carpio
non fecero altro che coniar nuove monete, per poi vederle miseramente innanzi al termine del
governo loro tagliate. La storia ci narra con quanto poco fervore essi avessero cercato estinguere le
cagioni del male: né a ciò fa difficoltà il gran numero di buone prammatiche che pubblicarono;
giacché la più svogliata di tutte le maniere di vietare alcuna cosa è il contentarsi di avervi fatta una
legge contro.
Il solo espediente, che pare si potrebbe prendere quando non si ha forze bastevoli da spegnere i
tosatori, sarebbe di ritirare la moneta d’argento tutta, e sostituirvi bullettini: ma questo è di
difficilissima esecuzione; ed essendo i bullettini tanto più facili a contraffarsi, quanto meno soggetti
a tosarsi, potrebbe essere rimedio peggiore del male.
Non occorre dunque pensare a riparo, se quel ch’io ho detto non si può far precedere; e conviene
aspettare pazientemente tempi migliori. Ma posto ch’egli sia fatto, restano a cicatrizzare le ferite già
date; ed a farlo sono molte maniere, delle quali per giudicare quali abbiano da presciegliersi,
pongasi questa verità per fondamento di tutto.
Quando in un paese sono due generazioni di moneta, l’una buona, e l’altra cattiva, la cattiva fa
nascondere o mandar via la buona, sempre che tra loro v’è equilibrio di forze. Se la buona è assai
più numerosa, l’altra perde alquanto del suo corso, venendo presa con rincrescimento, e per lo più
ricusata. Se la buona è assai poca, o va via, o resta appiattata presso chiunque ne ha. Sono questi
tutti tre mali grandi, e che o perturbano i commerci, o dissanguano lo stato. S’hanno da curare così.
Il primo, che è il maggiore, con non lasciare incontrare una quantità grande di buona moneta con
quasi altrettanta cattiva. Il secondo, non si può già medicare con dar corso alla cattiva per vigore di
legge; poiché si dà animo a guastar la buona, o peggiorare la guasta; ma bisogna ritirar subito
questa, e sostituirvi nuova che sia buona. Il terzo, con far intendere che la buona, che è in sì poca
quantità, diverrà presto numerosa e comunale. Così ne scemerà l’amore e la stima, e chi spererà
poterne, sempre che voglia, ammassare ogni gran somma, non curerà serbarne neppur una.
Posti questi princìpi, resta a dire de’ vari modi da fare la permutazione delle monete. Operazione
difficile, delicata, e simile assai alla mutazione di tutto il sangue d’un corpo, la quale i fisici non
hanno potuto finora felicemente eseguire. Prima di farla è utile sapere quanta ne sia la spesa, né
per la sua grandezza conviene sgomentarsi, essendo ella sempre incomparabilmente minore del
danno d’aver le monete ritagliate. La spesa importa tutta quella quantità di metallo ch’è tagliato,
tutto quello che l’uso ha consumato, e dippiù la fattura: le quali cose tutte prese insieme rarissimevolte superano la ottava, e al più la sesta parte del peso totale. Ciò conosciuto, si venga a
considerare le forze dello stato, le quali o sono grandi e vegete, o infievolite. Nel primo caso il
consiglio migliore è coniare una quantità di moneta d’argento che uguagli almeno due terzi
dell’antica, con prendere il metallo da tutt’altra parte che dalle vecchie monete, seppure queste non
ristagnassero neghittose ne’ Banchi, o negli scrigni de’ ricchi uomini privati; poi distribuirla ne’ vari
luoghi, e farla in istante cambiare con l’antica, a cui conviene nel tempo stesso negare ogni corso;
sicché nemmeno a peso senza comune consentimento si possa dare. Concorreranno a gara tutti a
cambiare, ma pure due terzi della massa totale non potranno in pochi giorni essere asciugati tutti. Di
quell’argento intanto che si ritrae, senza perdita alcuna di tempo si ha da battere il restante, e con
eguale velocità nettare tutta la moneta mal concia, e ritirare quelle cedole di credito, se mai alcuna
n’è convenuta fare, quando in alcun luogo non vi fosse stata più moneta nuova da commutare. Con
ammirabile sapienza fu questa operazione fatta dal conte di S. Stefano, successore del marchese
del Carpio, fra noi l’anno 1689, ed ella è certamente di tutte la migliore; contenendo tutti i risparmi
possibili e niun patimento.
Bisogna, lo replico di nuovo, proibir tutta la vecchia a non voler far peggio; come lo provammo nel
1609. Il conte di Lemos con una prammatica ordinò che le monete grosse tosate non dovessero
aver più corso, e mosso da una falsa apparenza di necessità lasciò che corressero le zannette, e le
cinquine, monete basse d’argento, le quali erano peggio assai ridotte che le altre. La zecca
adunque e i Banchi, a chi vi portava moneta grossa tosata, cominciarono a dare monete piccole
assai più tosate e cattive. In quattro giorni il popolo era quasi sollevato; onde fu d’uopo che la
prammatica de’ 9 giugno con un’altra de’ 12 fosse rivocata, e stabilito che tutte le monete corressero
a peso. Fu questo consiglio men cattivo del primo, ma neppur buono; perché non distoglie i malvagi
dal ritagliare, mentre o hanno a dar le monete a peso, e non ci hanno perdita restando loro in mano
quel che ne scemano; o non le danno a peso, come accade nelle piccole somme, e vi guadagnano.
Quando lo stato non ha credito, né potere bastante da sostenere spese così grosse e subitanee,
molti hanno costumato battere una gran quantità di moneta nuova, e senza toglier il corso all’antica,
ma con lasciarla apprezzare a peso, hanno aspettato pazientemente, e data libertà che ognuno, che
lo volesse fare, andasse alla zecca a mutare l’antica con la nuova. Ma questo non si ha da tentar
mai senza una certezza grandissima d’avere spenti i tosatori: perché sulla speranza di cambiar la
guasta con la buona si accresce il ritagliamento: si soggiace in oltre al rischio che la nuova sia
traviata fuori, sempre che non è vietato il corso all’antica. In ultimo non bisogna lusingarsi di andar
coniando con lento passo le monete: che fu uno de’ due sbagli del cardinal Zapatta nostro viceré
nel 1622. Avea egli, per estinguere le mal conce zanngtte, intrapreso batterne tre milioni di nuove
intere. La carestia de’ viveri, che in parte procedeva dalla mala raccolta, in parte dal commercio per
cagione delle zannette interrotto, facea tumultuare il popolo. Per darvi rimedio fu immaturamente
interdetta la vecchia moneta, e pubblicata questa, di cui appena la sesta parte era battuta; e ne fu
distribuita una trentina di zannette per ogni capo di famiglia. Mai non si vide tanto lutto, mai non si
udirono tanti gemiti e tante strida quante allora; né mai fu in così grave pericolo la maestà del
dominio e la fede de’ popoli. Senza potersi usar la vecchia moneta, senza bastare la nuova a tanto
commercio, il popolo disperato si sollevò, e dopo varie offese fatte al viceré fu colla prigionia di
trecento persone e colla morte d’alquanti frenato. Dura condizione d’un principe d’avere a punire le
colpe di que’ sudditi che diventano delinquenti nella disperazione d’un’acerbità di guai e di malanni,
quasi eguale a quella morte che si dà loro per pena.
Non potette non disapprovare la prudenza della corte di Spagna questa condotta, e tosto richiamò il
cardinale, sostituendogli il duca d’Alba, il quale col coniare molta moneta di rame riparò in parte a’
danni. Riparare a tutto non era già superiore alla perizia e alla prudenza della nazione dominatrice,
a cui anzi ben si potrebbe applicare quel che de’ Romani in confronto de’ Greci disse Virgilio, che se
cedeano agli altri nella cura delle belle arti e delle meno utili applicazioni, l’arte del comandare
s’apparteneva a loro; ma le angustie delle guerre nol permettevano.
Dunque non bisogna nelle nuove coniate zeccar meno di due terzi della somma totale: perché o
non si vuol toglier corso all’antica, e non bisogna che ne resti molta che possa col contrasto nuocere
e cacciar via la nuova; o se le vuol togliere, e la nuova ha da esser tanta che riempia le vene del
commercio, per non voler che cada e muora. L’aiutarsi con polizze è buono, ma non basta a vivertranquillamente: e sempre s’ha d’avere in mente che ogni rimedio che differisce il male, lo fa
maggiore; e dal tempo, su cui tanto gli uomini infingardi e sciocchi si fidano, non è da attender altro
che la cancrena.
Ora voglio avvertire l’altro errore che prese il cardinal Zapatta appena ch’egli entrò al governo di
Napoli nel 1621. Vedendo che il ricusarsi le monete mozze incariva i prezzi, disturbava le compre, e
facea perir di fame col danaro alla mano la povera plebe; pensò per far ch’esse corressero
liberamente dar mallevaria per loro, promettendo sotto la fede, e parola regia, che nella futura
abolizione delle zannette il danno non sarebbe stato de’ privati. In men che non balena fu tosata alla
peggio quella moneta che restava ancora tollerabile; e non potea non esser questo danno de’
privati, sempre che si dovea soddisfare con un dazio esatto sopra di loro. Perciò a ragione fu egli di
così imprudente promessa acremente ripreso dal sovrano.
Mi pare aver detto abbastanza del tosamento. Della falsificazione, essendo e negli effetti e ne’
rimedi simile all’altro male, non istimo opportuno replicar le medesime cose; potendo fare il lettore
quella mutazione di voci che non fo io. E questo è quanto s’appartiene alle colpe de’ sudditi, che
offendono la moneta.
Possono anche i popoli confinanti nuocere alle monete d’uno stato falsandole, o ritagliandole; né v’è
altro rimedio, che chiederne il castigo al loro sovrano. I Genovesi nel secolo passato insieme con
altre nazioni riempirono lo stato del Gran Signore di aspri, più belli e lucenti degli ordinari, e perciò
più graditi; ma quasi tutti di bassi metalli composti. L’incuria de’ Turchi lasciò corrergli un pezzo
senza avvertirsene: accortisene gli vietarono; e della perdita che a un di presso sommarono poter
aver fatta lo stato, si rifecero sequestrando ed occupando altrettanta quantità di merci che potettero
avere in mano de’ mercanti di quelle nazioni che aveano fatto il commercio degli aspri. Risoluzione
barbara e strana; ma che ha un fondo di ragione, e che avrebbe avuta qualche equità, se le
Signorie, da cui dipendeano que’ mercanti, avessero avuta tanta premura per loro, quanta ne avea il
Turco pe’ sudditi suoi. Ma a’ mercanti non furono rifatti i danni da que’ concittadini che aveano
guadagnato sugli aspri.
Prima di terminare è necessario risolvere se convenga ritrarre la spesa d’una nuova coniata
dall’istessa moneta, o da qualche dazio che s’imponga in altra parte del commercio d’un paese.
Questione grande ed ardua è questa: ed a volervi apportar qualche chiarezza ed ordine, dico come
si coniano nuove monete per ritirare le antiche consumate o dall’uso o dalla forbicia. Nel primo caso
non si fa una generale coniata, ma a poco a poco: perciò è necessario ritrarre la spesa della zecca
d’altronde; ed in questo errarono tutti i governi de’ secoli barbari. Dalla moneta si può trarre la spesa
o alleggerendone il peso, o il carato, o facendo un alzamento, cioè una mutazione d’idee e di voci.
Tutte tre queste vie guidano a perdizione, quando si fanno d’una parte sola di moneta, inducendo
quella sproporzione che conviene tanto abborrire. Farlo a tutta la moneta non v’è necessità, onde vi
sarebbe maggior danno.
Ma se si rifà tutta la moneta per estinguere la corrotta e tronca, si può seguir l’uno o l’altro consiglio;
e il più de’ governi hanno soluto usare unitamente tutti e due. Così fece fra noi il duca d’Alba nel
1622; così il conte di S. Stefano che pubblicò la moneta coniata dal marchese del Carpio. Ed io son
persuaso questa essere la miglior via: perché i dazi corre rischio che una volta messi restino per
sempre; e siccome la spesa è grande ed istantanea, se tutta si ritrae da’ dazi, questi hanno da
essere ben gravosi.
Quanto alle monete non bisogna punto diminuirle di peso o di bontà, ma farne soltanto un
alzamento. Nel primo caso s’impiccoliscono, si discreditano, si schifano; non tanto nel secondo: e
sebbene molta buona gente, che ha voluto scrivere di questa materia, gridi che non s’hanno ad
aggravare i popoli, io non credo ch’essi pretendano che le supreme potestà, quel metallo che
manca, l’abbiano a crear dal niente; e se dee uscir dal popolo, non uscirà mai senza strida e dolore.Ora passando a ragionare delle operazioni de’ principi sulla moneta, dirò imprima che il diminuirne il
peso o la bontà tacitamente, e di soppiatto, non è operazione che possa cadere in animo d’un
principe nato degno di comandare. Egli è da supremo arbitro divenir falsatore e tosator di monete.
Perciò non è strano se sono più secoli che cosa tale non è avvenuta: e se ne’ tempi più recenti s’è
fatta, è stata frode degli affittatori delle zecche, e non de’ principi loro. Che ne’ secoli barbari poi
siesi usata, non è meraviglia. L’ignoranza era tanto cresciuta, che le regole del giusto non erano
ravvisate da quelli cui non si paravano altri oggetti dinanzi che di tirannia e di frode, quando a
raggirare la ruota delle cose umane la maschera dell’inganno e l’aperta violenza sottentrarono in
luogo del sapere e della beneficenza perdute. Adunque non è decente oggi trattenersi a
dissuaderne i sovrani.
Può anche mutarsi la proporzione palesemente, e con editto; e questo quando mai fosse cattivo
consiglio, non si può dir però vituperoso. Intorno ad esso si hanno a stabilire le massime seguenti.
I. La mutazione di proporzione tra il rame e i metalli ricchi, se non è grandissima, non produce
effetti; ed è simile all’alzamento totale. Si vede ciò quasi da per tutto; mentre pochi paesi vi sono in
cui non v’abbia un 10 per 100 almeno di sproporzione; essendo o soverchio il peso del rame, come
è in Roma, o scarso, come è qui. In Francia gli alzamenti si sono fatti de’ soli metalli preziosi, fra’
quali si è conservata una costante proporzione, poco curando se si cambiava col rame.
La ragione è che tra il rame e i metalli superiori non v’è ugualità di forze. Il rame è sei o otto volte
almeno minore in quantità, altrettanto maggiore in corso. Così nel Regno di Napoli, ove saranno da
sei in otto milioni di ducati d’argento, non ve n’è un milione e mezzo di rame. Il rame, cattivo ch’ei
sia, sempre rimane; e quando anche è valutato più del giusto, mai non perviene ad aver forze da
luttar coll’argento e coll’oro.
Questi due metalli poi sono quasi eguali in forze: solo l’ oro è più agile ad andare e a tornare.
II. La cattiva moneta caccia via la buona; e perciò bisogna amare l’infedeltà di quella che fugge, non
la fede di quella che resta: e que’ principati, ne’ quali si è corrotta la moneta con molta lega per
farne aver abbondanza, e che resti, han fatto come colui che piantò frutta silvestri e amare nel suo
giardino per non vederle rubate.
III. La sproporzione tra due sorti di monete dello stesso metallo è più perniciosa, che tra un metallo
e l’altro. Questa nuoce per lo danno che i convicini acquistano comodità di fare: quella dà modo e
agli stranieri e a’ cittadini di guadagnare nocendo.
IV. Non v’è utilità alcuna dell’alzamento particolare, che io chiamo sproporzione, la quale non sia
maggiore nell’alzamento totale; ma i danni sono incomparabilmente più gravi. La prima parte di
questa sentenza è manifesta; rimane a provar l’altra. L’alzamento di una parte congela o fa
dileguare l’altra parte, e dissangua così lo stato; ma il generale non fa intoppo a’ movimenti della
moneta. L’alzamento generale è un guadagno fatto dal principe su i creditori, cioè sulla gente più
agiata; la sproporzione è un dono imprudentemente fatto agli stranieri, o a’ sudditi accorti, maliziosi
e ricchi, delle sustanze degl’innocenti, de’ semplici e de’ meschini. S’è fatto l’alzamento in molti
principati, e senza medicarsi (come fu nell’antica Roma) non ha nociuto; la sproporzione finché non
s’è raggiustata, ha sempre offeso. N’è d’esempio la Fiandra austriaca, la Spagna nel secolo
passato, e l’Irlanda, e soprattutto la Francia nella pubblicazione de’ quattro soldi fatta nel 1674: di
che ragionando Gio. Locke considera che non giovò l’accortezza del governo in aver loro dato corso
nelle provincie interiori a 15 per scudo, e ne’ porti di mare a 20, per non ne far venire de’ contraffatti
di fuori, che pure convenne screditargli subito. Né giova sperare in sulle proibizioni d’estrarre o
d’introdurre, che non saranno osservate. Contro i pochi s’usa bene la forza; i molti s’hanno a far
guidare dall’utile e danno loro medesimo. In fine l’alzamento d’una parte di monete induce varietà di
due prezzi; l’uno naturale, l’altro no; ed amendue comandati dalla legge. L’alzamento generale
induce sì disparità tra i prezzi antichi delle merci e quello della moneta; ma di questi l’uno è fermoper legge, l’altro no: perciò col cambiamento di prezzi fatto dal comune si medica da sé stesso un
alzamento; la sproporzione, se la legge non la muta, non si può medicare da veruno.
Per tutte le sopraddette ragioni è meno danno l’alzamento generale che il particolare; onde è che si
può dar per rimedio là dove è sproporzione di monete, o di prender la cattiva e rinforzarla, o di
peggiorar la restante buona. Con l’uno o con l’altro si consiegue lo stesso effetto; sebbene quello
sia consiglio più generoso, questo scandalezzi la moltitudine.
E per dire de’ rimedi più in particolare, è strano il riguardare che di tanti che biasimano il mutar
prezzo alle monete non ve n’è stato uno che, dopo averlo biasimato, dicesse come s’ha da
correggere quando sia fatto’. quasi la loro proibizione bastasse ad assicurarci e dagli accidenti
calamitosi, e da’ cattivi governi, e dagli errori compagni all’umanità: e pure egli era importante più
che il discorrere sopra le cause e gli effetti de’ mali. Perciò io non volendo trapassarlo dirò che la
sproporzione tra monete d’uno stesso metallo s’ha da togliere subito, ed eguagliarle: né si può
indebolire la parte buona; perché a ritirarla, rifonderla, e tornarla a dare ci corre più tempo che non
bisogna. Quando è tra metallo e metallo, si tolga ogni coazione di legge, e si lasci operare alla
natura inchinata sempre a mettersi a livello; e quel segno ove ella si posa, se così piace, s’autorizzi
con legge. Se si ha vergogna di far ciò, almeno si esamini qual è la proporzione ne’ principati ben
governati, e s’imiti la loro: ma questo consiglio è men sicuro del primo. Ciò procede egualmente o
che la legge abbia fallata la natura, o che questa si sia scostata dall’antica legge: e bisogna sempre
aver a mente che della stessa maniera appunto si medica una ferita, o sia fatta dal fortuito cader
d’un sasso, o ricevuta combattendo virtuosamente per la patria, o data perfidamente da un traditore;
né il castigo del reo ha che far niente colle medicine.
È costante opinione che i mali della moneta in Roma sieno nati da una sproporzione fatta
nell’argento; e perciò molti s’aspetteranno che io qui ne ragioni. Ma io, oltre all’essere poco
informato dello stato di quelle cose, ed al credere che in Roma sieno uomini più che altrove
sapientissimi, come quelli che coll’età e colla sofferenza hanno lungamente combattute le stranezze
della fortuna, e fatta rendere giustizia al merito; porto opinione che que’ mali non provengano se
non in piccola parte da’ difetti intrinseci delle monete, ma che sieno una complicazione di leggieri
acciacchi, quale si vede essere ne’ corpi degli uomini per lunga età inclinati ed infiacchiti. E siccome
i vecchi contano con ragione quasi morbo grave il solo numero degli anni, così non è giusto (come
tanti villanamente fanno) incolpare la prudenza de’ superiori, se non possono contrastare a
quell’ordine di vicende che la Provvidenza ha stabilite e fermate.
Nel nostro Regno sonosi fatte mutazioni di prezzo all’oro straniero, più per aggiustarlo al vero che
per discostarsene. Vero è che le doppie di Spagna e gli ungheri, per essere stati valutati
sproporzionatamente, non ci sono stati più recati, e solo abbondiamo di zecchini. Qual ragione
abbia causata tale determinazione non può essere noto a me, che non sono stato presente a’
consigli tenutivi. Sento da molti, e leggo anche scritto ciò essere avvenuto per poco avvertire: ma mi
sembra cosa ardita assai, voler credere inavvertenza là dove si vede essere senno e prudenza
grandissima e maturità di consiglio. Forse si sarà fatto per escludere e tener lontana tanta varietà di
monete straniere. È questo ottimo desiderio: il mezzo presovi è sicuro, e non ce ne siamo trovati
male; e pare che ad arte si sia voluta avere abbondanza di zecchini e di fiorini, monete sopra l’altre
pregevoli e perfette.
All’argento non si è fatta mutazione dal 1691 in qua, quando con un editto quelle monete che
valeano 100 grana furono fatte valer 132. Pochissimi intendono ciò che si fosse fatto allora, e
perché; ma tutti confidentemente ne parlano e ne decidono. Chi dice che fu alzamento, chi che fu
dannosissimo; e chi ne dà un giudizio, e chi un altro. Il vero è ch’ei non fu niente di ciò, ma solo una
correzione d’uno sbaglio preso dal marchese del Carpio. Il marchese nel rifondere la moneta
d’argento avea desiderato farla eguale alla romana, sicché non si avesse a studiar tanto sul cambio.
Desiderio inutile, e forse anche pernicioso. Non avea avvertito quanto la nostra moneta di rame
fosse inferiore alla romana in quantità di metallo. Facendo i ducatoni di 100 grana, egli dava alle
grana un valore estrinseco superiore al vero di quasi un 50 per 100. Ciò facea stravasare l’argento e
restare il rame. Convenne adunque cambiare tal proporzione, e sbassare il prezzo al rame: ed eccoquanto si fece. Se insiememente non si fosse mutata la moneta di conto, non vi sarebbe stato
alzamento; ma avendo mutato il valor delle grana, e fattele divenire la 132ma parte di quel ducato
d’un’oncia, un trappeso, e 15 acini d’argento, di cui esse erano la 100ma; ed avendo ciò non ostante
sostenuto il ducato a sole 100 grana, ne seguì un alzamento che, oltre al mutare i nomi al prezzo
delle merci e de’ cambi, non fece altro nocumento, non potendone per sua natura fare: giovò sì
bene a pagar gran parte delle spese del monetaggio.
Sovra di ciò ha saviamente discorso il Broggia: non così Cesare Antonio Vergara, il quale avendo in
tutta la sua opera osservato virtuoso silenzio sopra consimili operazioni fatte sulla moneta, volle
interromperlo sul fine appunto dell’opera, per dar giudizio della Prammatica del 1691, e lo fece con
infelice e vergognoso successo. Disse che ((fu stimata forse da alcuni utile questa alterazione della
moneta, ed avutasi anche qualche compiacenza nell’aver ritrovato tra lo spazio di una notte
cresciuto il peculio…; nondimeno, secondo il giudizio di molti, e forse di tutti, è stata, e sarà
perniciosa al Regno per l’alterazione de’ prezzi delle robe e del cambio; particolarmente colla piazza
di Roma, dove si vide cresciuto pochi anni sono a ducati 152 per 100 scudi romani. Ed in effetto il
Blanc scrivendo delle monete di Luigi XIII, pondera di essere non meno pernicioso che pericoloso
l’aumentare più che il diminuire il valore delle monete: e che in ciò dovrebbero essere più avvertiti i
sovrani, de’ quali l’interesse è sempre maggiore; per esser essi i più ricchi ne’ loro regni, e che
hanno da riscuotere le contribnzioni da’ sudditi)).
Se il dire in pochi versi così inettamente, e male, che non si possa dir peggio, è bravura, il Vergara
merita certo lode d’uomo bravo e valoroso. Quando l’alterazione fosse stata, e fosse perniciosa, noi
dovremmo sentirne la pena, non avendola mai ritrattata; ma il nostro felice stato quanto alle monete
lo smentisce. L’alterazione de’ prezzi e de’ cambi è di voci, e non di cose; ed è la medicina naturale
di quell’alzamento ch’egli biasima. Dire che il cambio perciò alzò al 152 è mostrare di non intendere
che sia cambio e che sia alzamento: ed in fatti senza esser mutate le monete d’altro che d’un 4 per
100, pure a dì nostri s’è veduto sbassare il cambio dal 152 al 118 ed anche più giù. Tanto ha poco
che fare l’una cosa coll’altra. L’autorità del Blanc pesa poco, e quel ch’ei dice non val nulla; mentre
se, al dir suo, l’aumentare diminuisce le contribuzioni pubbliche, lo sbassar la moneta le aggraverà:
e ciò dispiacendo più a’ popoli ha da essere più pericoloso e peggiore. Non ha dunque il Vergara
detto niente che non sia sciocco e falso: tanto è gran differenza fra il saper interpretar le leggende
delle monete, e il giudicar sanamente degli stabilimenti dati al loro valore.
Capo Terzo
Dell’alzamento, o sia della mutazione di proporzione tra tutta la moneta e i prezzi delle merci.
Avendo discorso particolarmente tutte le qualità dell’ alzamento di una parte delle monete, del quale
nel principio proposi di ragioo nare, e considerato quanto male abbia in sé, e mostrati i modi di
guarirlo; mi resta ora a discorrere generalmente dell’alzamento di tutta la moneta, il quale da’
principi si fa o con una legge, o con rifondere tutta la moneta e diminuirne il peso o la bontà de’
carati. Sarà questa materia assai più di tutte le altre precedenti da varietà d’opinioni combattuta ed
oscurata, e ripiena tutta di gravissime considerazioni: perché molti, come calamitoso allo stato, lo
abborriscono, molti l’esaltano; e di quelli stessi che ne sono inimici, molti stimano che quando egli è
fatto convengasi medicarlo, con restituire ogni cosa all’antico stato; molti per contrario stimano
questo essere un raddoppiamento del male. Or perché in tanta disputa a voler seguir dietro a tutti gli
scrittori, uno per uno, non potrebbe nascere che ambiguità, confusione e tenebre; io restringerò
sotto quattro capi quanto da tutti è stato finora detto e immaginato. E prima dirò di quelle utilità che
si promettono a’ principi o a’ sudditi da questo alzamento, e che sono false e sognate: poi dirò di
que’ danni che ad amendue sono minacciati dal più degli scrìttori, e che io stimo non veri e profferiti
ignorantemente: seguiranno poi que’ danni che sono veri e giusti: e finalmente quelle utilità vere che
dall’alzamento talvolta si Possono sperare. Onde si vedrà se vi sia tempo e condizione di cose, in
cui (perché nelle deliberazioni umane è sempre misto il bene al male), l’utilità superando i danni, sia
commendabile l’alzamento.A volere con una definizione spiegare la natura dell’alzamento, così come se n’è già dichiarata la
voce, io stimo ch’ei si potrebbe definire così: ((Alzamento della moneta è un profitto che il principe e
lo stato ritrae dalla lentezza con cui la moltitudine cambia la connessione delle idee intorno a’ prezzi
delle merci e della moneta)). Quella connessione delle idee, che è la più grand’opera della nostra
mente, quella che d’ogni scienza è base, e che per tanto spazio da’ bruti ci diparte, ella è
quell’istessa su di cui i più singolari e straordinari consigli sono edificati. Perciò mi si farebbe ingiuria
in credere che io avessi voluto maliziosamente dare questa definizione: perché io posso dimostrare
che la vendita della nobiltà e de’ titoli, la concessione degli onori, ed infinite altre costumanze
meritano avere la medesima definizione ch’io ho data all’alzamento; e pure di queste niuno nega
l’utilità, niuno contrasta a’ principi il dominio e la libera autorità. Che la vendita della nobiltà sia un
servirsi d’una connessione d’idee già formata, lo compren de chiunque riguarda che se un principe
dichiara nobili tutti i suoi sudditi, non accresce loro onore alcuno, ma ne toglie alla voce nobiltà, a
cui cambia il significato. Se egli istituisce un’insegna d’ordine, e non la concede in sulla prima ad
uomini già gloriosi e venerati, sicché si congiungano queste idee; ma la dà a’ suoi staffieri,
qualunque forma si abbia questa insegna ella diviene livrea: perché la moltitudine dalla verità trae e
concepisce le idee, a queste accoppia i suoni delle voci, sulle voci usando giusto imperio il principe
giova al bene dello stato, che è la suprema legge, o premiando altrui, o sostenendo le sue forze
contro alle traversie; s’ei se n’abusa, si scioglie la connessione, cambiano significato le voci, le cose
restano le medesime, e vince la forza insuperabile della natura.
Questo è appunto nell’alzamento. Ei non produce mutazione alcuna di cose, ma di voce; quindi è
che i prezzi delle merci, per rimaner gli stessi nella cosa, debbonsi mutare anch’essi quanto alle
voci. Se questo seguisse nel giorno istesso in cui si fa l’alzamento, e seguisse in tutto, ed in tutto
proporzionatamente, l’alzamento non avrebbe affatto conseguenza niuna; come non l’avria quella
legge con cui si costituisse che le monete, in vece di nominarsi co’ nomi italiani, si avessero a
dinotare con nomi o latini, o greci, o ebraici. Dunque quando ne’ prezzi si mutan le voci, restano le
cose nel medesimo stato di prima; quando stan ferme le voci, le cose sono mutate. L’alzamento de’
prezzi, come ei si dice, è la medicina dell’alzamento; e quando è seguito in tutti i generi, e s’è
rassettato, l’alzamento si può dire sparito, così come la nebbia del mattino è dileguata dal sole.
Nasce adunque l’effetto dell’alzamento, perché si tarda a mutare i prezzi; e si tarda perché gli
uomini avvezzi a pagare una vivanda un ducato, sempre ch’essi hanno in mano una cosa che dicesi
un ducato, vogliono colla vivanda cambiarla; e finché non se ne discredano, si dolgono dell’avarizia
di chi la negasse loro, o incolpano scioccamente altrui di aver fatta incarire ogni cosa. In fine un
principe, che abusandosi dell’alzamento lo facesse ogni mese, distruggendo ogni connessione
d’idea fra i prezzi e le merci, lo renderebbe inutile affatto e inefficace; e solo con altre costituzioni
potrebbe ottenere quel che oggi coll’ alzamento s’ottiene. Essendo ora già stabilito e dimostrato che
l’alzamento dalla mutazione de’ prezzi delle merci è annichilato, io parlando dell’alzamento
intenderò sempre di ragionarne prima che sia seguito l’effetto; e parendomi abbastanza spiegata e
difesa la mia definizione, voglio entrare a quelle materie di cui mi ho proposto dianzi di favellare.
False utilità dell’alzamento promesse a’ principi ed a’ popoli.
Io tengo ferma opinione che l’abborrimento che hanno i popoli e la più gran parte degli scrittori
reputati savi per l’alzamento delle monete, è nato da questo, che rarissime volte egli s’è fatto per
vera necessità da principe virtuoso, quasi sempre per avarizia, o per falso consiglio d’apparente
utilità. Onde è nata la volgare sentenza ch’egli sia ingiusto, tirannico e calamitoso. E poiché io stimo
utile molto e profittevole il mostrare quanto sia falsa l’utilità dell’alzamento, che a’ principi per
ordinario si assicura, per poi mostrar loro le vere; farò con esempli conoscere il ridicolo del
guadagno che si promette loro.
Se un principe desideroso d’aver soldati d’alta statura non volesse soggiacere alle spese che il
morto re di Prussia fece, un ministro accorto potrebbelo contentare così. Proporgli di dar fuori una
legge, in cui si stabilisse che il palmo non si componesse più di 12, ma di sole 9 dita. Ecco che in
una notte tutti i suoi soldati, i quali erano andati a letto quale di cinque, quale di sei palmi alto, si
risveglierebbero miracolosamente allungati chi di otto, e chi di nove. Che se quest’altezza non
contentasse ancora le generose idee del sovrano, con un’altra legge si potrebbero di nuovo
slungare, e prima di sette braccia, poi di sette pertiche, e finalmente anche di sette miglia l’uno, sesi volesse, si potrebbero far divenire. Io conosco che ognuno ride a quel ch’io dico; e pure questo è
l’alzamento della moneta cotanto celebrato. Gli uomini ridono se si promette di fargli slungare, non
ridono se si parla d’ arricchire: tanto gli accieca più l’avidità della roba che della statura. Ma l’ordine
della natura è, che le voci non abbiano forza di mutare le cose; sebbene nelle scienze e nelle
cognizioni che nascono dentro gli animi umani, le cose e le voci stiano (né senza grave danno)
miseramente abbarbicate insieme ed unite.
È adunque falsa opinione il credere che crescano le rendite del sovrano. Quel ch’è vero è che le
spese scemano, restando il principe obbligato meno di quel ch’era prima. E sebbene il principe non
possa restar mai obbligato più di quel che il bene del suo stato comporta; e delle tante maniere,
onde egli può disobbligarsi, la mutazion delle voci possa parere ad alcuno la meno regia e
generosa; pure sonovi congiunture di tempi in cui il non pagare per mezzo d’un alzamento non è il
peggiore di tutti gli espedienti.
Per quello che concerne l’utilità de’ popoli che si credono arricchire coll’alzamento, secondo disse
Gio. Locke, questo si rassomiglia alla risoluzione di quel matto che facea boller nelle pentole i
quattrini per fargli crescere. E ciò basti aver detto qui delle false utilità.
Falsi danni che si dicono provvenire al principe dall’alzamento.
È certamente cosa vergognosissima, che tanti, che presumono di ragionare delle cose degli stati, e
misurare le loro utilità, non sappiano che cosa sia questo, che utile si chiama. Essi lo prendono per
quantità assoluta, non relativa come egli è. Non sanno che quando le determinazioni sono miste di
buono e di cattivo, quale è la più gran parte delle umane, si ha da computare e pesare esattamente
e l’uno e l’altro; e sottraendo il minore dal maggiore, conoscere quale supera, e di quanto. Il pane è
utile, ma non è utile farselo tirar sul muso; l’acqua è necessaria non che utile, ma all’idropico è
pestifera e letale. È adunque l’utile d’una cosa misurato principalmente dall’uso e dalle circostanze
della cosa a cui si applica; né quando uno se n’abusasse, o malamente e sconciamente
l’adoperasse, acquista la cosa nome di dannosa, ma l’uomo si manifesta o stolido o pernicioso.
Perciò quell’autore che ha dimostrato l’alzamento assolutamente considerato essere pernicioso ed
ingiusto, perché aggravava i popoli e gl’impoveriva, senza cercare se in que’ tempi in cui sarebbe
necessario per loro bene aggravar di dazi i popoli, e manca ogni via da riscuotergli, sarebbe per
essere utile allo stato; sebbene abbia ripieno il suo trattato di profondi studi, quanto nello stato
prospero è poco necessario, tanto nello stato misero e combattuto sarebbe poco riguardato: ed il
cattivo principe non lo leggerebbe, il buono non ne trarrebbe giovamento.
Ora venendo ad enumerare le conseguenze dannose dell’alzamento, come sono da questi autori
dette, la prima e la più grande è che il principe per un istantaneo guadagno perda per sempre
grossa parte delle sue rendite, e riceva danno grandissimo rendendo a’ popoli libero il poter rendere
a lui quel pagamento in apparenza eguale, in realità minore, ch’egli fece loro imprima. Questa
scoperta pare ad essi quanto ingegnosa, altrettanto sublime: ed io non conosco scrittore alcuno che
nell’inganno di questa falsa sembianza di verità non sia caduto. Il Davanzati crede dimostrare che
cott’alzamento ((si scemano le facoltà de’ privati, e l’entrate pubbliche ancora; perché quel che
guadagnano col peggioramento una volta i principi, lo perdono quantunque volte le loro entrate
riscuotono in moneta peggiore)). In questo istesso dà dentro e il Muratori e il francese du Tot, e,
quel che mi sembra più strano, l’abbate di S. Pietro, che di tutta la scienza delle monete questo solo
punto con infelice successo ha discorso. Memorabile esempio di quanto possa operare anche nelle
menti illuminate il desio d’applaudire alla moltitudine, e la voglia pur troppo generale di biasimare e
d’insultare alle operazioni sempre venerabili delle supreme potestà; e di que’ consigli, de’ quali non
s’è potuto essere autore, volerne divenire censore.
Io voglio adunque dar da ridere a’ miei lettori colla sola enumerazione delle patenti falsità dell’utile
scoperta, che ci si addita, della diminuzione delle pubbliche rendite. Dirò imprima però, che
quantunque il bene del giusto principe sia indivisibilmente quello del suo popolo, né l’uno dall’altro si
possa o si convenga neppur col pensiero distinguere; pure io in ciò che son per dire mi accorderòalla maniera di parlare di questi scrittori, che oppongono scioccamente l’uno all’altro, ed a’ principi
talora han soluto sceleratamente dare il nome di lupi. Ora venendo al proposito, io non so capire
come in tal linguaggio possa esservi statuto che impoverisca il principe, impoverisca il popolo, e non
mandi danaro fuori. È dimostrato che l’alzamento, quando non contiene falsa proporzione, non
produce stravasamento di denaro: se dunque, come essi dicono, l’alzamento è calamitoso al popolo
ed al sovrano, il denaro ove va? Sarebbe egli mai questo quell’annientarsi a cui repugna l’ordine
della natura? Essi chiamano bene del sovrano l’arricchirsi di quanto si toglie a’ sudditi, e ciò dicono
cagionarsi dall’alzamento; soggiungono che il principe non s’arricchisce. Dunque né egli ha bene,
né il suddito ha male: se perde in un tempo, si rinfranca nell’altro. Dunque alla peggio l’alzamento
non è altro che infruttuoso; o se egli è dannoso al sovrano, è utile al popolo suo, cui scema il
pagamento. E certo se le rendite pubbliche altro non sono che i tributi, scemarsi queste vuol dire
alleggerirsi i tributi. E si può dir cosa più strana, che si ribellino i popoli, che si dolgano gli scrittori ed
insultino il sovrano per essersi alleggeriti i dazi da lui? Né è vero che le rendite de’ sudditi non
crescano; mentre essi stessi dicono che i prezzi delle cose rincarano, e i venditori sono sudditi. Si
può udire cosa più incredibile che un suddito prenda tanta cura, faccia tanto schiamazzo, perché il
sovrano gli diminuisce il dazio? Io credo non esservi esempio d’uno zelo di sudditi così singolare.
Ma rivolgendoci per l’altra parte, si può dire più atroce ingiuria ad un principe virtuoso, che chiamar
suo danno la diminuzione delle sue rendite, cioè de’ tributi del popolo a lui così caro? E qual altra
cura maggiore ha un principe giusto, che quella di diminuire sempre ed impiccolire le sue rendite,
togliendo i pesi pubblici? E se egli nol fa sempre, è perché le sue spese sono confacenti troppo al
bene dello stato. Sempre però mal ragiona chi crede essere utilità del principe sostenere i medesimi
tributi, non che l’andargli sempre accrescendo. La misura dell’utilità del principe è l’utilità del suo
popolo; e quando il popolo richiede alleviamento, è ricchezza al principe il suo impoverire.
Non finiscono qui le false riflessioni sull’alzamento; come quelle che essendo profferite da persone
niente intelligenti delle cose politiche, per qualunque lato si riguardino sono ripiene d’errore. Io ho
dimostrato che la diminuzione dell’entrate regie non si può sempre dir danno, né assolutamente
sconsigliarsi; ora dimostrerò che è falso essere l’alzamento seguito da minore entrata. È errore
grandissimo e per le funeste conseguenze, e per la numerosità di chi ci vive dentro, credere che un
dazio fruttifichi sempre più se più s’aggrava, meno se si alleggerisce; avendo l’esperienza infinite
volte dimostrato in tutti i regni che un genere di necessità non assoluta, aggravatosene il dazio, si è
dismesso dall’uso umano, onde si è perduto quel dazio che si credeva aumentare. Se alle porte
della nostra città si ponesse che dopo due ore della notte chiunque vuol passare paghi un baiocco,
potrebbe questo dazio rendere 100 mila ducati; se si avesse a pagare un ducato, nemmeno mille se
ne trarrebbero. La ragione è chiara abbastanza: e questo è uguale in tutti i dazi. Se adunque,
secondo quel che questi scrittori stessi confessano, le merci rincariscono, ciò che il contadino riceve
sarà più di prima; ciò ch’egli paga, se l’entrate regie diminuiscono, sarà meno: dunque ne ha da
seguire che più facilmente e’ pagherà. Se i contadini sono, incomparabilmente agli altri, la più gran
parte dello stato, se il loro pagare senza soffrire violenta esecuzione è la salute dello stato e la
maggiore utilità del sovrano (le quali cose sono tutte stabilite per basi fondamentali da essi), come
non ne abbia a seguire maggior frutto de’ tributi dall’alzamento io non giungo a concepirlo. Sicché
sono questi scrittori per quattro capi colpevoli: contro al popolo, perché chiamano danno l’alleviarlo
da’ tributi e ne distolgono con ogni forza il principe; contro al principe, poiché di lui altra opinione
non hanno che di tiranno, e credono mettergli paura quando gli predicono diminuzione di rendite;
contro a sé medesimi, che essendo nati sudditi biasimano il principe del bene ch’egli vuol far loro, e
l’offendono riprendendo quella operazione che a loro pro è ordinata; contro al vero, mentre, come è
falso che la diminuzione delle rendite pubbliche sia sempre danno, così è falso che ella siegua
sempre l’alzamento. Tanto è pericolosa cosa trattare quella materia di cui né per lunga pratica di
grandi affari, né per profonda meditazione si ha cognizione veruna.
Più strana mi sembra l’opinione d’un altro danno che si vuole doversi produrre dall’alzamento; ed
egli è che i popoli divenendo più poveri non potranno che a grande stento pagare, e mal
pagheranno i tributi. Opinione falsa, e per chi la propala vergognosa: perché se ne adduce per
ragione che l’alzamento fa rincarare i generi tutti; onde vengono due effetti, l’uno che molti se
n’astengono dal comprargli, e così i dazi postivi sopra rendono meno; l’ altro che i popoli divenendo
più poveri pagano con maggiore difficoltà. Ma a conoscere la falsità di tali pensieri basta ricordarsi
quel ch’è certo, ed io ho dimostrato di sopra, essere l’alzamento mutazione di voci e non di cose.Tutti i suoi effetti adunque hanno ad essere di voci, e non di cose: di voce rincariscono le merci, di
voce impoveriscono i sudditi. Se da questa ideale povertà ne possa nascere cattivo pagamento, lo
vede ognuno. Il solo effetto reale che fa l’alzamento è il liberare il debitore di alcuna somma
anteriore alla mutazione de’ prezzi della moneta, dal dover restituire quell’istesso che egli ebbe; ma
una tale mutazione, siccome è fra due ugualmente sudditi, non può produrre minore entrata allo
stato. Il principe, che è di tutti il maggior debitore, anche egli si disobbliga; e se per questa via egli
rende alcuno povero, non si può dire che questo gli dia perdita, ma al più non gli darà guadagno;
diminuendosi il frutto de’ tributi di tanto, di quanto si diminuisce il debito: e sempre sarà falsa tema
di perdita questa che si predice. Il solo autore del Saggio sul commercio, uomo e per l’acutezza
dell’ingegno e per la sperienza delle cose umane a tutti di gran lunga superiore, è stato quello che
ha conosciuta tale verità, e non ha temuto contro alla corrente sostenerla. Egli crede che
l’alzamento è di sollievo al contadino: e che così veramente sia, in appresso io lo verrò a
dimostrare.
In terzo luogo si dice che il principe, diminuendo le rendite sue, non può diminuire le spese;
essendo anzi costretto ad alzare i soldi de’ ministri suoi, e a pagar care le merci proprie, e molto più
le straniere, delle quali sempre non è piccolo il bisogno o l’assuefazione all’uso: le quali cose chi le
dice mostra non avere sperienza del corso naturale degli effetti prodotti dall’ alzamento; perciò è
bene ch’io gli spieghi. In due stati si può considerare l’alzamento; prima della mutazione de’ prezzi
delle cose, e dopo.
Fatto un alzamento, non subito variano i prezzi delle merci per adattarsi alle nuove misure, ma
lentamente e di grado ìn grado, tale essendo, secondo di sopra ho detto, la disposizione delle menti
umane. Tutto l’effetto dell’alzamento sta in questo spazio che corre tra la mutazione fatta dal
principe e quella del popolo; seguita la quale, la prima svanisce e rimane annullata. Il corso che
tengono queste mutazioni ad avvenire è il seguente.
Fa un principe una mutazione di voci alle monete: in apparenza egli non si mostra minor debitore di
prima, pagando con voci simili se non con moneta eguale: in realità egli, senza accrescer rendite,
diminuisce il debito. Quindi è che tutto il danno dell’alzamento va a cadere imprima su coloro che
hanno soldo da lui; ma costoro non se ne sentono, trovando a comprare lo stesso di prima: e se
questa mutazione seguisse in un’isola separata da ogni straniero commercio, sarebbe lentissima la
mutazione dell’ antiche idee, e forse piuttosto si muterebbe la naturale idea di valore de’ metalli. Ma
il commercio fa che il primo a variare è il cambio, il termometro degli stati; e se questo non si
cambiasse, l’uno stato si beverebbe il denaro dell’altro. Mutato il cambio, subito il prezzo delle merci
straniere si muta; perché poniamo che un mercatante abbia comprata in un paese una merce per
un’oncia d’argento, e la porti in un altro ove il ducato pesava un’oncia, ma poi fatto un alzamento
non pesa più di 4/5 dell’oncia. Certamente costui non può dare per un ducato la mercanzia;
dappoiché il cambio, che s’è già posto sul vero, lo fa trovare al suo ritorno padrone di 4/5, e non
d’un’oncia d’argento. Rincarite le merci straniere, coloro che non possono più comprarle cercano
trar profitto dalle rendite loro, che sono le produzioni natie del luogo, e le vendono più care non
meno a’ cittadini che agli stranieri. Agli stranieri non pare più caro il prezzo per la mutazione de’
cambi, e perché resta lo stesso peso di metallo; come a dire, vaglia in un paese un’oncia d’argento
uno scudo, in un altro un ducato; se in questo si muta il prezzo al ducato d’una 10ma parte, il
cambio che era di 100 scudi per 100 ducati si fa di 100 a 110; mutazione d’apparenza, non di verità.
Chi dunque viene di fuori a comprar quel che prima valea 100 ducati, e lo trova valer 110, non ne
prende cura nessuna sempre che alla sua patria riceve i suoi 100 scudi.
Ma a’ cittadini l’incarimento muove gravi doglianze: né si può dire che sieno giuste, né che nol
sieno; ma convien chiamarle erronee. Non sono giuste, essendo falso incarimento, quando il
venditore sotto qualunque nome chiede lo stesso peso di metallo: non ingiuste, perché pagandosi i
crediti e i salari in moneta che solo in nome è la stessa di prima, è cosa dura il dover comprare
coll’antico peso e con mutazione di prezzi, per coloro che riscuotono l’istesso prezzo e non lo stesso
peso. Sono sì bene erronee querele; mentre l’inganno delle voci fa che del vero male, che è la
diminuzione delle mercedi, non si dolgono, del falso si querelano.In tale stato di lamenti, ognuno per consolarsene alza il prezzo a quello ch’egli ha da vendere o
affittare, case, terre, mobili; e mentre questa classe di gente si ristora, torna il danno onde prima
cominciò, cioè su’ salariati dal principe, i quali continuando ad aver lo stesso soldo, non ne traggono
le stesse comodità. Le querele di costoro costringono il principe alla fine ad alzar le paghe; onde è
che tutto. ricade finalmente sul sovrano. Quale è dunque l’utile dell’alzamento? Questo appunto,
che per sentirne danno il principe, si richiede un giro che non si fa repentinamente. Or siccome
l’alzamento s’ha da far solo negli estremi mali, un rimedio che apporti tardo danno è buono: perché,
non potendo i mali insoffribili durare, prima che l’incommodo della mutazione ritorni sul re, o lo stato
si sana, ed è facile la medicina, bastando accrescere i tributi secondo la mutazione, sicché restino
eguali a’ primi secondo il peso de’ metalli, ed allora tutto è come se mai non si fosse fatto, e solo le
idee e i nomi restano senza nocumento mutate; o lo stato muore e si distrugge, e non conviene
pentirsi d’averlo con ogni estrema arte curato; ma conoscendo essere venuto il termine di quella vita
che a tutte le umane cose la Provvidenza prescrive, resta solo accompagnarlo decentemente alla
sepoltura.
Sicché ritornando al proposito, è falso che il principe abbia necessità d’alzar le paghe subito dopo
l’alzamento, mavi corre molto tempo. Non faccia poi spavento questo accrescer de’ tributi, essendo
solo di voce e per emendare l’alzamento, che in sé stesso consìderato è un dono d’una parte de’
dazi: dono necessario e vantaggioso, quando la grave infermità dello stato, divenuto inetto all’antico
peso, lo dimanda.
Quanto alla compra delle merci straniere, negli stati fruttiferi è poca e poco necessaria; quanto è
minore, tanto è più desiderabile; e mai non assorbisce tutto il guadagno d’un alzamento. Voglio
anche avvertire che negli stati ove il principe è libero ad imporre i tributi, niuna operazione può
minorarglieli, fuorché quella che gli toglie tal potestà; non dovendo egli regolare la spesa sulle
rendite, ma queste sopra quella, la quale, quando egli è giusto, si sforzerà che sia, il più che si
possa, minore.
V’è chi più ingegnoso crede dir molto col dire che l’alzamento è una violenza fatta alla natura: il che
siccome è verissimo, così non rileva punto. Di tutte le violenze che si possono fare alla natura, la
maggiore è la morte d’un uomo; né v’è cosa che sembri più assurda quanto che il ministro del bene
cagioni il massimo de’ mali a colui su di cui egli non per altro ha autorità che per renderlo felice; e
pure ella è talvolta giustizia. Lo stesso è dell’alzamento.
In ultimo s’oppone che l’ alzamento è tirannico ed ingiusto; e questa opposizione (perché negli animi
di chi regge, niente ha da aver più forza della virtù), questa opposizione, io dico, è la maggiore. Così
fusse ella vera tanto, come ella è grande. Ma se noi riguarderemo bene le sue ingiustizie (che
certamente alcune troveremo esserne in esso) conosceremo che non bastano a far che mai non si
possa fare. Le ingiustizie sono: I. Che aggrava i sudditi, e nuoce loro molto, non pagandosi il
convenuto. II. Che diminuisce i soldi. III. Che toglie ad uno ed accresce ad un altro, senza merito di
questi, senza colpa di quegli. IV. Che macchia il più prezioso tesoro del principe, LA FEDE, la quale
se non è reciproca, non dura. Esaminiamole una per una, cominciando dalla prima.
È falsa locuzione ed indegna di qualunque è nato non dico suddito, ma uomo, il chiamare
assolutamente ingiusti gli aggravi e le diminuzioni delle rendite private, che altro non sono che i dazi
ed i tributi. Se noi non siamo simili in tutto agl’Irochesi dell’America ed agli Ottentotti dell’Africa, a
questi aggravi appunto ne siamo debitori. Similmente, uno stato non si salva dalle calamità, se non
col nuocersi a molti uomini, i quali avendo goduto dell’infinito benefizio della società umana, è
giusto che si sagrifichino per lei. A dir dunque che l’alzamento è un dazio, non si dice cosa nuova; a
dire che perciò è ingiusto, non si dice cosa savia; a dire che non s’ha da fare senza bisogno, non si
dice niente di raro e stupendo: e sotto un governo giusto, come siamo noi ora, dire che l’aìzamento
non è opportuno è fatica tanto perduta, quanto il dimostrare che non è tempo di diroccare chiese, di
devastar campagne, di uccidere innocenti, di prender danaro da’ Banchi. Fa ingiuria alla virtù del
principe la supposizione sola di ciò. Ma se ne’ rischi di grave e giusta guerra si volesse dissuadere il
governo dal fare un accampamento in terreni culti; una torre in un sito eminente, ove la divozione
avea inalzata una chiesa che conviene atterrare; esporvi i più fedeli sudditi a’ perigli, con argentopreso da’ Banchi o dalle sacre suppellettili, sarebbe impresa giudiziosa? Come è inutile l’una, così
l’altra è biasimevole.
Sotto un governo ingiusto poi, se è sensato il timore d’un importuno alzamento, è stolto il rimedio
che con trattati impressi e scritture non lette neppure dal principe, non che rispettate, gli si volesse
apportare. Conviene solamente ((bonos imperatores voto expetere, qualescumque tolerare)).
Dolersi che il principe non paghi il convenuto anche è irragionevole; perché o egli non vuole, o non
può pagare. Se non vuole, ha mille modi, oltre all’alzamento, da non pagare: se non può, è cosa
sciocca che i suoi sudditi vogliano ad ogni modo esser pagati da lui. S’egli non ha niente
privatamente suo, ed è sua solo la suprema autorità sulle robe e sulle vite, pagando fa un circolo
vizioso e inutile, mentre rende a’ sudditi le loro robe istesse. V’è questo solo divario, che prende da
tutti, e dà a pochi più meritevoli degli altri. Ma se i creditori del principe fossero i più agiati, sarebbe
molto ingiusto togliere a’ più poveri per dare a’ meno bisognosi. Nelle congiunture calamitose
avviene appunto che chi non serve al principe, quali sono i contadini e i bassi artigiani,
s’impoverisce. Dunque è degno di commendazione il principe se paga meno del convenuto, e se
diminuisce i soldi quando, non avendo più denaro, conosce non essere spediente dissanguare
l’infelice contadino desolato dalla barbarie delle guerre, per soddisfare appieno il ricchissimo
finanziere. Onde si conosce con quanta contradizione parlino quegli scrittori che ostentando rigide
massime gridano contro a’ grossi salari, e di tali spese ragionano come di tanto sangue tratto a’ nudi
ed affamati agricoltori; biasimano poi l’alzamento, e quel ch’è più meraviglioso, conoscono esser
esso la medicina di quel male.
Da quanto s’è fin qui detto, diviene manifesto quel che si convenga giudicare dell’altro male, cioè
che si tolga ad uno per dare, ad un altro. In voci assolute una tal sentenza è degna di detestazione,
poiché ella è la definizione appunto della tirannia; la quale è ((quello stato di governo, comunque
siesi o di molti, o di pochi, o d’un solo, in cui hanno ingiusta distribuzione i premi e le pene)). Ma se
coloro a’ quali si toglie sono meno bisognosi di quelli a cui si dà, è giusta l’operazione; non
risultandone altro, se non che i pesi dello stato sono portati, come è dovere, da que’ che il possono;
i quali non solo pagano il principe, ma rifanno a’ più poveri il danno dell’imposizione generale. E che
ciò nell’alzamento avvenga, si dimostrerà di qui a poco.
In ultimo non vacilla la fede regia per un alzamento, fuorché i quando è inopportuno. Il mancare alle
promesse quando è forza di necessità, non toglie fede, ma accresce compassione; come nella
Repubblica genovese abbiamo, non è molti anni, veduto avvenire. Agli uomini non danno sospetto
le disgrazie che procedono da cause naturali, ma sì bene i vizi e la mala fede, se non possano
esser frenate o da timore interessato, o da autorità superiore. Sia il principe giusto, e si avrà fede in
lui. Faccia l’alzamento quando è necessario, e niuno se ne lamenterà. Non paghi quando non può,
e il non poterlo non è sua colpa, ed e’ ne sarà compatito più, e con maggior fervore d’animi
soccorso.
Mi nasce un timore nell’animo, che molti potrebbero credere aver gli altri a differenza mia avuto in
mente discorrere dell’alzamento, quando egli è fatto senza necessità. Se essi, che io nol credo,
avessero così pensato, sarebbero perciò vieppiù biasimevoli: perché niun medico scrivendo della
virtù de’ medicamenti ne dirà sul supposto che sieno dati a’ sani: né i giurisperiti trattano delle pene
a cui con ingiustizia si condannano gl’innocenti. Non è degno di chi si gloria scrivere accuratamente
d’una cosa, supporre sempre ch’ ella sia amministrata fuori di tempo e di ragione; né quando ciò si
volesse supporre, vi si può fare un libro; poiché in due versi soli si dice tutto. È sentenza che non
soffre eccezione, tutto quello che è fatto sconciamente ed inopportunamente esser cattivo: e quel
botanico che volesse discorrere delle virtù de’ semplicil così amministrate, terminerebbe il libro alla
prima facciata.
Danni falsi del popolo.Dirò ora brevemente de’ danni che si dicono venire al popolo dall’alzamento; mentre a lungo ne
disputerò nel capo seguente.
In primo si vuole che sia un dazio; il che è impropriamente detto, perciocché i dazi sono uno
smembramento delle ricchezze di molti concittadini, che unite compongono quella che è detta forza
dello stato. I biglietti regi sono uno sforzo fatto dallo stato sopra la somma de’ dazi, e sono perciò un
dazio anticipatamente preso. L’alzamento è un fallimento di questo debito. Sicché egli non è dazio,
ma un rimedio per non accrescerne e pagare nel tempo stesso quei debiti, o sia quell’uso di forze
non reali, tempo prima fatto. Conviene perciò affliggersi de’ debiti contratti per spese esorbitanti,
non della estinzione di essi, che ad ogni costo si ha da fare, e che coll’alzamento si ottiene.
E che l’alzamento non sia dazio, siegue da quell’istesso che tali scrittori predicono al principe, che le
sue rendite sbasseranno. Or non si può udir cosa più sciocca, che sia dazio ciò che scema i dazi.
Né giova dire che ciò è in due tempi diversi; essendoché l’alzamento in sulla prima è in danno del
popolo, e poi del re; mentre qual è quel popolo a cui per un perpetuo sollievo non basti l’animo di
tollerare un momentaneo dolore?
Ma dato che l’ alzamento sia un dazio: sono dunque i dazi un male? È questa sentenza egualmente
stolta, come l’altra di pocanzi, che il porgli sia ingiusto. La loro ingiustizia e malignità proviene da
circostanze particolari, né riguarda la loro natura.
In secondo si dice che s’impoverisce lo stato. Ciò è detto da tutti ad una voce, senza che possa
intendersi da alcuno. Le ricchezze d’uno stato sono, come altrove ho detto, le terre, le case, gli
uomini e il danaro. L’alzamento non devasta i campi, non atterra le case, non uccide gli uomini:
dunque se non offende la moneta, non può certo generar povertà. Ma alla moneta non nuoce
cacciandola, non dandola in mano al principe; giacché secondo i loro detti al principe s’impiccolisce
la rendita: dunque come si ha egli a impoverire? Il solo effetto suo è diminuire la quantità di danaro
che circola tra i sudditi e il principe, pagata dagli uni, spesa dall’altro: ma ciò quando è poca la
moneta è utile grande e singolare. Quando un fiume per la poca acqua non è navigabile, se gli
rallenta il corso, e si vede divenir gonfio e maestoso. Se i canali del commercio languono inariditi di
moneta, togliete i circuiti lunghi ed inutili, sicché la moneta cammini con minor fretta, e gli vedrete
tosto riempiuti.
In terzo si dice che le merci proprie rincariscono. Ma non se ne paga già il prezzo a’ forestieri.
In quarto, che le straniere rincarano. Meno danaro dunque va fuori, meno si spossa uno stato, più
merci e manifatture proprie sopravanzano da vendere agli stranieri. L’economia degli stati è appunto
che si venda più del comprato, o sia che più si estragga che non s’immetta. E se ciò è utile sempre,
e negli stati ben governati (come poco fa fece Benedetto XIV pontefice ripieno di vero amore al suo
stato, e degno di tempi migliori) levasi ogni dazio all’ estrazione delle merci natie, fuorché delle non
lavorate; e pongonsi sulla immissione delle estranie, fuorché de’ materiali da lavoro: chi mai si
persuaderà esser danno d’un principato il rincarare i generi stranieri in tempi stretti ed angustiati?
In quinto, che il principe paga meno. Se n’è disputato di sopra.
L’abbate di S. Pietro aggiunge la sesta ragione, che è una delle quattro da lui enumerate, ed è che il
commercio s’interrompe durante l’aspettazione d’un alzamento, per la speme di vender più caro.
Pensiero che al pari degli altri tre è tutto falso. Fatto un alzamento, il mercante o vende a’ prezzi
antichi, ed ha peggior condizione di monete, o alza il prezzo, ed ha maggior numero di monete, ma
egual peso di metallo, e così non migliora. Dunque non gli giova aspettare. Passiamo da tanti
pensieri falsi una volta a’ veri.Veri danni che produce un alzamento.
Sempre che il diminuire i salari a’ ministri del principe è inutile e pernicioso, sarà inutile e pernicioso
e perciò ingiusto l’alzamento.
Ne’ tempi prosperi l’alzamento è d’aggravio a’ poveri, siccome ne’ calamitosi è di sollievo. Il signor
Melun, che ha meglio d’ogni altro discorsa questa materia, è inciampato in un sillogismo che gli
mostrava l’utilità dell’alzamento, di cui l’inganno è così impercettibile che quasi non si ravvisa. Egli
ha ragionato così. L’alzamento giova al debitore, nuoce al creditore: or i debitori son sempre più
poveri: dunque l’alzamento è di sollievo al povero. L’inganno sta in questo, che ricco è ((colui il
quale ha modo di poter godere delle altrui fatiche senza dover prestare una equivalente fatica in
atto; avendo presso di sé le fatiche sue, o da’ suoi maggiori fatte prima, e convertite in danaro)).
Perciò è ricco chi ha molto danaro, ed è creditore delle fatiche: il povero non ha danaro, ma n’è
creditore sul ricco mediante la sua fatica, ch’ egli a lui deve. Sicché stando sull’opposte bilance il
danaro e le fatiche, il ricco è il debitor del danaro, il povero il creditore. Or l’alzamento giova non al
debitore delle fatiche, ma a quel del danaro; dunque giova al ricco, facendo che con maggior fatica
s’abbia ad acquistare lo stesso vero valor di metallo. (Io qui parlo dell’alzamento prima della
mutazione de’ prezzi delle fatiche, seguendo la quale egli è distrutto). Sicché egli è ingiusto, giacché
arricchisce il ricco, ed aggrava di peso il povero.
Ma quando lo stato è travagliato, il principe, che per essere la più ricca persona è il maggior
debitore di danaro, diviene povero di danaro; e perciò gli giova l’alzamento a farlo restar creditore
delle medesime fatiche da’ ministri, non ostante ch’ei non soddisfi lo stesso debito di mercede.
All’utilità del principe, che è il centro della società, dovendo cedere quella d’ognuno, ancorché
restasse aggravato il povero, non converrebbe dolersene. Ma il fatto è che il povero ne trae sollievo,
non assolutamente (come ha creduto il Melun), ma relativamente, in quanto del nuovo peso tocca a
lui la minor parte. Imperciocché tutto quel risparmio che fa il principe su i suoi ministri, non possono
questi farlo sugli altri, che alzano subito il prezzo alle loro fatiche; onde conviene loro tollerar
qualche perdita per la moneta cambiata. Coloro a’ quali la danno, anche essi perdono, e così di
grado in grado la perdita si distribuisce sopra tutti, finché perviene a’ contadini; da’ quali nel nuovo
pagamento de’ pubblici pesi è renduta al principe. Or poiché, nel circolo delle spese che fa il
principe, egli è in una estrema punta, e nell’altra i contadini, e in quello dell’introito subito da’
contadini si passa al principe; ne siegue che ne’ risparmi di spese il minor danno è de’ contadini;
nella diminuzione de’ dazi il maggior utile è loro. Ambedue cotesti effetti ha l’alzamento delle
monete con sé, quando egli è fatto nelle strettezze de’ bisogni: e a dar di ciò una immagine viva, si
può considerare quel moto che fanno le acque d’un pozzo percosse da una pietra cadutavi nel
mezzo, che di quanto ho detto è la similitude più naturale.
L’altro errore in cui cade il Melun è simile al primo, concludendo un suo discorso così: ((L’alzamento
delle monete per guadagnare il dritto della zecca è pernicioso; per sollevare il contadino aggravato
dall’imposizione è necessario)). Assolutamente profferita questa necessità è falsa; mentre in vece di
sminuire l’intrinseco valore de’ dazi, è meglio toglierli. Un re di Francia che riscuota 200 milioni di
lire sul suo popolo, perché mai volendo sollevarlo da tanto peso ha da far che mutata la moneta,
200 milioni corrispondano a soli 150 milioni antichi, e non più tosto annullare 50 milioni di dazi?
Voler udire la medesima grandiosità di numero, ma di cose mutate, è ridicola vanità. Allora dunque
è necessario l’alzamento, quando da una parte è forza alleggerire il peso, dall’altra non si può
palesemente farlo: e che questo caso avvenga molte volte, pare che dovesse esser noto al Melun,
che ha dato a risolvere questo problema non meno grande e serio che malagevole e scabroso.
Chiede egli, ((quando l’imposizione necessaria a pagare i pesi dello stato è divenuta tale che i
debitori d’ essa, con tutto il rigore delle esecuzioni militari, non hanno assolutamente modo da
pagarla, che convien fare al legislatore?)). Niuno di que’ che si sono creduti capaci di rispondere al
Melun ha posto mano alla risoluzione d’un quesito il quale, sebbene sia molte volte avvenuto, si può
dire che nemmeno in pratica sia stato ancora con ferma e considerata ragione risoluto: avendo nelle
grandi calamità e nelle somme perturbazioni piccola parte il senno sulle azioni. Io credo ch’ei si
debba risolvere così. Quel che non si può avere, non bisogna richiederlo neppure; mentre ilrichiederlo violentemente non dà modo da acquistare nemmeno quel poco che si potrebbe.
S’oppone a ciò la necessità delle spese: a queste dunque convien supplire o con consumare le
imposizioni degli anni avvenire, e questi sono i biglietti di stato, le azioni, e que’ che noi diciamo
arrendamenti; o con minorare le spese, e questo è l’alzamento. Se la tempesta mostra esser sul
fine, è migliore l’alzamento; mentre quando il danno di lui ritorna sul principe, tutto è già in calma: se
le onde sono senza speranza di vicina quiete agitate, è miglior consiglio l’altro; e quando amendue
non bastano v’è la servitù; la quale (come lo dimostrò Sagunto, Cartagine e Gerusalemme) è
migliore d’una infelice e disperata difesa, creduta solo dagli oratori gloriosa, perché essi hanno, a
causa della vicinanza loro, confuso l’eroismo colla pazzia.
È adunque necessario l’alzamento quando si vuol minorare la spesa; ma per la necessità delle
guerre non si può palesemente dimostrarlo, per non disgustare e sollevar le milizie e i magistrati,
impiccolendo i soldi.
Finalmente anche è un male dell’alzamento la minorazione de’ censi e delle rendite pecuniarie; il
quale però, come io dimostrerò al lib. V, è male piccolo, e talvolta anche è bene.
Vere utilità dell’ alzamento.
Tutto quanto ha di buono in sé l’alzamento, e di cui così prolissamente tanti con diversità d’opinioni
ragionano, fu dalla prudenza romana, ancorché in tempi barbari, conosciuto; ed è da Plinio scrittore
gravissimo raccolto in due versi soli. ((Librae autem pondus aeris imminutum bello punico primo,
CUM IMPENSIS RESPUBLICA NON SUFFICERET; constitutumque, ut asses sextantario pondere
ferirentur. ITA QUINQUE PARTES FACTAE LUCRI, DISSOLUTUMQUE AES ALIENUM)). Ecco le
tre grandi utilità: soccorrere a’ gravi bisogni, risparmiar sulle spese, saldare i debiti.
È manifesta pruova della prima utilità, che niuno di tanti disapprovatori dell’alzamento ha mai saputo
proporre un migliore espediente. I debiti pubblici detti fra noi arrendamenti, quando lo stato fosse
già impoverito, sono assai peggiori, come al libro V dimostrerò. La creazione de’ biglietti di stato è
men cattiva dell’altro, e su di lei discorrerò al libro IV. Ora dico solo che chiunque ha biasimato
l’alzamento, ha gridato più forte assai contro i biglietti. Adunque non essendo mai cattivo quel che
non ha vicino un migliore, l’alzamento è buono a soccorrere le pubbliche necessità.
Maggiormente cresce l’utilità dell’alzamento, perché egli giova non con aumentare l’imposizione, ma
con diminuire la spesa; e siccome la massima che dovrebbe esser sempre avanti gli occhi de’
principi è questa, che ((parcimonia magnum est vectigal)), così è da credersi ottimo quel mezzo che
per una parte scema il peso de’ tributi e gli rende più fruttiferi col pagamento facilitato, per l’altra
riseca le spese; le quali nelle calamità delle guerre non solo sono grandissime, ma per lo più fatte
con soverchia prodigalità. Dall’economia del principe siegue quella delle persone più agiate e ricche
che sono d’intorno a lui; le quali non solo hanno minor salario, ma minor pagamento da’ loro
affittuari e debitori: e così il povero resta doppiamente sollevato e del regio dazio, e delle private
assai più crudeli esazioni. E quantunque ciò possa parere ingiusto, egli non l’è: mentre la privata
ingiustizia, che dalla pubblica utilità maggiore è seguita, cessa d’essere ingiustizia, e diviene
necessità e ragione.
E quindi è la terza utilità del pagamento de’ debiti non meno grande rispetto a’ debiti dello stato, che
a que’ de’ privati co’ privati. Quanto al primo, ella è cosa verissima niente esser di più nocumento
quanto il sospendersi i pagamenti del principe: perché sospesi i suoi, i creditori di lui sospendono i
loro; e così tutto l’oriuolo resta immobile in ogni sua ruota. Se rigirano i loro debiti su quello del
principe, ecco nati inaspettatamente i biglietti di stato. Onde conviene accordarsi in questo, che o il
principe ha da fallire palesemente, o mostrar di pagare per intiero, ancorché paghi meno cose reali.
E sebbene sia male che i ministri dello stato e que’ che per esso si sagrificano sieno mal pagati,
pure si può per consolarsene avvertire che costoro sono i più ricchi, e che quanto più durano le
agitazioni dello stato, tanto arricchiscono più.E da ciò si conosce quanto sia falso l’assunto dell’abbate di S. Pietro, e quanto ne sia frivola la
dimostrazione. Egli vuol provare che l’alzamento di tutti ((è il più ingiusto, sproporzionato e gravoso
tributo)). Lo dimostra dicendo ((che in un alzamento colui che ha censi perpetui e rendite ìn moneta
fisse ne perde una gran parte: minor perdita è quella di chi ha dato in affitto, perché finito il tempo,
egli lo cambierà: niuna ne sente chi tiene l’affitto, anzi v’ha guadagno vendendo a prezzo
maggiore)). Quindi conclude: ((E si può immaginar sussidio peggiore di quello che è pagato solo da
un terzo de’ sudditi, e da altri per cinque o sei anni, da altri per sempre?)). Se l’altre molte opere non
acquistassero a sì grand’uomo le stima ch’ei merita, questo raziocinio potria mostrarci ch’ei non
sapesse qual tributo sia ingiusto. Dovendosi in un luogo edificar le mura da’ cittadini, sarebbe giusto
o ingiusto esentar dall’opra le vergini, i bambini, i vecchi e gl’infermi, e farne portar il peso a un terzo
solo degli abitanti? È giusto quel dazio che cade non sopra tutti egualmente, ma sulle spalle più
forti. Or le persone che hanno censi e rendite fisse, sono gli antichi signori, i luoghi pii ricchissimi e
le opulenti chiese e monasteri: né si pagano censi enfiteutici a’ contadini. Coloro che danno in affitto
sono non solo i comodi, ma i poltroni e neghittosi, tanto più degni di pagare, quanto senza
accrescere le ricchezze dello stato consumano non solo le proprie, ma le straniere ancora. Né
bisogna stare a chiamare in soccorso e a spaurirci colle tenere voci d’orfani, vedove, vergini e
pupilli; poiché questi sono pochi assai. Il vero orfano, il vero povero è il contadino industrioso,
l’artigiano, il marinaro e il mercatante. Di costoro s’ha da aver compassione; ed essi sono quelli che
essendo soliti pigliare in affitto guadagnano nell’alzamento.
Così è caduto in errore un uomo d’ingegno grande ed acutissimo, trattovi dalle querele e
dall’aspetto miserabile della Francia a’ suoi dì, e dall’impetuosa voglia ch’egli avea d’apporre
sempre alla fine de’ suoi discorsi quelle voci venerabili: Quod erat demonstrandum. Voci che
essendo state da’ matematici consecrate alla verità, dovrebbe esser vietato che altri in scienze
inculte ancora ed ignote abusandone le profanasse.
Quanto a’ debiti tra privati e privati, confesso imprima che è giusto non diminuirgli: ma è necessario
insieme sapere come il maggior male delle guerre non è l’impoverirsi il popolo, ma lo stravasare il
denaro, e raccogliersi tutto in mano di pochi. Male gravissimo, su cui discorrerò al libro seguente.
Da questo male, che nasce da un disequilibrio nella costituzione del governo, fu afflitta l’antica
Roma, e ne vennero quelle liberazioni de’ debitori che paiono ingiuste, ma non lo erano: poiché ne’
corpi che contraggono indigestioni e replezioni, le purghe violenti hanno a curare il difetto della
natura non buona. Non minor difetto è quello d’un principato d’esser ripieno di liti tra i creditori e i
debitori di maggior somma che non hanno. Le liti multiplicano la ricchezza ideale e scemano la
reale: perché mille ducati pretesi da uno e non pagati da un altro, appaiono due mila, vantandosi
egualmente d’avergli non meno chi gli aspetta tra breve, che chi senza sicurezza gli ha; e intanto
che tra loro contrastano per spogliarsi, si consuma quel tempo e quell’opra che potrebbero
amendue impiegare mercatando ad arricchirsi davvero. È perciò degna cura d’un principe
disingannare chi spera maggiori ricchezze delle realmente esistenti; acciocché conoscendosi
povero, fatichi: e quindi l’estinzione de’ debiti e delle pretensioni, comunque si faccia, è gran bene a
uno stato.
Similmente il sovrano ha da estinguere il più presto che può i debiti suoi; e a chi ne rimane povero
gli giova almeno il saperlo per tempo, ed aver ozio da potersi industriare. Ma se convenga a chiare
voci dirsi fallito, o no, questo è quel dubbio che, come ho promesso di sopra, voglio esaminare.
Il fallimento è migliore senza dubbio che i nuovi dazi. È più facile e spedito: né dà campo che n el
rigiro straricchisca qualche furbo progettatore, come fu Giovanni Lavv in Francia. Ma egli è troppo
subitaneo, e impetuosamente percuote. Quel ch’è peggio, percuote le persone che sono intorno al
principe le più potenti, onde è da temerne tumulti e ribellioni; e sfregia la fede sua con macchia
grande ed indelebile.
L’alzamento ha lo stesso effetto del fallimento, ma il danno ne è più lento, e cade spandendosi
sopra tutti, onde è meno pungente e clamoroso: ma quel che è più, contiene in sé una economiasulle spese.
Conosco che il presente capo è divenuto ormai lungo soverchio; ma io non credo esserne in colpa,
né mi pare poter finire senz’aver prima dette le maniere colle quali si fa il guadagno dell’alzamento,
e considerato quale ne sia la migliore. Tre sono i mezzi, quanto è a dire il merco, la nuova coniata,
ed il semplice editto de’ prezzi delle monete. La prima maniera è quella che si usò negli antichi
tempi; onde si trovano molte monete antiche con merchi nel mezzo, che esprimono la mutazione
del loro valore: ma perché tali merchi s’imitano facilmente, onde si divide il guadagno della mutazion
della moneta tra la zecca e i privati, perciò sonosi a ragione disusati.
L’altra si è costumata in Francia nel presente secolo; ed ella sarebhe buonissima, eccettocché si
perde molta spesa nella nuova coniata, e nelle monete che si trovano consumate il profitto
dell’alzamento è minorato dalla necessità di dover riempiere quel mancante metallo. In oltre si
lascia il commercio per qualche tempo interrotto e rappreso nel disturbo della mutazione, e si agita
e si confonde ogni cosa.
L’abbate di S. Pietro aggiunge a tanti incommodi il guadagno che i forestieri faranno in coniare
monete simili anch’essi; e poi un tal guadagno lo duplica nel computo del danno, perché fatto da’
nemici dello stato. Sono questi spauracchi da mettere a’ bambini. Nel nostro Regno si coniarono
cinque milioni di monete, che poi s’alzarono d’un trenta per cento, e neppur un carlino n’è stato
battuto fuori: e lo stesso fu nella Francia. Né può essere altrimenti, poiché dato che gli stranieri
coniassero, come faranno poi a far entrar la loro moneta là dove è alzata? In dono non la
manderanno. A comprar merci in un paese distrutto, che non ha le bastanti per sé, nemmeno. In
cambio della vecchia moneta, quando questa se la ritira il principe e la rifonde, non possono.
Dunque come ha ella a venire? Sicché tal timore è vano.
La terza maniera di alzar la moneta con editto è la migliore, ma v’è poco guadagno pel principe, che
si trova senza moneta. Nel solo nostro Regno, ove è molto denaro depositato ne’ Banchi, potrebbe
fare il principe divenir suo tutto il guadagno loro, e così senza la spesa di rifonder tutta la moneta, ei
n’otterrebbe il giovamento; ma negli altri stati non vi sono tante ricchezze ne’ Banchi, mentre o non
vi sono Banchi, o non hanno altra ricchezza che la fede e la sicurtà, come è nel Banco d’Olanda. E
da ciò viene che ivi s’hanno ad usare i due sopraddetti modi.
Quanto si è finora detto da me è tutto opposto al torrente della opinione volgare; la quale avendo
avuta tanta forza da menar seco anche i savi, non mi lascia sperare ch’io possa averle contrastato
in modo da aver acquistati a me molti seguaci. Della qual cosa siccome pare ch’io dovessi esser
dolente, così ne sono per contrario lieto e contento. Conosco quanto sia facile che importunamente
si proponga un alzamento, e s’eseguisca, ostentando bisogni e necessità o false, o assai leggiere.
E certamente chi cercherà l’origine dell’opinione volgare troverà ch’essa, come tutte le altre opinioni
della moltitudine, non ha altro di falso eccetto l’essere conseguenza generale tirata da induzione
particolare; ma i fatti onde deriva gli troverà tutti confacenti a formarla: e l’origine dell’odio contro
l’alzamento è questa. Gli antichi popoli, per quanto ce n’è noto, non si dolsero delle mutazioni della
moneta, finché si pervenne al dominio de’ barbari settentrionali. La forma di governo che costoro
stabilirono ovunque giunsero, fu despotico-aristocratica; governo di cui pochissimi autori ragionano,
avendovi poco avvertito. Ella nacque necessariamente dall’innesto delle due nazioni, la
conquistatrice e la vinta. I vecchi abitatori divennero schiavi de’ barbari; ma questi siccome viveano
tra loro in prima aristocraticamente, così vollero continuare. E perciò formando tra loro quel Senato,
ch’essi dissero Parlamento, prescelsero uno a cui altro di regio non dettero che il nome e le insegne
e la spontanea loro sottomissione. Così né soldati, né rendite, né ministri propri aveano i re, oltre ai
loro ereditari; ma degli elettori, che essendo tutti dispotici nelle loro terre aveano e soldati, e dazi, e
ricchezze, doveano forzosamente servirsi. Dura consimile governo ancora in parte nella Germania e
nella Polonia: altrove non più tanto come ne’ secoli passati. Ora da sì fatti ordini venne che i re e
gl’imperatori erano poverissimi di propria forza: e poiché fu loro data, come segno di sovranità, la
zecca, su di lei cominciarono a rivolgere gli studi e le arti, ed a saziarvi la loro non ingiusta avidità.
Così d’una istituzione fatta pel ben pubblico si fece un capo di rendita e di profitto, il migliore che i re
avessero, perché tutto loro: onde si cominciò a concedere come una rendita regia eguale a’ dazi epedagi, e così divenne annessa alla sovranità, o a quel dominio che l’avea dal sovrano diretto
ottenuta. Fu tanto l’abuso che della zecca fecero i principi per mal regolata avarizia, che i
Parlamenti ancora ripieni d’autorità, e di potere, vietarono loro talvolta il variar la moneta, e lo fecero
col giuramento confirmare: ed i popoli di ciò, quasi liberati da gravissimi mali, ne seppero loro
grado. Si sarebbe l’ereditario orrore potuto cancellare dagli animi popolari nelle ultime necessità
della Francia, se la salutare operazione dell’alzamento non si fusse mista e confusa con altre non
tutte lodevoli: e perciò ancora si dura a temere ed abborrire quel che, essendo cattivo e brutto in sé,
è poi qualche volta, al pari della crudele e sanguinosa guerra, necessario e buono. Ma io temo tanto
che senza necessità si metta mano alle monete, che se non avessi perfetta conoscenza del tempo
e del principe sotto cui ho avuta dal Cielo la sorte di vivere, o non avrei scritta la verità, o mi sarei
dallo scrivere cosa alcuna astenuto. Intanto la sua virtù m’assicura appieno ch’egli non toccherà mai
le monete senza estrema, e dirò quasi disperata necessità; e la sua grande e meritata fortuna mi
promette che a tale stato, vivente lui, non perverremo giammai.
CAPO QUARTO
Considerazioni sügli avvenimenti della Francia nel 1718 cagìonati da una nuova coniata della
moneta, con alzamento del valore di essa.
Siccome quanto si può dire sull’alzamento, fu tutto in Francia nella minore età di Luigi XV con
grandissima contenzione d’animi disputato tra il Parlamento e la Corte, e seguito da gravissimi
accidenti; io stimo cosa non inutile il ricondurre qui ad esame le proposizioni dell’uno colle risposte
dell’altra; tantoppiù che l’esempio di una nazione potente ed ingegnosa istruirà più di qualunque
ammaestramento.
Era la Francia nel 1718 oppressa da’ mali che la guerra ultima aveale cagionati; i quali, sebbene
non ne durassero le cause, non essendo stati medicati mai, duravano ancora e s’andavano sempre
incrudelendo. Filippo d’Orléans, reggente e zio del re, uomo d’animo grande, era non meno afflitto
del male che incerto del rimedio. La persecuzione data a’ finanzieri avea vendicata in certo modo la
rabbia popolare e saziatala, ma non dato ordine alle finanze. Il conto fatto dare dal Contrôleur
général il signor Des-marets, siccome avealo pienamente giustificato, così scopriva esser la piaga
quasi incurabile. La somma de’ debiti del 1708 ascendea a quasi seicento milioni di lire, e in dieci
anni s’era fatta sempre maggiore. Questi debiti erano espressi sopra carte alle quali davasi libero
commercio: ma il numero loro divenuto grandissimo, e la cognizione dell’impotenza dell’erario reale
a pagare sì vaste somme, toglieva loro il credito, onde il commercio soffriva intoppo grandissimo; e
la misera gente era dissanguata dagli avidissimi usurai, che dicevansi agioteurs. Per abolire tali
biglietti se ne fece una grossa riduzione; ma dopo fattala, restandone ancora più di duecento milioni
di lire col frutto loro di tanti anni, il signor d’Argenson Custode de’ sigilli, propose al duca un
alzamento di tutta la moneta d’oro e d’argento, con coniarsi di nuovo tutta la vecchia, e alzarsi di
quasi un terzo di valore. Così sotto altre sembianze e con movimento più lungo si veniva a non
pagare il restante de’ biglietti, e a lacerargli: ed in somma, come tutti i savi aveano preveduto, ed
era necessità, facea la Corte un fallimento generale.
Contro tal nuovo consiglio deliberò il Parlamento, mosso più da’ sdegni privati e da prurito
d’applausi popolari, che da matura considerazione delle pubbliche necessità: e i 18 maggio del
1718 si presentò a far rimostranza al sovrano. Di questa io tralascerò le querele della lesa
giurisdizione del Parlamento, e di altre dispute particolari di quel governo; e prenderò ad esaminare
solo ciò che appartiene al mio istituto. Si disse nel discorso: ((Permetteteci, Monsieur)) (parlando al
duca reggente) ((il rappresentarvi che mentre l’editto fa mostra voler estinguere i biglietti
pagandogli, la perdita è tutta di chi porta alla zecca la moneta. Eccone un esempio. Un particolare
porta alla zecca 125 marchi d’argento, che vagliono 5.000 lire di quelle che sono di 40 al marco, e
porta 2.000 lire di biglietti di stato; ne ritrae poi 7.000 lire di nuova moneta, che non pesano più di
116 marchi: sicché egli perde tutti i suoi biglietti, e dippiù 9 marchi sopra 125. Siccome la legge è
generale, chi non ha biglietti soffre perdita al pari di chi ne ha; nel tempo che il pagamento de’
biglietti è un debito privilegiato dello stato, soprattutto dopo tante riduzioni fattene, che ha da esser
soddisfatto dal re solo)). Ciò che espose il Parlamento è vero; ma non potendo alla gran mente delduca esser ignoto, fu imprudenza svelarlo alla moltitudine, a cui era espediente non farlo
chiaramente percepire. E in fatti che ne potea dedurre il Parlamento? Che il duca d’Orléans ne’ suoi
studi chimici avesse dovuta trovar l’arte di far l’oro? Se le rendite regie, come era noto al
Parlamento, non bastavano a pagar tanto debito, qual altro consiglio v’era fuorché non pagarlo? E
come potea farsi che ciò non fusse danno de’ creditori? Il Parlamento non volea nuovi dazi; e
sarebbe stato dannoso il porgli su i sudditi poveri per pagare i ricchi sudditi, e non pochi stranieri.
Dunque quanto si facea doveva esser tutta finzione di pagamento così ben condotta, che ne
cadesse il danno sopra tutti, acciocché per ciascuno divenisse minore. Il mostrare perciò che
l’alzamento cadea sopra tutti, è dirne un pregio, non un difetto. Voler che il re solo paghi i biglietti è
dire una grandissima impertinenza: mentre il re solo senza autorità di porre dazi, quale il
Parlamento lo volea, è il più povero della Francia, se non mette mano a vendere i mobili suoi
preziosi. Che se si era detto essere i biglietti un debito privilegiato, s’era fatto per continuar loro
qualche residuo di vita e di moto; essendo la fede e la promessa regia l’anima loro, tolta la quale
essi cadono estinti affatto.
Continuò a dire il Parlamento: ((È chiara pruova che i sudditi del re tutti quanti essi sono soffrono
danno, il potersi affirmare senza eccezione, che ad ogni privato s’accrescerà la spesa d’un quarto
senza accrescersi il consumo; e la rendita diminuirà d’un terzo: intanto per la differenza che corre
tra il valore dato dal nuovo editto alle monete e il loro intrinseco, il commercio tutto, e
particolarmente lo straniero, soffrirà perdite smisurate)). Ciò in parte anche è vero, essendo
certissimo che crescono le spese, ma non tutte le rendite. È falso però che ambedue queste perdite
vadano congiunte; poiché separatamente a molti scemasi la rendita, e a molti altri cresce la spesa:
ma da tutto ciò altro non viene che una generale economia e risparmio assai desiderabile.
Falsissimo è poi che il commercio straniero ne soffra; stante la mutazione de’ cambi rende agli
stranieri insensibile l’alzamento. Che se rincresceva ed era molesta una forzosa economia, non era
il 1718 tempo di dolersene, ma diciotto anni prima. Il lusso delle monarchie sono le guerre, dagli
effetti delle quali nella pace non si può scampare senza ridursi tutti a vita parca e frugale. Sono per
altro degni di scusa i Francesi se si dolsero dell’alzamento; poiché l’ammalato stride ed urla quando
e’ si medica, non quando vivendo sregolatamente contrae il male: e perciò se le guerre sono ripiene
di lieti canti, e di feste, e d’allegrezze, e le mutazioni della moneta sono luttuose e meste; se n’ha da
argomentare che quelle sono i disordini e i morbi, queste le medicine.
Fu conchiuso il discorso così: ((Quanto agli stranieri, se noi prendiamo da loro una marca d’argento
eguale a 25 libbre antiche, ne dovremo dare 60. Ed egli ciò che paga a noi, lo pagherà in moneta
nostra, che a lui non costa altro che l’intrinseco)). Questo poi è pensiero falso tutto. È vero che il
forestiere pagherà in moneta nuova: ma avendo lo stesso Parlamento predetto che tutto sarebbe
rincarato, cioè pagato con maggior numero di lire, lo straniero dovendo soggiacere a’ prezzi che
trova alzati, pagherà le merci più care, ancorché con moneta più leggiera; e così quel che risparmia
sul peso perdendolo sul numero, non guadagna alcuna cosa.
Onde quel timore che nella fine del discorso mostrasi d’avere dell’introduzione di monete battute
fuori, è malissimo fondato; stantecché dove non v’è sproporzione tra i metalli non può farsi sul conio
guadagno: e quando fosse stato possibile ciò che si temeva, sarebbe stato da gradirsi molto per la
Francia rimasa. quasi senza denaro. Temette dunque il Parlamento d’un bene impossibile, ma
grandissimo; e ne temette come di un male prossimo e funesto. Né creda alcuno che l’aver il
Parlamento in una sola notte deliberato, meriti. addursi per iscusa; perché lo stesso ne sarebbe
stato anche dopo lungo esame: essendo ciò che dalla superficiale considerazione, quale il più degli
uomini usano, suol provenire.
Ora per continuare la storia: il re non rispose al Parlamento, se non dicendo che l’editto e l’opera
non si poteano più sospendere e rivocare. Fattosi animo il Parlamento, di sua autorità rivocò e
annullò l’ editto con espressioni sediziose. Consiglio imprudente, e che fu fatale alla Francia. Il
Consiglio di stato annullò subito l’arresto del Parlamento de’ 29 giugno, né fece altra dimostrazione;
ascoltando anzi tranquillamente la nuova rimostranza, che fu fatta dal Primo Presidente con termini
assai rispettosi. A questa ed alla prima rispose finalmente il Custode de’ sigilli i 2 luglio, con risposta
degna della sapienza e superiorità d’animo di chi reggeva. Disse, ((che il re essendo persuaso
NOVERSI PAGARE I DEBITI DELLO STATO DALLO STESSO STATO, in difesa di cui sonosicontratti, crede che tutti gli ordini del suo regno gareggeranno in soddisfargli, né nelle dignità,
nascita o privilegi loro cercheranno uno scampo indegno del loro zelo, e fedeltà.
I danni privati de’ creditori sono compensati dall’utilità pubblica e dalla liberazione più facile e pronta
de’ debitori: e i terreni, che sono la vera ricchezza dello stato, divenendo migliori delle carte
obbligatorie cresceranno di rendita e di prezzo.
L’esazione delle imposizioni sul popolo miserabile sarà più facile, e perciò meno grave ad esso, più
copiosa al re: e l’introito di giugno l’ha già fatto credere)). Questa risposta di consumata prudenza in
poche parole scuopre la falsità delle opposizioni. Ad essa seguirono nuove e mal intese
rimostranze, terminate dal grande e memorabile lit de justice de’ 26 agosto, col quale fu depresso
ed umiliato il Parlamento con caduta tale, donde egli non è mai più risorto.
Ma prima che tali cose accadessero, aveano già le due Camere de’ Conti e dell’Aiuto, per non parer
da meno, fatte le loro rappresentanze i 30 giugno.
La Camera de’ Conti per bocca del presidente Paris avea esposto, ((che l’alzamento rendea il
commercio impossibile, i cambi enormi, le mercanzie straniere raddoppiate di prezzo; restando le
monete di Francia fra gli stranieri sul piede delle loro. La facilità del contraffare e la lusinga d’un
immenso guadagno potea riempir la Francia di monete adulterine. Il commercio interiore anche era
danneggiato dall’alzamento, che scemava il consumo)). Tutte cose false, e sconciamente dette. Il
commercio non potea diventare impossibile, essendo tra due sudditi egualmente aggravati dal
male, che secondo essi, siegue dietro la mutazione della moneta: e quando ha pari bisogno il
venditore e il compratore, sempre i prezzi sono moderati. I cambi non fansi enormi, fuorché in voce,
il che non importa. Se divenisse il cambio tra Roma e Napoli d’uno a mille, quando il ducato sarà la
millesima parte dello scudo, sarà sempre il cambio alla pari. Se le merci straniere rincaravano,
meno se ne doveano spacciare: dunque meno denaro andava via. Se il consumo delle natie
scemava, più ne restavano da mandar fuori. La falsificazione era male che sempre si potea temere;
ma non v’era ragione alcuna per cui si dovesse temere più allora, che in altro tempo, come quello
che non ha connessione alcuna coll’ alzamento: e si trovò in fatti che niuno stato vicino mandò in
Francia monete.
Il presidente Le-camus per parte della Camera dell’Aiuto parlò poi con più eloquenza, ma non con
sapienza maggiore. Disse ((esser male grandissimo il rincarar delle merci già cominciato a sentire:
colla carestia privarsi i popoli degli agi della vita: che per lo spaccio diminuito si dismetterebbero le
manifatture ed uscirebbero dal regno gli artefici: che le gabelle del re anche diminuirebbero,
scemato il consumo: che se i re predecessori aveano fatta cosa simile, era stato in tempo di gravi
guerre e d’estremi bisogni; né mai aveano fatto alzamento sì grande; ed aveano sempre promesso
ed osservato, ritornata la pace, rivocarlo. Ma che in mezzo ad una profonda pace dopo la
stanchezza di una guerra crudelissima e perigliosa, era colpo troppo acerbo e crudele)).
A sì fatto discorso, a cui non dette risposta il duca d’Orléans, io credo ch’egli avrebbe potuto
rispondere così. Che i popoli restino privi di molte comodità, lo sappiamo, e ce ne duole; ma d’un
debito di tanti milioni neppur una lira n’abbiamo noi contratta, e tutto conviene ad ogni costo
estinguerlo, e liberare lo stato da tanti biglietti discreditati: che lo spaccio sarà minore, lo crediamo;
ma da ciò speriamo che più mercanzie s’abbiano da estrarre, e che le stoffe, e non gli artefici
andranno fuori, e rimanderanno in Francia quel denaro che dalle guerre è stato asciugato: se le
gabelle scemano per lo minore consumo, crescono le dogane per la maggiore estrazione: se i nostri
predecessori han fatto alcun alzamento, è segno ch’ei può farsi, e non sempre doversene pentire:
s’essi l’han fatto in mezzo a gravi guerre, noi lo facciamo alla fine d’una di cui non ha avuta mai la
Francia la maggiore; ed abbiamo aspettata la pace sì perché Luigi XIV non ha avuto cuore nella sua
cadente età di curar piaghe così profonde; sì perché la convalescenza e la buona stagione sono più
proprie alle forti medicine. Con tante centinaia di milioni di cattiva moneta, volersi riposare e goder
la pace, è pazzia. Voler aver promessa che l’alzamento che si fa sarà disfatto, è pernicioso
desiderio d’una cosa manifestamente cattiva.Tutte le opposizioni sopraddette nascevano dall’ignoranza di questa verità, che a voler escludere un
rimedio plausibile d’un male doloroso bisogna proporne un migliore: perché il popolo, quando si
duole del presente stato, siegue sempre i nuovi consigli, sperando migliorare. Perciò non fu, come
un scrittore disse, fatale alla Francia, che il Parlamento non fosse stato riguardato, ma fu fatale
l’aver pensato d’opporsi; avendo per così imprudente mossa perduta in un istante tutta quell’autorità
e stima che, col favorire le opinioni popolari e meno cortigiane, aveasi da gran tempo conciliata. Né
si ricordò il Parlamento quanto convenga avvertire alla forza dell’arme che si maneggia, e dello
scudo su cui si percuote; e che se non si rompe l’uno, si fiacca infallantemente l’altra. Così ad altri
per aver vibrata un’armatura più temuta che forte contro un corpo di perfetta solidità, se gli spuntò in
modo che non se n’è potuto più servire.
Fecesi adunque l’alzamento: ma dall’esito suo non si può prender regola, essendo stato interrotto
dal sistema della Banca, e della Compagnia del Misissipì. Solo ne fu macchiata la fama del duca
d’Orléans, contro cui non restò calunnia o atroce ingiuria che non fosse inventata, profferita e
creduta. Grande ammaestramento dell’ingiustizia degli umani giudizi. Luigi XIV dopo stancate le
penne e gli elogi dell’eloquenza, ottenne il nome di Grande, che certamente gli è ben dovuto. Filippo
d’Orléans, di cui non v’è dubbio che trovò la Francia moribonda, lasciolla sana; in vece d’un nome
glorioso, è morto con memoria d’ abominazione. E pur questo non è strano; perché io ho veduto
sempre gli uomini (e siami lecito framischiare a tanta serietà una espressione giocosa) maledire i
chirurghi, e non le amiche.
Libro IV
Del Corso Della Moneta
INTRODUZIONE
A dimostrare l’inutilità dell’oro e dell’argento, e a dar loro quel disprezzo che al pari dell’eccessiva
stima certamente essi non meritano, i poeti hanno inventata la favola del Re Mida, di cui dicono
che, avendo richiesto a Giove che quel ch’ei vedea e toccava si convertisse in oro; ed avendolo
ottenuto, perì miserabilmente di stenti e di fame. Donde giubilando e sghignazzando, della moneta
come di materia inutile e chimericamente pregiata si fanno beffe, ed agli uomini denarosi poco di
loro curanti comparandosi, si stimano essere assai superiori. Ma s’essi avessero voluto conoscere
quanto fondamento ha una tal conseguenza, avrebbero potuto prolungare il racconto così. Che
Mida, accortosi dell’errore, e provando crudelissima fame nel mezzo delle credute ricchezze, pregò
di nuovo Giove che tutto si convertisse in pane. Fecesi: ed ecco che dovendo vestire di pane,
dormire, sedere sul pane, di pane solo cibarsi, senza poter estinguere la sete, arrabbiato morì.
Chiunque si fosse accostato a tirare la conseguenza di quest’altra parte della favola, avrebbe
immantenente veduta la falsità della prima conclusione. Non sono inutili i metalli, come non lo è il
pane; solo è vero che nella terra non v’è creato nulla che naturalmente basti per tutti i bisogni. Nello
stato di commercio basta la moneta sola; ma ciò non proviene da lei, ma dagli uomini, i quali
quando per affetto s’unissero a beneficare alcuno, anche senza moneta non gli farebbero nulla
bisognare. La vera conseguenza dunque è che l’amore degli uomini era quella ricchezza che potea
saziar Mida, e sola meritava esser richiesta da lui. Intanto perché un errore preso da’ poeti è sempre
contagioso, da tutti è oggi la favola di Mida narrata ed applaudita. Sarebbe però tal cosa
condonabile, se non si vedessero questi stessi uomini esultare, quando conoscono entrare la
moneta in un paese; rattristarsi, quando esce; non ricordevoli più di quanto l’han disprezzata. Sarà
perciò utile ch’io dimostri qui essere la conservazione della società l’unico bene; doversi procacciare
e custodire una competente quantità di moneta, perché al bene della società conferisce; ma
l’accrescerla sempre, esser dannoso; anzi doversi pazientemente lasciare uscire, quando è per
salute o per comodo de’ possessori suoi. In fine convenire al principe l’amare non la molta moneta,
ma il suo moto veloce, regolato e ben distribuito.CAPO PRIMO
Del corso della moneta.
Io chiamo correre la moneta quel passare ch’ella fa d’una mano in un’altra, come prezzo d’opera o
di fatiche; sicché produca in colui che la dà via, acquisto e consumazione di qualche comodità;
perché quando si trasferisce diversamente, fa un rigiro inutile di cui non intendo qui favellare. Così
se il principe destinasse mille ducati, i quali ogni mattina dovessero trasportarsi dalla casa d’un suo
suddito a quella d’un altro, un tanto giro né gioverebbe allo stato, né accrescerebbe forze o felicità,
ma solo molestia e trapazzo a’ cittadini. È adunque il corso della moneta un effetto, non una causa
delle ricchezze; e se non si suppongono preesistenti molte merci utili che possano trafficarsi, la
moneta non può far altro che un giro vano ed infruttuoso. Perciò quegli ordini che conferiscono a
moltiplicar le merci venali, sono buoni; gli altri sono tutti cattivi e dannosi. Stieno in una camera
chiuse cento persone con una certa somma di denaro a giuocare. Dopo lungo giuoco avrà il denaro
avute certamente innumerabili vicende, ed altrettante la ricchezza e la povertà de’ giuocatori; ma il
totale non è né cresciuto, né diminuito mai, e nel luogo non si può dire variata la ricchezza. Vero è
che il mancare il corso impedisce il proseguimento delle industrie e perciò genera povertà, come
per contrario il corso veloce le fomenta: ma chi ben riguarda osserverà che il corso della moneta
può ingrandire e stabilire le ricchezze già cominciate ad essere in uno stato, non generarle ove non
sieno. Sicché sempre è vero che s’abbia a pensare prima ad aver merci, e poi a dar loro il corso,
acciocché vendute e consumate presto le une, si dia luogo alle altre di succedere. È vero ancora
che un rapido giro fa apparire una non reale ricchezza, come è là dove la nobiltà vive con lusso e
spese superiori alle rendite sue, e i debiti che fa non gli paga. I nobili non si persuadono essere
impoveriti; ma il mercante che numera i suoi crediti come certa ricchezza, si stima ricco e sulla
creduta rendita ingrandisce la spesa; fino a che tutti e due, il nobile e il mercatante, vanno giù
poveri, e troppo tardi disingannati. È dunque tanto peggiore un tale rigiro pieno di fantasmi di
ricchezze, quanto è peggiore della povertà il credersi ricco e non esserlo.
Sono dunque assai riprensibili quelli scrittori che, lasciatisi ingannare dalle voci del volgo, e
confondendo gli effetti colle cause, propongono animosamente al principe loro l’accrescere la
quantità della moneta, e ne bramano accresciuto il corso; mentre non si ricordano neppure
dell’agricoltural e della popolazione, dalle quali unicamente viene il corso utile e vero. La quantità
del danaro non s’ha da accrescere, se non quando si vede non esser bastante a muovere tutto il
commercio senza intoppare e lasciarlo in secco: e come si possa acquistare tale conoscenza, è
quello ch’io vengo ora a dichiarare.
Gio. Locke volendo dimostrare quanto danno arrecava all’Inghilterra lo scemare il frutto del danaro,
per la diminnzione della l quantità necessaria al corso che ne potea seguire, entra a ricercare.
quanto danaro si richiedesse a’ bisogni dell’Inghilterra, ed a mol strare come essa n’era assai mal
provveduta. Vero è ch’egli non siegue un esatto computo, contentandosi di scoprire la verità che
cerca, quasi in un barlume. Divide il popolo tutto in quattro classi. La prima de’ lavoratori, che noi
diciamo bracciali, quali sono i contadini e tutti i bassi artigiani. L’altra degli affittuari di terre e de’
capi artigiani; cioè di coloro che diriggono e pagano que’ della prima, e del frutto delle fatiche di
quelli, promosse, dirette e raccolte da essi, fanno un corpo di commercio che si dà a spacciare a’
mercatanti e bottegai, che sono nella terza classe. Questi, che in inglese egli chiama brokers, sono
coloro che non applicano alla cultura delle terre, o all’arti; ma raccolgono, mediante il danaro che è
l’unico loro fondo, le manifatture e i viveri, e poi o gli trasportano, o gli serbano, o gli adunano, o gli
scompartono, e così guadagnano vendendogli più cari a’ consumatori. La quarta è di coloro che si
consumano le merci che sono per mano dell’altre tre classi passate.
I primi non sogliono ritenere molto danaro, vivendo dalla mano alla bocca: e poiché sono pagati
ogni sabato, si può accertare che in mano loro non v’è altro danaro che il prezzo d’una settimana di
fatiche, o sia la 52ma parte di quanto in un anno guadagnano.Gli affittuari non possono aver meno d’una quarta parte dell’affitto, o in mano loro, o in quella de’
loro principali, di denaro non circolante; pagandosi in Inghilterra gli affitti in due semestri, che
maturano il dì dell’Annunziazione a marzo, e di S. Michele a settembre.
De’ mercanti non si può tener conto esatto; giacché v’è disparità grandissima tra la velocità con cui i
grossi negozianti e i piccoli bottegai rigirano il loro denaro. Pure egli dà a tutti compartitamente la
20ma parte del profitto annuo in denaro contante, che sempre resti loro in mano.
De’ consumatori, il numero de’ quali è il maggiore, non fa computo nessuno, essendo impossibile
farlo, e non abbagliare. Per altro nemmeno il fin qui fatto è molto sicuro, essendovi moltissimi che
riuniscono in loro stessi più d’una classe, trovandosi insieme padroni di terre, negozianti e
consumatori. Delle donne poi, degli ecclesiastici, de’ ministri, e d’infiniti altri stati non si può far
calcolo dietro a queste tracce; come nemmeno de’ dazi pubblici e del corso che vi fa la moneta. Ma
le riflessioni che Gio. Locke fa sullo stato dell’Inghilterra d’allora, sono utili e giudiziose assai, e
saranno da me appresso rapportate.
Voglio io intanto mostrar la maniera con cui mi pare si possa conoscere quando un regno ha
bastante moneta, e quando no, esaminando questo di Napoli. In esso si può credere, per quella
notizia migliore che se n’ha, esservi poco meno d’un milione e mezzo di ducati in moneta di rame,
quasi sei milioni d’argento, e dieci al più d’oro, compreso anche quel denaro che è ne’ Banchi, e che
non eccede tre milioni di ducati.
Dovendo tal denaro servire al commercio di tutte le merci che vi si consumano, conviene ora tentare
di sapere quante queste sieno, per vedere se possano esser mosse da soli diciotto milioni di ducati.
Il cavalier Petty inglese ha calcolata quasi la medesima cosa appunto; e poi un altro scrittore
dell’istessa nazione, poco tempo fa, volendo dimostrare che i debiti dello stato non erano così
grandi come parevano, ha sommato il valore dell’Inghilterra assai ingegnosamente, sebbene con
operazione lunghissima. Il di lui metodo io non m’arrischio a seguire, ancorché io conosca esserne
vera la conseguenza; mentre di questa nazione siccome il valore nell’operare trabocca in temerità,
così l’acutezza del pensare si distacca spesso dalla verità, tenendo dietro all’astruso ed allo strano.
A me pare esservi una via accorciatoia, che quando anche non mi guidasse all’esatto vero, il che
sempre sarebbe difficile, mi guida dentro certi confini di verità, ne’ quali bastantemente sono in
istato di tirar quelle conseguenze che m’importa ricavare.
Imprima è certo che il consumo totale del nostro Regno è uguale al pieno de’ suoi prodotti.
Perocché sebbene moltissimi generi vengano di fuori a consumarvisi, molti de’ natìi ne vanno. E
senza curar di sapere a quanto ascendano, è certo dagli effetti che le due valute sono in circa
eguali: giacché il Regno non s’arricchisce, né s’impoverisce strabocchevolmente; de’ quali effetti
l’uno o l’altro è inevitabile quando v’è gran disequilibrio tra l’ingresso e l’emissione: bastaci dunque
sapere quanto noi consumiamo in un anno. Un uomo, per povero che sia, non può in alcuna parte
del Regno vivere con meno di 20 carlini il mese, quando si dovessero ridurre a prezzo e la pigione
della casa in cui vive, e tutto quel che vestendosi o nutrendosi colle proprie mani si risparmia; e tutto
quello ancora che senza denaro ei ricoglie, come sono le piccole industrie de’ contadini di galline,
uova, cacciagione, legna, viveri, frutti freschi, ed altro. Ognuno vede che io mi metto di sotto al vero.
In Napoli non si può vivere con meno di sei ducati; e chi vive con meno o ha il vitto, o le vesti, o
l’abitazione da altri pagata. È noto intanto che molti per sé soli spendono fin 15 o 20 ducati il mese;
ed èvvene chi ne consuma a vivere 50 o 60. Né questo ch’io dico ora sembri poco; perché i gran
signori il più lo spendono a dar da vivere a chi serve loro, e questo denaro io già lo vengo a
computare nella spesa di costoro: e perciò nemmeno de’ dazi pubblici parlo; mentre è tutto
compreso nella spesa di coloro che vivono di soldi e mercedi del sovrano. Sicché un termine
mezzo, stante l’assai maggior numero de’ poveri che de’ ricchi, sarebbe di un 7 o al più di un 8
ducati per uomo il mese. Ma riguardando che le donne vivono con meno che gli uomini, i fanciulli
consumano pochissimo, e pur sono la quarta parte del genere umano; e finalmente avvertendo che
io parlo qui della spesa che produce consumo, e non di quella che arricchisce un altro, quale è il
giuoco, il dono, i salari; credo poter fissare la spesa d’ogni uomo ragguagliata a 4 ducati il mese, oper meglio dire, che quel che ogni uomo consuma, vale, compreso tutto, 4 ducati. Il Regno ha poco
più di tre milioni d’abitatori: sono dunque dodici milioni il mese, e 144 milioni l’anno il valore delle
merci consumate.
Or siccome ne’ calcoli, per non fallarne la conseguenza, bisogna proccurar che l’errore cada
sempre nella parte opposta a quel che si bramerebbe; io voglio supporre che avessi nel mio
computo sbagliato del doppio, e che i frutti e le fatiche consumate in un anno nel Regno valessero
288 milioni; pure si può mostrare che 18 milioni di moneta ci bastano. In primo bisogna dedurre tutto
quel consumo che si fa dallo stesso raccoglitore, onde è che non vi si richiede danaro. Così chi
abita alle case proprie, come è in quasi tutto il Regno, eccetto Napoli, chi mangia il suo grano, beve
il suo vino, e così d’ogni altra cosa, non ha bisogno di moneta: e quanto ciò importi principalmente
a’ poveri, lo può ognuno riflettere da sé. In secondo s’ha da togliere tutto il commercio che si fa con
le merci stesse: così a’ lavoratori quasi da per tutto si dà grano, vino, sale, lardo per mercede, e
questo non l’ha comprato il padrone. Bisogna dedurne tutte le permute e baratti che si fanno
regolate su’ prezzi futuri delle voci. E in fine riguardando che i contadini, i quali sono i tre quarti del
popolo nostro, appena adoprano di denaro la decima parte del prezzo del loro consumo; si dovrà
confessare che io m’appongo assai assai di sotto al vero, contentandomi di dire che la sola metà de’
frutti del Regno abbiansi a dedurre, come consumati senza moneta. Restano 144 milioni, i quali
sono l’ottuplo di 18 milioni: sicché basta che la moneta tutta ragguagliatamente passi per otto
diverse mani in un anno in forma di pagamento, per raggirare tanto commercio. Un moto tale non mi
pare così veloce, che possa dirsi impossibile o difficoltoso. E perciò sono persuaso che la moneta
nostra sia bastante; ed essendo non solo inutile, ma pernicioso l’accrescerla, secondo si dimostrerà
al capo che siegue, sono cattivi consiglieri coloro che ci animano ad accumularne più.
Meriterebbe essa sì bene aver corso non solo più veloce, ma meglio distribuito e più eguale in tutti i
canali suoi, per non voler che sieguano molti effetti nocivi; de’ quali mi conviene ora ragionare, e poi
de’ rimedi da apporvi.
I. Il poco corso rovina l’agricoltura e le arti. È del corpo politico, come dell’uomo, in cui le vene
grandi non servono ad altro che a condurre il sangue nelle vene ultime e piccolissime: in queste si
fa la nuova generazione della carne e delle membra, e la nutrizione della macchina: quando si
vuota il sangue, le capillari e più utili vene disseccansi, e il rimanente si raccoglie tutto nelle cavità
maggiori, donde non viene nutrimento veruno. Così la scarsezza del denaro costringe i coloni a
vendere in erba co’ prezzi della futura voce i loro frutti: onde si espongono a soffrir tutto il danno
delle calamità, senza gustare il profitto de’ prezzi cari. Perciò s’impoveriscono; e allora restringono
la coltivazione in minor terreno, danneggiando così all’intiero stato per salvar sé medesimi. Intanto
la moneta si congrega tutta in mano de’ negozianti, quanto è a dire de’ tiranni del commercio, de’
quali è il guadagno maggiore, sebbene essi sieno i meno utili allo stato, come quelli che né
coltivano, né lavorano, né producono alcuna vera comodità.
II. La povertà de’ fattori è riparata da costoro con mezzo tale, che la pena ne cade poi tutta su i
miserabili contadini e bracciali, che non potendo esser pagati in contante da’ loro conduttori, sono
pagati con grano, vino, olio, cacio, lardo: il quale non solo è valutato loro a prezzo carissimo, ma è
spesso dato guasto, puzzolente e mortifero, con quella crudeltà e barbarie ch’è compagna
dell’avarizia. Né da sì grave tirannia può il villano salvarsi, essendo universale. Così diviene
infelicissima la condizione della più utile gente dello stato, che sono i villani.
III. Per altra parte si distruggono anche le fattorie. Poiché quando i maestri delle arti cominciano a
pagare gli operai co’ viveri, ai mercati ed alle fiere scemano i compratori, non comparendovi altri
che pochi a prender grosse partite di merci per distribuirle in pagamento a’ garzoni. Dove vi sono
pochi venditori, o pochi compratori, difficilmente v’è libertà ne’ prezzi. Perciò i contadini troVanvi
bassissimi prezzi alle merci loro; onde non potendo ritrarre le spese delle fattorie, queste vanno
subito a male. Di sì fatto inconveniente si doleva l’Inghilterra quando ne scrisse Gio. Locke, avendo i
mercanti di panni per la mancanza del danaro fatti fallire il più degli affittatori per la causa
sopraddetta.IV. La poca quantità del danaro ha da tenersi per la madre delle usure, e di quella spezie di
guadagni che da noi sono stati rivestiti ed abbelliti col nome d’interessi; nome meno odioso ed
orribile, ma spesso niente più virtuoso. Que’ guadagni strabbocchevoli che si fanno con comperare
le merci, e dopo ritenutele pochi mesi, rivenderle, nascono anche dalla istessa cagione; e si
potrebbero benissimo dire interessi, e usure esatte su i padroni delle terre, che hanno avuta
necessità di disfarsi troppo sollecitamente delle loro ricolte.
Né alla grandezza delle usure dà riparo l’accrescimento del danaro, come molti credono; ma solo il
migliorarne il corso, e distruggerne il monipolio. Tra chi ha 100 ducati, e chi n’ha 1.000 v’è sempre la
stessa disuguaglianza che tra chi ne ha 200, e chi 2.000: ma se chi prende ad annua rendita 100
ducati avrà dieci offerte di gente che non trovi ad impiegare, non soggiacerà a così dure condizioni,
come le avrà da un solo vecchio e dispietato usuraio. Perciò nel Regno gl’interessi sono tra il 7, e il
9 per 100, e in Napoli tra il 3, e il 5. Ivi per lo più in una intera città non v’è che un solo che abbia da
poter dare; nella capitale ve ne sono quasi infiniti. Molte volte neppur quest’uno v’è; ma v’è qualche
ricca cappella, o confraternita, gli amministratori della quale prendono allegramente il denaro di lei
anche a grosso interesse, sperando non pagarlo; e restando poi di tale speranza falliti, aumentano
colla loro ruina le rendite di quel luogo pio, che è stato il loro trapezita. Così a tempi nostri i poveri
sono divenuti gli usurai de’ ricchi, ed i ricchi gli amministratori delle rendite de’ poveri.
Parmi già luogo di adempiere ciò che nel libro antecedente ho promesso, e dire quanto sia gran
difetto il congregarsi e colare la moneta in poche mani a ristagnarvi. Ciò proviene sempre da vizio
che sia negli ordini fondamentali del governo, e perciò si trae infallantemente dietro la mutazione
intera di esso, e così solo si sana. Roma antica da che si sottrasse dai re fino alla prima guerra
punica non ebbe altri accidenti che le liti originate dalla diseguale ricchezza de’ suoi cittadini; la
quale quando coll’acquisto di nuove terre, colle colonie, e colle leggi agrarie fu emendata, mutossi
la Repubblica, e da aristocratica divenne democratica tanto, che alla fine restò d’un solo, secondo è
l’ordine naturale di somiglianti mutazioni. Le crudeli usure, la servitù, i tumulti popolari, l’estinzione
de’ debiti nascevano tutti dalle ricchezze diseguali: e queste principalmente traeano origine dalle
guerre, sì perché furono continue, sì perché si faceano a spese del soldato; cioè di quel villano che
abbandonava il lavoro de’ campi e la ricolta. Perciò al Senato, composto tutto di denarosi e d’usurai,
era a cuore il guerreggiare. E siccome combattendo il popolo divenne forte, e spesso vittorioso, i
frutti delle rapine gli furono di sollievo, e la virtù acquistata gli dette in fine coraggio a mutar la forma
del governo da aristocratica in popolare. Sono adunque le guerre cagione primaria dello
stravasamento delle ricchezze; le quali anche a giorni nostri ne’ tempi di guerra si veggono
ragunarsi tutte in mano de’ provveditori, de’ negozianti, e degli affittatori de’ tributi: e perciò
l’alzamento, con cui il principe si disobbliga da costoro, non è nocivo al popolo, ma salutare.
Giacché ho enumerati i danni del poco corso, è giusto dire anche. de’ rimedi.
Il I è la piccolezza de’ pagamenti, divisi in intervalli brevi. Se mille uomini in uno stesso dì hanno a
pagare un milione di ducati, è certo che si richiede un milione nelle loro mani, non potendo due
pagar colla stessa moneta. Ma se pagheranno in due semestri mezzo milione per volta, molto del
denaro pagato può tornare nelle loro mani a far nuova comparsa; e così con sei o settecento mila
scudi si rappresenterà un milione. Quanto saranno i pagamenti minori, e più suddivisi, tanto minor
denaro gli raggirerà, e meno ne resterà neghittoso ed ammucchiato. Di ciò ha sapientemente
ragionato il Locke: ma di somigliante difetto mi pare non potersi il nostro Regno dolere.
II. Le fiere e i mercati grandi. In essi si fa gran giro in un punto,. e spesso senza denaro nessuno,
stante la presenza di tutti i contraenti. Per favorir le fiere conviene dar qualche esenzione di dogane;
essendo sempre maggiore la valuta d’una mercanzia in fiera, che non portata a dirittura a’ luoghi
dello smaltimento, e principalmente nel Regno di Napoli, che essendo quasi un promontorio in mare
ripieno di porti, è per ogni parte accessibile con piccola spesa.
III. I contratti alla voce sono salutevoli ad un paese per promuovere la coltivazione, quando la voceè ben messa: e il pagar gli operai più con merci che col contante sarà preggevolissimo, quando non
sieno oppressi e maltrattati.
IV. Il buon regolamento de’ dazi è manifesto essere utilissimo al regolato corso del denaro. Così se i
pagamenti che si fanno alla dogana di Puglia finita la fiera, quando per lo caldo è abbandonata, si
facessero il novembre, si ruinerebbero i padroni delle gregge. S’hanno dunque a mettere i dazi in
modo che chi gli ha da pagare si trovi sempre col danaro alla mano. Né sarebbe indegno della cura
del principe il fare che i tributi fossero in parte esatti in quelle merci ch’egli ha necessità di
comprare. Un principe che dà cento mila tumoli di grano alle sue truppe, quando gli compra col
contante raccolto da’ tributi, aggrava i padroni de’ terreni come se n’esigesse cento trenta mila; e il
valore de’ trenta mila è il guadagno degli uomini denarosi, cioè de’ negozianti, e de’ finanzieri; gente
che essendo meno utile de’ primi non meritava guadagnarli. Oltracciò il danaro soffre un
ravvolgimento più lungo: e il far più tortuoso il letto al fiume è sempre lo stesso che rallentarne il
corso.
Da tale regolamento di prendere i tributi in opere, non in moneta, usato ne’ secoli barbari non per
prudenza ed amore al ben pubblico, ma per necessità, venne la forza grande e meravigliosa che
vediamo essere stata ne’ popoli e ne’ principi di quelle età; le fabbriche de’ quali e le altre opere
magnifiche e stupende mostrano quanto valessero più di noi. E sarà sempre più ricco il principe che
non riduce tutto in danaro il suo avere, come è più ricco quel privato che vivendo in mezzo alle sue
fattorie non compra tutto di quel ch’ei farebbe se vivendone lontano ne traesse solo denaro, e ciò
che gli bisogna l’avesse poi a comprar col contante.
V. La brevità delle liti, e la sicurezza delle convenzioni scritte. Forse meritava questa d’essere
numerata come prima.
VI. La libertà del denaro, e i pochi vincoli di legge. Quel terreno su cui sono inestricabili inviluppi di
censi, di fedecommessi, di doti, di legittime, e di debiti anteriori, è impossibile che sia ben coltivato.
Né può esser venduto, non essendo sicuro il denaro al compratore: e quanto sia gran danno esser
le terre inculte l’ho replicato bastantemente.
È errore adunque credere che i torbidi d’un foro cavilloso e disordinato possano conferire al bene
d’uno stato dando movimento alle ricchezze, e facendo sorgere ogni dì nuove famiglie. Non nego
esser vero che i litigi non solo non generano ristagnamento, ma danno moto impetuosissimo agli
averi, come quelli che in vece di far passar le ricchezze da’ possedenti a’ pretensori, le trasportano
da tutti e due agli avvocati; i quali stanchi per non trovare ove impiegarle sicuramente, le spendono
tutte prodigamente, dissipandole tra ‘l minuto popolo, da cui appena raccolte, sono di nuovo dagli
avvocati ingoiate, e così perpetuamente raggirate da capo: né le liti cagionano universale povertà.
Ma è da confessarsi nel tempo stesso ch’esse rendono amarissima e crucciosa la vita, e
consumano un tempo ed una applicazione che potrebbe esser lucrosissima, se tutta si consecrasse
a moltiplicare la vera quantità delle ricchezze, non a cambiar la mano del possessore.
E per quanto s’appartiene al corso della moneta nel Regno di Napoli, sebbene io abbia destinato
altrove scriverne, pure voglio qui dire come in esso sono due creduti gravissimi mali. La
sproporzionata grandezza della capitale, e la sproporzionata grandezza del tribunale: le quali due
cose meglio si direbbe che furono mali una volta, ma, siccome ogni morbo col tempo o si sana, o si
muta la complessione del corpo in modo che abituatasi al male lo converte in natura sua, questi
oggi non sono più mali. Vero è che la venuta d’un principe proprio inevitabilmente e per legge
intrinseca fa crescere vie più la capitale ove ei risiede, e richiama più liti al foro; ma l’una e l’altro
dopo breve tempo vanno a migliorarsi. La capitale giunge a tanta grandezza, che alla fine discaccia
da sé i nuovi ospiti: nel tempo stesso che le provincie per l’acquisto della libertà e del commercio si
popolano. Il tribunale oppresso dalla sterminata folla delle liti si corrompe, e si disordina in guisa
tale, che non potendo più peggiorare, né essendo alle cose umane concesso il fermarsi mai,
conviene che si riordini e si migliori. Ed a tutti questi accidenti, perché provengono da cause
naturali, non han colpa né merito i cittadini.La sola presenza del principe dunque basta a sanare uno stato da ogni infermità. Che se poi egli
sarà d’ottime e virtuose volontà, e d’animo saggio e grande, come è quello che la Provvidenza ha
donato al Regno di Napoli, mossa forse a compassione delle sue tante e sì lunghe avversità, si
anticipa di molto il tempo della guarigione. Ma ogni principe, quando non sia un tiranno, sempre
ravviva uno stato: e perciò la presenza del principe sarà da me numerata in VII luogo come una
cagione principalissima a perfezionare il corso della moneta. Da lui è dato impiego e stimolo a
faticare a tutti. Di qui nasce il lusso; e dal lusso la magnificenza, e la letizia, e i dolci costumi, e le
arti, e i nobili studi, e la felicità. E poiché io ho tanto spesso nominato questo lusso, non è fuori del
mio proposito ragionarne una volta posatamente.
Digressione intorno al lusso considerato generalmente.
Hanno tutti gli uomini una avversione contro certe voci, l’idea corrispondente alle quali è così oscura
e diversa, che pare la parola e non la cosa essere con tanto consentimento universale biasimata.
Ma ciò che fa più meraviglia a’ savi è il vedere che queste odiate cose son credute essere radicate
in tutti, o quasi tutti coloro che le abborriscono. Non entrerò qui ad enumerar tutte le voci ch’io credo
essere di tal natura; poiché non potrei nominarne alcuna senza dover dimostrare che tale ella sia, o
soggiacere al pericolo d’esserne riputato folle e stravagante. Ne nominerò ciò nondimeno una sola;
ed è la voce politica, la quale ognuno nella condotta della sua vita bramerebbe avere; e nell’istesso
tempo la biasima come nemica all’innocenza e alla virtù, senza arrischiarsi però a diffinirla mai.
Simile a costei è la voce lusso. Si dice ch’ei sia dannoso e brutto; lo vietano i maestri del costume;
lo deplorano gli storici, e più anche gli oratori e i poeti; lo deridono i comici; l’odiano le leggi; si
riprende nelle private conversazioni; e intanto n’ è pieno il mondo: tutte le nazioni e tutti i secoli,
fuorché i barbari e ferini, lo hanno avuto; né alcuno sa, né alcuno s’arrischia a dire che cosa il lusso
propriamente sia. Così questo spettro, che tale conviene si dica, erra d’intorno a noi, non mai nel
suo vero aspetto veduto, né mai efficacemente, o forse non mai di vero cuore percosso. Ma
chiunque egli sia, certo è ch’egli è il figliuolo della pace, del buon governo, e della perfezione delle
arti utili alla società; fratello perciò alla terrena felicità: poiché il lusso altro esser non può che
l’introduzione di que’ mestieri, e lo spaccio di quelle merci che sono di piacere, non di bisogno
assoluto alla vita. Non può perciò nascere il lusso se non quando le arti necessarie sono a
sufficienza di operai provedute: e ciò accade in due modi, o quando la popolazione s’aumenta, e la
popolazione vien dalla pace e dalle buone leggi; o quando si perfezionano le arti, che non è altro
che la scoperta di nuove vie onde si possa compiere una manifattura con meno gente, o (che è lo
stesso) in minor tempo di prima. Allora restano disoccupati molti: e costoro per non morir di fame si
volgono a soddisfare gli uomini con lavorìi men necessari; ed ecco il lusso.
È bensì vero che il lusso è l’infallibile indizio sempre, e l’avviso della vicina decadenza d’uno stato:
ma lo è non altrimenti che l’ingiallir delle spighe è segno del vicino diseccamento. Indizio di
declinazione, ma pur tanto aspettato e bramato, e per cui tanti sudori eransi sparsi, tante cure
prese, tanti travagli sofferti. Indizio che nella bella stagione apparisce, e colla letizia universale è
sempre congiunto. Verde e fresca è la pianta, ma infruttifera in mezzo alle tempeste del verno. Si
dissecca quando ci ha de’ suoi frutti arricchiti. Così i regni e gl’imperi, nobili piante dell’augusto
giardino di Dio, sono di forza e di feroce vigore ripieni nel crescere tra le guerre e le interne
discordie. Ma quando col valore dell’armi e colla prudenza delle leggi sono ridotti in pace ed
opulenza, non essendo concesso loro in un medesimo stato lungamente fermarsi, cominciano le
ricchezze e il lusso a corrompergli: e tornatavi la servitù, tutta la folla de’ mali, che nella schiavitù
hanno il loro capo, veggonvisi tornare: e così dal disordine all’ordine, e dall’ordine al disordine
perpetuamente si viene. Tanto è dunque volere impedire il lusso nella prosperità, quanto il voler che
nella state le biade per tanto tempo culte non fruttifichino, o che dopo il frutto si serbino verdi
ancora.
Non è dunque, come fece il Melun, da applaudire il lusso, e lodarlo come origine d’ogni bene. Egli è
effetto, e non cagione del buon governo: a lui va dietro, ed è spesso il corruttore e l’inimico suo. Ma
né anche è da maledirsi tanto come si fa; poiché può ridursi ad esser tale che non sia molto nocivo,
facendo consumar dal lusso le industrie de’ concittadini, non quelle degli stranieri. Evitato questomale, gli altri tutti, che si declamano tanto, non sono tali. Se pel lusso le famiglie nobili
s’impoveriscono e s’estinguono, le popolari si moltiplicano e si sollevano. Una sola differenza v’è,
che le antiche famiglie essendo sorte in tempi feroci, non hanno altra origine che fra l’armi, né altre
ricchezze di quelle che la rapacità, le guerre e le discordie dettero loro. Le nuove coll’industria in
seno alla pace ne’ secoli di lusso si sono ingrandite: delle quali maniere di crescere, quale sia
migliore è facile a definire. Ma essendo a’ poeti ed agli oratori piaciuto render gloriosa la militare
barbarie chiamandola virtù, e dichiarare ignobile l’industria mercantile, gli uomini prezzano più
quella via d’arricchire, che questa: di che non mi meraviglio. Mi meraviglio bene che molti maestri
del costume, non avvertendo che si lasciano dall’error comune trasportare, gridino sì forte contro al
lusso, prendendo tanta cura della conservazione di quelle famiglie che spesso ad altro non servono
che come monumenti illustri della infelicità de’ secoli passati. Il principe essendo padre comune non
ha da nutrir simiglianti riguardi; e fuorché le ricchezze dentro allo stato restino, e pacificamente da
uno ad un altro trapassino, di più non dee curare. È certo che oggi che il mondo è pieno d’abitatori,
uno non può arricchire senza che altri impoverisca: e chi potesse quasi dal cielo sopra tutta la terra
guardare, troverebbe quel cinese, o giapponese, sopra di cui si sarà un europeo arricchito. E questa
varietà è tra l’arricchir coll’armi o coll’industria; che l’armi spogliano que’ popoli convicini, che poi
sudditi ed amici ci saranno. Il commercio succhia il sangue anche a’ più lontani; meno
gloriosamente sì, ma con più comodità. Avvertano perciò i principi a non lasciar predare i loro
sudditi dal lusso delle merci straniere; anzi che, per quanto si può, su i popoli sontuosi ed infingardi,
o per meglio dire mal governati s’arricchiscano, e poi ad altro non pensi: che l’industrioso per legge
di natura si farà sempre premiare per le sue fatiche; il pigro si lascerà sempre battere e impoverire.
Ciò che ho detto s’intende tutto del lusso generalmente riguardato; poiché ve ne son molti
particolarmente cattivi. Tale è quello che ritiene molte persone oziose ed inutili; quello che scema a’
poveri l’elemosine; quello che ha con sé congiunta l’impuntualità de’ debitori. Difetti tutti
meritamente ripresi e corretti: ma il parlar d’ognuno di questi mi menerebbe in lungo, e fuori dal
proposito mio.
CAPO SECONDO
Dell’accrescere la quantità della moneta.
Egli è cosa verissima ed assai conosciuta essere tra ‘l corpo umano e i corpi misti delle società
grande e mirabile somiglianza; ma da tale cognizione non so perché non si è ritratto finora tutto
quell’utile che si poteva: poiché essendosi la medicina in molte sue parti migliorata e ridotta al vero,
era naturale che la politica sorella sua fosse rischiarata dal riverbero di quel lume. Lungo tempo ha
prevaluto tra i medici una setta che abborriva dal salasso, replicando sempre essere il sangue il
nutrimento più puro e più nobile; costare grandissimo tempo e fatica il formarsi; starsi in lui la
principal fede della vita; e perciò repugnare alla natura il buttar via ciò ch’ ella tanto ama e moltiplica
e conserva. L’ esperienza però vincendo i sillogismi alla fine ha dileguate queste larve, facendo
palese l’utilità e la necessità del salasso; e che non l’acquisto o la custodia del molto sangue, ma la
perfetta costituzione di esso, e la quantità proporzionata al corpo ed al moto nelle vene sosteneva la
vita. Così discacciato un errore tanto pernicioso, molti mali prima incurabili sono divenuti non
perigliosi. Ha la scienza del governo i suoi Galenici ancora, i quali risolutamente insegnano che il
danaro è il sangue d’uno stato, il succo nutritizio e vitale; che conviene aumentarlo sempre, né
lasciarlo mai posare ne’ vassellami preziosi; dicono doversi mandar fuori tutto ciò che avanza a
prender oro ed argento; tenere esercitata la zecca, e così nuotare e tuffarsi nell’oro; propongono lo
scavamento delle miniere proprie, la conquista delle altrui; bramano troncato il commercio coll’Indie
antiche diseccatore de’ metalli ricchi; né finalmente biasimano le leggi che con severe pene vietano
l’estrazione del metallo, coniato o non coniato ch’ei sia. La somiglianza de’ princìpi, degli argomenti
e delle conseguenze dovea pur troppo far dubitare che potesse esser comune l’errore: né l’uniforme
accordo di tutti i politici in questa sentenza bastava ad assicurarla per vera. Io adunque (forse il
primo) mostrerò che per la medesima fallacia si sono abbagliati ed i filosofi e gli scrittori dell’arte del
governo; e che niuno de’ sopraddetti è consiglio buono o fedele.
Ludovico Antonio Muratori ha lasciato scritto così: ((S’ha dunque sopra ogni altra cosa da avvertireche tutto il governo economico d’un paese si riduce ad una sola importantissima massima: cioè a
fare che esca dallo stato il men danaro che si può, e che ve ne s’introduca il più che si può. Ognun
sa che buon amico sia questo…)). Nel libro II ho dimostrato non essere il danaro il migliore amico
nelle avversità d’uno stato, ma i molti sudditi e fedeli; siccome ad ogni uomo sempre più gioveranno
i veri amici che i grandi averi. Qui dimostrerò come il denaro quando è soverchio non che amico è
nemico.
Supponiamo imprima che al nostro Regno, già bastantemente provveduto di moneta, ne fosse
donata altrettanta, sicché egli ne avesse trentasei milioni di ducati. Finché un tanto metallo resterà
fra noi, non saremo né più ricchi, né meglio agiati. Il corso e la distribuzione della moneta non si
correggerà coll’accrescerla, se la nuova si spanderà colla stessa proporzione con cui era distribuita
l’antica; e pure così seguirà quando non si diano ordini migliori. Ne ritrarremo adunque solo il dover
con sei once di metallo permutare quel che prima si aveva con tre: e ciò sarà di molestia per lo
maggior peso, non di giovamento alcuno. Sicché fin tanto che resta il nuovo denaro fra noi, il dono è
stato inutile e poco desiderabile. Che se noi estrarremo il denaro, è certo che potremo ritrarne molte
merci e molti comodi della vita. Ma siccome il nostro Regno produce abbondantemente tutto quanto
a’ primi bisogni si ricerca, altro non possiamo comprare che merci di lusso e di voluttà. Or questo
non è altro che promuovere lo spaccio delle industrie altrui, premiare i loro sudori, accrescere le loro
ricchezze, e dar loro mezzo di poter venire con quel denaro istesso a comperare il nostro grano, il
vìno e l’olio, e così nutrirsi, popolarsi e rendersi forti e formidabili a noi. Il molto denaro adunque, se
si ritiene è inutile, se si spende è dannoso; essendo cosa manifesta doversi da chi governa
attendere a debilitare sempre i principati altrui con quelle arti e mezzi che non offendano la virtù e la
religione; e doversi rendere la vita de’ sudditi più felice e più desiderabile, che de’ popoli convicini.
Ma, quel ch’è peggio, l’oro e l’argento non ci sono donati. Si comprano, e si comprano caro con
merci nostre o mandate all’America, o a que’ popoli che mandanvi le loro. Finché un paese si
provegga di tanto metallo che riempia le vene del commercio, giustissima è la spesa, né per
qualunque prezzo è cara la compra di metalli tanto necessari; ma da che ne ha la giusta quantità,
non può comprargli con merce che non sia più utile de’ metalli, che divengono allora inutilissimi. Or
perché mai s’ha da accrescere agli stranieri, e talora anche a’ nemici l’abbondanza de’ comodi, per
abbondar noi negli ornamenti del lusso e della bellezza? È vero ch’io ho dimostrato al libro I il valore
intrinseco de’ metalli essere stabilito sulla natura nostra, né essere chimerico o capriccioso; ma non
ho io perciò detto che il grano e il vino non abbiano vero ed intrinseco valore: e potendosi aver
abbondanza o dell’uno o dell’altro, sarà sempre meglio averla di questi che di quelli.
S’aggiunge a ciò l’impedimento che il soverchio danaro arreca o alla popolazione. Dove è molto
danaro non può esser a meno ch’ei non sia vile, e che le merci e le opere perciò non sieno care.
Hanno dunque a valere assai care le manifatture; e per consequenza estraendosi avranno poco
spaccio là dove per la scarsezza della moneta rincresce assai ed è molesto un prezzo grande.
Oltracciò gli stranieri eviteranno di stabilirsi in un regno denaroso, eccetto coloro che non vi recano
altro che la nuda e squallida loro persona, e sono perciò ospiti non desiderabili; dolendo molto a chi
ha qualche rendita venire in luogo ove per la grandezza de’ prezzi si trova in un istante privo della
miglior parte degli agi della vita. Gli stessi cittadini s’invogliano di lasciar una patria che gli costringe
a vita così frugale, ed andarsene a divenir senza nuovi sudori più ricchi. Lo stato presente
dell’Inghilterra e dell’Olanda sono un chiaro esempio del sopraddetto. Gli ordini del governo inglese
sono attissimi a far entrare in Inghilterra immense somme di denaro; non curando essi l’alto prezzo
de’ viveri e del grano istesso, purché se ne estragga sempre, e se ne venda a’ popoli convicini. Gli
effetti di sì fatti ordini sono stati, che la popolazione non è cresciuta in Inghilterra quanto poteva,
stante la venuta di pochissimi forestieri. Il più degli Ugonotti discacciati di Francia, dopo riempiuta
l’Olanda hanno inondata la Germania, evitando la più vicina Inghilterra, ove non si assicuravano
poter vivere. Moltissime arti, come è la stampa, hanno diminuito; non potendo per una parte
gl’Inglesi vender i libri a basso prezzo; non volendo gli stranieri per l’altra comperargli sì cari: e se
non fosse l’eccellenza delle manifatture, niente di quanto dall’Inghilterra viene sarebbe comperato.
Da tutto ciò è venuto che l’Olanda, gli ordini della quale sono più atti a richiamar gente che metalli,
s’ è popolata incomparabilmente più dell’Inghilterra, ed ha mostrate forze proporzionatamente assai
maggiori. Finalmente gli stessi Inglesi provando maggior piacere a viaggiar da ricchi che a vivere in
patria da poveri, co’ viaggi che fanno hanno irreparabilmente aperta una porta allo scolo di tante
loro ricchezze.Dunque, conchiudendo, la base d’ogni buon governo non è quella del Muratori, ma questa, che s’ha
da nuotar nell’abbondanza de’ viveri, e non dell’oro; che s’ha da lasciar uscire il meno di gente che
si può, farne venire il più che si può, e godere in vedersi stretto dalla calca de’ compagni e de’
concittadini. Dunque tu vorresti, mi chiederanno molti, non mandar fuori vettovaglie a vendere?
Rispondo, ch’io vorrei se ne raccogliessero quante più ne può il terreno produrre: vorrei poi che noi
fussimo tanti, che non ne restasse neppure una libbra da mandar fuori. Felice quel governo ove il
nutrir la prole non è dispendioso, venirvi ad abitare è desiderabile, trovarvi a vivere facile, partirne
doloroso.
Che dirò ora del rammarico di tanti in veder non liquefatti i ricchi metalli de’ nostri utensili, e de’ sacri
arredi? Dirò ch’ella è una vile e mal consigliata avarizia mista con poca religione. Vero è che,
siccome io biasimo l’accrescimento della moneta nostra, con infinitamente maggior ragione
biasimerei l’accrescimento di tanto metallo stagnante; ma il tenerne molto consegrato al sagro culto,
e molto all’ornamento ed alla magnificenza non è sempre biasimevole.
Intorno allo scavare le proprie miniere sono da aversi presenti all’animo queste savie parole di Gio.
Locke: ((È osservabile che quasi tutti i paesi ripieni dalla natura di miniere sono poveri;
impiegandosi tutta la fatica e distruggendosi gli abitatori nello scavamento e nel purgamento de’
metalli. Quindi la savia politica cinese ha vietato il lavorarsi le proprie miniere. Ed in fatti l’oro e
l’argento scavati non ci arricchiscono tanto, quanto gli acquistati col traffico. Non altrimenti che chi
vuol far traboccar il bacino più leggiero delle bilance, se in vece d’aggiunger nuovi pesi alla parte più
vota, ve gli trasporterà dalla più carica, colla metà della differenza ei l’otterrà. La ricchezza non è
l’aver più oro; ma l’averne più in comparazione al resto del mondo. Né sarebbe un uomo d’un grano
più ricco, se raddoppiatasi colla scoverta di miniere nuove la quantità della moneta del mondo,
anche la sua si raddoppiasse)).
Che s’egli è inutile scavar le proprie miniere, non potrà non essere dannoso combattere per
occupare e togliere violentemente ad altri quelle che non converrebbe usare nemmeno a coloro cui
la natura l’ha benignamente donate. Se si conoscesse il vero e grandissimo valore d’un uomo, si
vedrebbe quanto è gran pazzia e grave perdita distrugger uomini a conquistar metalli. Secondo il
calcolo da me fatto di sopra, un uomo si può valutare per un capitale di 1.200 ducati almeno: un
soldato poi, che è un uomo giovane, ed in una età la più propria ad esser utile altrui, può valutarsi
almeno 2.000. Veggasi ora se una vena di metallo, che costi la perdita d’una battaglia, è a buon
mercato o a prezzo caro comprata. Ma io fo male a voler ragionar di sì fatte cose. È ordine della
natura che vi sieno le guerre, dovendo esservi il principio di distruzione per potervi esser quello
della nuova produzione: e quando gli uomini non si disputeranno l’acquisto de’ corpi più belli e
luminosi, si contrasteranno i titoli, le preeminenze, i colori delle imprese, la forma de’ vestimenti, e
quanto nelle voci o nelle idee v’è di meno reale ed importante in natura. Meglio è dunque che io mi
rivolga a dimostrare quanto sia piccolo utile tenere in esercizio la zecca, contro al consiglio di molti,
che forse a darlo sono stati spinti da privato occulto interesse.
Per due fini suole esser consigliato che si zecchi nuova moneta, o per guadagnarvi il principe, o per
riempier di moneta lo stato; de’ quali sentimenti l’uno è vile, e l’altro è falso. E volendo discorrer
prima di quello, dico: che ne’ secoli barbari, quando delle piccole e disputate rendite niuna ne
aveano i sovrani migliore della zecca, fosse questa per guadagno esercitata, era lodevole, o almeno
perdonabile; ma che a’ dì nostri si siegua a pensare così, non può essere attribuito ad altro se non
che a un moto che per una antica impressione datavi meccanicamente ancor dura. Il dritto della
zecca conviene che sia il meno che si possa grande; e quando egli è del 2 per 100 è giusto assai.
Con esso dunque in un milione di ducati n’acquista un principe venti mila: acquisto a’ nostri dì poco
considerabile per un principe che povero assai non sia. Che se da tal guadagno si toglie la spesa
del trasporto de’ metalli, e il guadagno che v ‘hanno a fare i provveditori di esso, egli resta anche di
molto minore. La zecca non può dare impiego e nutrimento a più di 200 persone: adunque non è
degna della cura del principe una manifattura che a lui rende sì poco, a’ suoi popoli niente; essendo
100 uomini riguardo a tutto uno stato un vero niente. Né l’esempio della sapienza veneta merita
opporsi a ciò ch’io dico; avendo i Veneziani il maggior guadagno dalla ignota tempra che dannoall’oro, non dalla zecca: ed io son persuaso che s’essi temprassero l’oro, e poi come mercanzia lo
rivendessero in verghe, n’avrebbero frutto maggiore. Degli altri stati poi l’esempio non mi fa forza
nessuna: poiché gli uomini piuttosto imiteranno servilmente un’operazione altrui inutile ad essi, e
talor anche dannosa, che non pensarne e suscitarne una buona. E che ciò ch’io dico sia vero, si
può conoscere facendo questa considerazione. La spesa di trebbiare il grano col calpestio delle
cavalle, come in gran parte del nostro Regno e d’Italia si costuma, quando si computi il danno della
morte e dell’aborto delle giumente, il danno de’ polledri, l’erba che da loro inutilmente si pasce, ed
ogni altro, si può valutare la quarta parte della spesa totale d’una raccolta; che è quanto dire del
nostro Regno due carlini il tumolo. Negli anni propizi sono fra noi dalle cavalle pestati almeno
cinque milioni di tumoli: dunque una macchina che senza animali trebbiasse, sarebbe, se questa si
trovasse, un acquisto d’un milione di ducati l’anno; e a più di ventimila persone si renderebbe un
mese di tempo libero ad occuparsi in travaglio meno penoso: oltre all’immensa quantità di terreno
che avanzerebbe non pasciuto da animali, che hanno da essere consecrati ad un’opera tanto per
loro mortifera e fatale. Ora io disfido tutti, che mi si mostri alcuno scrittore di quanti al pubblico bene
si dicono applicati, il quale in vece di consigliare un guadagno così piccolo, come è la zecca,
n’abbia mostrato uno così grande, quale è il sopraddetto, ed altri di lui non minori, che vi sarebbero
in gran copia da poter additare. Felici gli uomini s’e’ conoscessero essere stati tutti dalla natura
creati agricoltori, ed essere stata ogni loro ricchezza e comodità sotto le zolle della terra appiattata;
che non cercherebbero con metalli, con voci, con carte e con altri ordigni misteriosi dar corpo reale
a quel niente che non gli può saziare.
L’altra creduta utilità della zecca è l’abbondanza della moneta che da essa si aspetta e si spera. Un
tale inganno non si può meglio dileguare, che con mostrarne il ridicolo col racconto d’una novella.
Un uomo una volta vedendosi poverissimo, né piacendogli accagionarne i vizi e la dappocagine
sua, credette esserne la colpa l’abitar egli così discosto dalla zecca, che non vi era passato mai per
vicino. Quindi repentinamente mutata abitazione s’appigionò una stanzina pochi passi lontana dal
luogo ove era il gran torchio; e volentieri tollerò tutto il dì la molesta scossa e lo strepito de’ colpi di
quello, sperando che al far della notte scolando la moneta ne venisse il suo pavimento inondato. Ma
avendo la notte inutilmente vegliato in aspettare quel che gli avea tanto fastidio apportato il dì a
sentir coniare, cruccioso si levò, e andato a vedere come la moneta non era più nella stanza del
torchio, seco stesso ammirato non intendeva come potesse avvenire che la moneta uscendo di quel
luogo e spandendosi fra ‘1 popolo sfuggisse la sua casa, che pur era così dappresso al fonte, e poi
le case de’ ricchi mercanti con tanto empito andasse ad allagare: del che piangendo e
bestemmiando la sua rea sorte malediceva. U n vecchio uomo che gli era daccosto a pietà mossosi,
e udita la cagione de’ suoi lamenti, persuaselo alla fine essere la moneta che si zecca diffusa nel
popolo non versandola e rotolandola nelle strade e nelle piazze, ma per assai diversi canali; de’
quali siccome molti imboccano a’ mercanti, molti a’ ministri del sovrano, e molti ad altra gente, così
sono costoro variamente arricchiti. Allora quel disgraziato, accorto del suo inganno, si dolse più
amaramente di prima, vedendo che delle monete egli sentiva tutto l’incommodo che danno in
coniarsi, niuno de’ diletti che danno nel consumarsi.
Lo stesso si ha da dire delle città che hanno zecca; potendo avvenir benissimo che una città
poverissima abbia la maggiore zecca del mondo; e se i cittadini non la saccheggiano, potranno
talora essere in istato di non avere affatto denari. Bisogna vedere per quali canali viene l’oro alla
zecca, e per dove scorrono poi le monete, ed imboccano: e sempre, quando l’oro non è comprato
con merci del paese, la moneta non potrà restarvi giammai.
Per una consimile cagione le guerre, che riempiono di danaro un paese, non l’arricchiscono mai; e
indi a pochi anni si trova il danaro essersi raccolto nelle provincie vicine a quella che, per essere
stata la sede della guerra, sebbene fosse la prima raccoglitrice, pure s’è impoverita e distrutta. La
cagione è che un uomo il quale ha 50 botti di vino, 100 tumoli di grano, e 10 ducati, è più ricco di chi
ha 30 ducati, e non ha vino né grano. È impossibile che un esercito paghi tutto il danno ch’ei fa; e
perciò sempre più toglie che non rende. Di quella moneta che dà si ricompra parte di quanto
l’esercito ha consumato: a voler riaver tutto il perduto, bisogna spendere anche l’antico denaro che
s’avea in mano.
Ora giacché di tutti i desideri umani, savi, o sciocchi che sieno, v’è sempre la cagione, ed è utileassai il saperla, io voglio ricercare donde sia provvenuta tanta brama di moltiplicare i metalli preziosi
negl’Italiani, e di ragionar tanto di quel commercio ch’essi hanno quasi tutto perduto. Per intender
l’origine di ciò, si ha da avvertire esservi due sorti di principati, così come vi sono due classi
d’uomini in ogni principato. Altri uomini coltivano, producono, lavorano i viveri e l’altre merci: altri
non ne fanno alcuna nuova, ma alle già fatte danno moto. Io chiamo i primi coltivatori, i secondi
mercanti. Quelli hanno poco bisogno di denaro, ma molto de’ materiali e del terreno per produr le
ricchezze: questi hanno per lor materiale il denaro. È loro unica cura richiamarlo tutto nelle mani
loro, acciocché somministrandolo a’ coltivatori, ne traggano lucro, e abbiano le mercatanzie a
prezzo vile in mano. Il non aver bisogno fa poi che le ritengano finché rincariscano pazientemente.
Sono perciò essi poco utile parte dello stato, e talor anche dannosa. Lo stesso è delle nazioni.
Quelle che, come è la Francia, la Spagna, e il più dell’Italia, sono abitatrici di vasti e fertili terreni
dalla natura arricchiti d’ogni suo dono, non han bisogno di molto denaro per vivere felicemente; né il
loro commercio ha da esser altro che l’industria della coltivazione e delle manifatture. Altre nazioni
sonosi ritrovate ristrette in luoghi o alpestri e sterili, come è Genova e gli Svizzeri, o in siti paludosi
come Venezia e l’Olanda. Quivi l’avara natura niega loro tutto; e quindi è che divenuti i bottegai ed i
mercanti dell’universo, fanno su i regni grandi, che sono loro dappresso, quel che i mercanti usano
cogli agricoltori. Hanno perciò prudentemente tali repubbliche cercata ogni via di moltiplicare il
denaro, l’acquisto del quale era per esse quasi una conquista di nuovi terreni: ma saranno sciocchi
que’ popoli che vivendo in mezzo a’ terreni di fertil natura, e coltivandoli male, mossi da invidia
puerile, cercheranno imitare disadattamente coloro che sono in assai diversa situazione. Il
pareggiare altrui non s’ottiene sempre con imitarlo e seguirlo; e perciò sconsigliatamente è proposto
agl’ Italiani accumular denaro, quando ubbriacati nell’agresto oltramontano, lasciano i loro felici
campi privi di piante e di cultori.
Restami solo a dire prima di terminare dell’introduzione e corso delle monete d’altro principe che si
suole in molti stati dare. Intorno a che dico che quanto alle monete d’argento o si parla di principati
grandi, o di principati piccoli, come sono i Ducati d’Italia, gli Elettorati di Germania, ed altri. Ne’ primi
è meglio sempre escluderle affatto: ne’ secondi è troppo molesto al commercio de’ cittadini, de’
quali moltissimi sotto diversi principi quasi egualmente vivono. Io stimerei però conveniente che la
moneta propria non si facesse mai eguale in valore alla straniera. Parrà certamente strano ch’io
pensi così, sembrando anzi conveniente evitare una disparità sempre fastidiosa. Ma io avverto che
una moneta straniera ammessa nello stato porta sempre con sé rischio, che quelle mutazioni e
danni ch’essa soffre nel suo proprio, non le faccia provare ancora al paese ov’è ricevuta. Perciò
gioverà sempre non lasciar fare al popolo connessione d’idee, e riguardar come eguali in tutto due
monete, d’una sola delle quali è il principe mallevadore, dell’altra no. Il consumo, il tosamento, la
mutazione del valore potranno indurre disegualità di monete, quanto irreparabile dal sovrano, tanto
calamitosa allo stato.
Dell’oro poi è bene che da per tutto ei si prenda a peso; e quanto al valore non ne abbia altro che
dal consentimento comune. È la libertà un dono così prezioso del Cielo, che senza somma e
gravissima causa e necessità non l’hanno mai i principi a togliere o a restringere ad alcuno; e perciò
l’introdurre oro, e valutarlo quanto al padrone più piace, non potendo nuocere, non ha da esser
vietato. L’estrarlo, se si convenga o no, sarà trattato nel seguente capo.
CAPO TERZO
Del vietar l’estrazione della moneta.
Di tutti i cattivi consigli, che gl’ingiusti estimatori della moneta hanno a’ loro principi dati, niuno è
stato tanto applaudito ed universalmente abbracciato quanto il vietare con gravi pene l’estrazione
della moneta: e pur niuno ve n’era di questo peggiore. Vedesi ciò stabilito in tutti gli stati non meno
barbari che culti; e, quel che è più strano, in alcuni governi ancora, che oltre alla lode di sapienza
civile meritamente ottenuta, hanno necessità d’estrarre que’ metalli de’ quali fanno coll’Oriente
commercio. Pure è cosa chiara essere la legge che vieta l’estrazione inutile, perché non è
osservata: inutile, perché quando i sudditi l’osservassero converrebbe al sovrano violarla; e quando
amendue s’astenessero dall’infrangerla potrebbe esser talvolta perniciosa.E quanto al primo. Siccome è negli animi umani altamente fitto che ciascuno sia delle cose sue
arbitro e signore, ogni legge che di tale autorità vorrà spogliarlo, sarà sempre calpestata: e se il
violarla sia facile, s’abbia per sicuro ch’essa rimane infruttuosa. Ciò s’intende quando il violarla non
si conosca esser contrario alla ragione ed alla naturale giustizia; perché quelle leggi che hanno per
compagne a’ divieti loro la virtù e la religione, sono non meno ottime che potentissime. Ma se
riguardano cose nelle quali non si vede connessione colla religione, è certo ch’esse saranno
disprezzate. E perciò io penso potersi tutte le massime del buon governo ridurre a questa sola; che
mai non s’abbia da vedere in un principato duellare insieme la sola legge che vieta alcuna cosa, col
guadagno che la consigli. Né si richiede che l’utile sia grande assai, essendo sempre utile e
piacevole all’animo nostro l’esercizio d’un atto, qualunque siesi, di libertà.
È manifesto poi quanto sia facile eludere la proibizione dell’estrazione, non meno col trasporto del
metallo in contrabbando, che per occupare piccolissimo luogo è molto agevole, che colle lettere di
cambio, contro le quali non vale arte alcuna od ingegno. Nel 1708 sotto il governo alemano fu nel
nostro Regno (il denaro di cui era tutto assorbito dagli stranieri) promulgata una prammatica, di cui
io non credo sia stata altrove fatta la simile giammai. ((Fu ordinato e comandato a qualunque
persona di qualsisia grado, stato e condizione, ancorché privilegiata, che non ardisca né per sé, né
per interposta persona diretta o indirettamente estrarre da questo Regno alcuna sorte di denaro, in
qualunque quantità, spezie, o moneta di qualsisia dominio per trasportarlo in Roma o in altro
qualsisia luogo dello Stato Ecclesiastico, niuno eccettuato, per qualsisia causa, o pretesto, benché
privilegiato)). E fu a’ contravventori posta la pena del quadruplo, ed altre non meno gravi.
S’aggiunse poi: ((Sotto le medesime pene comandiamo ed ordiniamo che niuna persona di
qualsivoglia grado diretta né indirettamente ardisca ricevere, né far pagar denaro di sorte alcuna per
qualunque causa, come sopra, affine di corrispondere nella città di Roma, o altri luoghi dello Stato
Ecclesiastico, tanto per ordini, quanto per lettere di cambio, benché per via di giro di Genova,
Livorno, Piacenza, Venezia, o altre piazze, e per la giustificazione delle contravvenzioni suddette
ordiniamo che si debbano attendere le pruove anche privilegiate)). È strano che un editto tale
producesse non molto strepito, potendo egli benissimo eguagliarsi, attendendo ogni sua
circostanza, a quello che i Romani usarono, acqua et igni interdicere; ed essendo quanto agli effetti
temporali senza comparazione maggiore di qualunque interdetto o scommunica che dallo Stato
Ecclesiastico al Napoletano potesse esser fulminata. Vero è che subito un tale ordine, conosciutosi
ch’e’ non potea senza cambiamento di religione sostenersi, fu rivocato quanto a quella parte che
riguardava le lettere di cambio, e confirmato quanto all’altra. Ma quando ben si consideri si troverà
essere stato più savio il primo editto che il secondo: perocché quello, sebbene contenesse grandi
assurdi, pare però che mostrasse essersi conosciuta questa verità, che il divieto dell’estrazione
colle lettere di cambio era eluso e schermito. Il secondo editto scoprì che per impeto di collera erasi
fatto ciò che parea fatto per maturo consiglio, e rivocò quella parte che bastava a render vana
l’osservanza dell’altra. Il vero era che conveniva rivocarle tutte due, ed alla estrazion del denaro
dare assai diverso compenso.
Ma quando i sudditi (il che non sarà mai) ubbidissero al divieto del trasporto religiosamente, allora al
principe converrebbe trapassarlo: perché col vietar l’estrazione della moneta non si ottiene già che
la quantità delle merci proprie, la vendita delle quali produce le lettere di cambio, s’aumenti. Dunque
ponendo che il Regno nostro estraesse quattro milioni di ducati di valore di mercanzie, è chiaro che
senza trasgredir la legge possono gli abitatori suoi comperare con lettere di cambio altri quattro
milioni di ducati di merci straniere; e restano così estinte tutte le lettere di cambio del Regno. Ora se
uno riguarda quanta spesa fuori del proprio paese conviene ad ogni principe fare, troverà ch’ella è
molta: e quanto al nostro re io credo che computando la spesa di tutti i suoi ministri nelle corti
straniere, quella de’ Presìdi di Toscana, l’uscire delle sue navi in corso, ed altre molte, sorpassi
mezzo milione di ducati l’anno. Sicché una tanta quantità di denaro ha da uscire per volontà del
principe ogni anno dallo stato; e non potendo esser mandata in rimesse e cambiali, che io ho
mostrate potersi senza delitto estinguer tutte dal popolo, converrà mandarsi in contante: e così quel
divieto che il principe fa, è da lui medesimo in somma strabocchevole violato. Sicché quando la
vendita che un regno fa delle merci sue natie, è maggiore della compra dell’estranie, il divieto è
inutile, non mancando mai lettere di cambio a chi le domanderà; s’ella è eguale, è forzato il principe
a commettere ciò che i suoi popoli non osano fare; quando è minore, saria dannoso ed al popolo ed
al principe non infrangere la legge: il che è quello che vengo ora, secondo promisi, a dimostrare.E per procedere ragionando or dinatamente: qualunque paese che ha moneta o la trae dalle
miniere sue, o la compra dalle altrui. Chi la scava, avendo sempre maggior copia di metallo che non
bisogna al suo commercio, custodirebbe insensatamente il suo superfluo, se vietasse l’estrarre il
metallo; e sarebbe biasimevole non altrimenti che se noi in un anno di somma fertilità vietassimo
affatto l’estrazione del nostro grano. Que’ paesi che la comprano, l’estraggono, sempre ch’ essa
diviene meno necessaria a’ possessori suoi di ciò che comprano. Accade ciò in due modi; quanto è
a dire o per grande opulenza, o per gravi calamità. Nel primo stato o comprano merci mobili, che
sono ornamenti del lusso, o si comprano stabili nelle altrni sovranità. La compra delle merci di
lusso, poiché essa è effetto di ricchezza, non può essere che divenga causa di povertà: e perciò
non conviene al principe vietare che i suoi sudditi di quel penoso sudore, che costa l’acquisto del
denaro, traggano gl’innocenti piaceri che sono la sola mercede di esso. Ma quanto all’impiegare il
denaro in fondi stabili fuori dello stato, essendo materia gravissima, ne disputerò appresso
diffusamente.
Che se il denaro esce dallo stato impoverendolo, pare che allora sia buono e profittevole non farlo
uscire: e da così fatto timore sono stati unicamente mossi i consiglieri del divieto dell’estrazione;
facendo vieppiù conoscere essere sempre la superficiale e distratta considerazione la madre de’
gravi errori e delle opinioni che più alla moltitudine son grate. Innanzi di proibir l’estrazione era cosa
prudente il riguardare s’essa fosse cagione o effetto dell’impoverire: e secondo che discoprivasi o
l’uno, o l’altro, conveniva regolarsi diversamente. Il denaro mandato via può essere cagione di
povertà quando è donato prodigamente; ma quando egli è cambiato con mercanzie è conseguenza
di qualche calamità. Quando un luogo non è afflitto da disavventure, egli ha sempre del
sovrabbondante da estrarre. Dalla vendita di esso nascono i crediti e le offerte delle lettere di
cambio, colle quali si comprano le merci straniere senza aver bisogno del contante. Le calamità
altro non sono che la mancanza delle proprie ricolte. Ora essendo ordine della natura che vi sieno
perpetue vicissitudini di fertilità e di scarsezza, e che con l’una si dia riparo all’altra, qual cosa più
giusta che quel ricco metallo, comprato colle superflue merci nostre, sia rivenduto quando mancano
puranche le necessarie? Quando dalla Provvidenza sarà restituita l’abbondanza, senza dubbio il
primo a rientrar nel paese sarà il metallo. E certamente siccome le conseguenze de’ morbi per lo
più sono movimenti che la natura, secondo le sue forze l’aiutano, fa per sanarsi; così l’uscir del
denaro è una medicina almeno presentanea delle sventure. Se manca a noi il grano delle terre
nostre, estrarre il denaro a comperar l’altrui è rimedio della fame; ed o s’ha da far comestibile l’oro,
o s’ha da fare uscire. Quando nelle disgrazie degli stati si salva la vita agli abitatori, è in salvo tutto;
che altro di danno non hanno le calamità, se non la spopolazione, la quale apporta danno ed a
coloro cui toglie la vita, ed a quelli a’ quali misera e scompagnata la lascia. E perciò l’uscire il popolo
è il male; l’uscire il denaro, se giova a ritenere il popolo, è sommo bene. Colui dunque, il quale
dicesse doversi per impedir l’estrazione della moneta ordinar buone leggi, costruir lazzaretti, formar
valorose milizie, crear magistrati prudenti, e coltivare industriosamente le terre, direbbe i veri e certi
rimedi dell’estrazione: imperocché dovunque è pace, salubrità, virtù vera e libertà, non può essere
che non sienvi le ricchezze e la felicità. E sebbene tali ricchezze, quando saranno ad un dato
termine pervenute, s’apriranno da per loro stesse invisibili e nuovi meati, onde scorrere ed allagare
altrove; questo che nasce dalla forza d’equilibrio, ch’è in ogni cosa, non merita riparo, né se volesse
pur darsegli ne ammetterebbe alcuno. Il che appunto conviene si tratti da me nella seguente parte
di questo capo.
Considerazioni sull’impiego del danaro fatto da’ cittadini in compra di stabili soggetti ad altro
principe.
Per una ragione tutta contraria alla calamità esce similmente il danaro da uno stato; quanto è a dire
per soverchia prosperità ed opulenza; la quale essendo stata generata da industria e parsimonia
grande, ed avendo fatta crescere la ricchezza de’ cittadini oltre a’ termini convenienti alla patria ove
sono nati, gli costringe ad impiegar fuori il danaro, e così mandarlo via. Vedesi ciò principalmente
nelle repubbliche; e di tutte niuna più di Genova è stata fertile di somiglianti esempi, avendo
popolato con famiglie sue e l’Italia e la Spagna, que’ regni medesimi donde aveano i Genovesi tratte
le ricchezze. Per quali cause avvenga così, non sarà inutile il ricercarlo prima d’entrare a dire s’ei
sia male, o no, e come e quando si convenga sanarlo.Sono le repubbliche ordinate più ad occupare ricchezze mobili che terre; e più a far commerci che
conquiste; perché le manifatture e le navigazioni fondandosi sopra numerose società richiedono
tranquillità e sicurezza stabile e lunga: e sebbene negli stati monarchici la virtù del principe possa
dar ozio, pace e sicurtà, pure ella non può darla durevole oltre alla vita di quel principe, sempre
incerta tanto, quanto è dubbia e non conosciuta l’indole e i costumi del suo successore. Ma nelle
repubbliche essendo il principato costituito da’ cittadini medesimi, si può dire che il commercio sia
del principe, e ch’egli sé medesimo assicuri. Oltre a ciò la vita de’ repubblicani è più frugale, come
quella di coloro che non avendo l’esempio del sovrano e della reale famiglia che ispiri fasto e
magnificenza, sono meno incitati a spendere, e talor anche per legge forzati a vivere con modi umili
e parchi, talché non richiamino l’ammirazione e l’affetto sempre pericoloso della moltitudine. Ma a
guerreggiare, essendo il movimento delle repubbliche lentissimo, elle sono pigre, e perciò disadatte
assai: e quantunque si possa addurre in contrario l’esempio della Repubblica romana; chiunque
avrà considerata la forma di quel governo, conoscerà essere stata Roma non una repubblica, ma
un campo di soldati; come ne’ tempi più a noi vicini sono stati i Mammalucchi, gli Arabi sotto i Califi
e i Soldani, i Tartari sotto Jen-ghiz-kan, e i Turchi: e perciò il loro commercio erano le prede, e l’arti
loro la strage. Ma tutte l’altre repubbliche, o non hanno acquistato, o (come è stato de’ Veneziani ne’
tempi de’ nostri padri) col danaro hanno raccolte le milizie, nutrite le alleanze, occupate le terre,
vinte le giornate, e fatte le paci. Nel modo stesso, fuorché con minore prudenza, le altre città italiane
sonosi governate; e quelle terre, che aveano acquistate con l’oro, non hanno poi sapute difendere
col ferro. Ora ritornando al primo. discorso, quando i cittadini per le sopraddette cagioni sono
straricchiti, e i confini dello stato non sono ampliati, volendo essi ritirare quel danaro che nel
commercio correva; e sia che l’età avanzata, o la stanchezza dagli affari ve gli spinga, o che
vogliano stabilire le ricchezze della famiglia loro ed assicurarle dalla minorità, o dalla
amministrazione donnesca, o dalla prodigalità degli eredi, ricercano fondi stabili ne’ quali possano
convertirlo: e se la patria non ne offre alcuno disoccupato, è inevitabile che sieno acquistati quelli
de’ principati convicini.
S’inganna però chi crede potersi da tale derivazione di ricchezze nuocere al commercio e
impoverirlo. Esce è vero il danaro da’ canali del commercio, ma n’esce a guisa d’inondazione e di
piena, quando la strettezza del letto del fiume non la può più contenere. Finché un negoziante lo
può, gli sarà sempre grato ritenere il danaro nel traffico, ove è guadagno maggiore: e l’avidità del
guadagno non è negli uomini né dall’età, né da’ grandi acquisti saziata o diminuita. Ma quando il
canale di qualche parte di commercio non permette maggiori somme di denaro, fa la moneta quasi
un allagamento, ed esce, e ristagna nelle casse de’ mercatanti, finché non sia altrove derivato.
Tanto è dunque possibile che tali impieghi offendano il commercio, quanto che lo scolare l’acque
spaziate possa minorare il corpo dell’acque d’un fiume.
Né è minore inganno il credere che potesse giovare ad nna repubblica il far restar chiusa e sepolta
nelle case private la moneta de’ suoi cittadini: poiché, lasciando stare che una sì fatta legge non
sarà mai ubbidita, io credo ch’ella non gioverebbe punto, come si ha opinione, a fare che la
repubblica trovasse prontamente raccolte grandi somme ne’ suoi bisogni. E certamente quando è
vietato il godere delle ricchezze faticosamente acquistate, si svoglia ognuno dall’acquistare: e
siccome i danari sono una ricchezza (secondo dicono le scuole) in fieri, non in facto esse, non
apportando comodità, non saranno tanto desiderabili. Così avverrà che la repubblica perderà le arti,
le manifatture, il commercio; né sarà più per mare potente, né rispettevole per le ricchezze sue. In
oltre i tesori che i cittadini conservano, nelle calamità spendendosi tutti insieme diventeranno
abbondanti, e vili, e non compreranno nemmeno la quarta parte di quelle merci che hanno valuto. In
fine essendo l’avarizia inimica alla virtù militare, come quella ch’è sorella della timidità, accaderà
sempre che le ricchezze, delle quali si è crudelmente proibito a’ possessori godere nella pace,
saranno nella guerra in un momento tutte dagl’inimici rapite e godute.
Ma se sono erronee le due sopraddette opinioni, non è già errore il credere che quella repubblica, di
cui molte ed illustri famiglie escono fuori a stabilirsi, perderà sempre gran parte della sua libertà. In
niun governo ha tanta parte l’interesse privato alle pubbliche determinazioni, quanto negli
aristocratici: e siccome a molti rincrescerà muover guerra a quel principe che gli può in un tratto
spogliare ed impoverire, sarà la repubblica sempre avversa dal guerreggiare. Quella repubblica chenon è pronta e risoluta a combattere, conviene che sia inclinata a servire: e perciò gl’impieghi fatti
da’ repubblicani negli stati ove hanno fatto commercio, è una conquista che questi stati tornano a
fare delle ricchezze che sembravano rapite loro. Adunque se un principato vuol restar libero non
faccia straricchire i sudditi suoi.
Ma per l’altra parte se noi riguarderemo che gli statuti, i quali non sono ordinati a render dolce la vita
nostra, sono più speciosi che buoni, disprezzeremo le leggi di Licurgo e di tanti che l’hanno imitato,
che rendono libera o temuta, ma infelice e misera una società, ed ameremo che gli uomini, ovunque
abbiano avuto in sorte di nascere, possano innocentemente affaticarsi, ingrandirsi, e traspiantarsi
poi dovunque vogliano a godere delle fatiche: e intanto prenda il Cielo in cura, come è dovere, i
regni e le potestà. Una libertà ostinata custodita con costumi feroci e crudeli, come usarono gli
antichi popoli, a me sembra peggiore della servitù: né gli elogi lusinghieri degli scrittori m’abbagliano
tanto ch’io non conosca essere incomparabilmente migliori i tempi nostri, in cui i popoli sudditi, per
la dolcezza de’ costumi e per la santità della religione, sono più felici delle antiche nazioni libere
sempre intrise di sangue o domestico o straniero.
CAPO QUARTO
Delle rappresentazioni della moneta che hanno corso nell’umano commercio.
A voler diffusamente trattare questa parte, che riguarda le rappresentazioni della moneta, e che per
la varietà e grandezza degli argomenti suoi, non meno che per la oscurità misteriosa in cui è
ritenuta, si può giustamente dire grandissima, converrebbe comporre un’opera almeno eguale alla
presente. Ma poiché ella non è stata il mio primo istituto, e solamente vi si può dire attaccata, perciò
ne discorrerò con quella brevità che mi sembra più conveniente.
Le rappresentazioni della moneta altro non sono che manifestazioni d’un debito. Dalla difficile
imitazione nasce la loro sicurezza; dalla fede e virtù del debitore la loro accettazione. È perciò il loro
valore composto dalla certezza del debito, dalla puntualità del debitore, e dalla veracità del segno
che si ha in mano. Quando tutti i tre sopraddetti requisiti sono al sommo grado sicuri, la
rappresentazione eguaglia il valore della cosa rappresentata; giacché gli uomini tanto stimano il
presente, quanto il futuro, che certamente ad ogni atto di volontà divenga presente. Perciò tali
rappresentazioni, trovando agevolmente chi le prenda, diventano monete, che si potriano dire in
tutto eguali alle vere, se non fosse ch’elle divengono cattive e false subito che perdono alcuno de’
sopraddetti attributi, i quali non essendo intrinsechi alla natura loro, non vi stanno così fermi
addosso come la bellezza e lo splendore a’ metalli componenti la vera moneta. Perciò dopo che io
avrò numerate tutte le sorti di rappresentazioni, e narratane l’origine e l’utilità, mi restringerò a dire
come s’abbia a fare per sostenerle in credito in modo tale che, divenute perfette immagini della
moneta, possano al pari di essa girare.
Essendo, come ho già detto, necessario alle rappresentazioni l’esser sicure dal contraffarsi, hanno i
privati usato d’apporre nella dichiarazione de’ debiti loro il carattere della propria scrittura; il quale
non solo è con maravigliosa varietà diverso in ognuno, e con pari meraviglia sempre uniforme in
ciascuno, ma è in oltre difficilissimo ad essere da altri imitato. Ma i principi hanno variamente usata
o la scrittura di qualche loro ministro, o il sigillo, e l’arme regia improntate sopra carte, o cuoio, o
basso metallo; donde sono nate le monete, dette di necessità. La sicurezza di queste ultime è
fondata unicamente sul terrore delle leggi che ne vietano l’imitazione, per altro facile; e perciò solo
per breve tempo hanno potuto servire. Dell’istessa classe sono le monete obsidionali battute da’
comandanti delle piazze assediate, quando mancato il danaro, ed interrotta ogni comunicazione
esterna, è convenuto dispensare a’ soldati in vece di moneta segni e promesse certe di pagamento,
subito che le angustie dell’assedio si fossero sgombrate. Di tali monete le più antiche che si
conservino furono coniate dentro Pavia e Cremona assediate da Francesco I nel 1524 e nel 1526.
Ne furono poi battute in Vienna stretta da Solimano II, e da’ Veneziani cinti d’assedio in Nicosia
capitale di Cipro nel 1570 da Selimo II. Finalmente nelle ostinate e calamitose guerre della Fiandra
divennero frequenti, non meno per la lunghezza degli assedi sostenutivi che per la mancanza deldanaro quasi continua nell’un campo e nell’altro: e furono tantoppiù volentieri accettate da’ soldati,
quanto il furore e l’ostinazione facea gradire ogni estremo consiglio più che la concordia e la servitù.
Contro a ciò che ho detto di tali monete, ch’esse non possino usarsi, fuorché per poco tempo, si
potrà opporre l’esempio delle colonie inglesi d’America, dove corre da moltissimi anni solo moneta
di carta, senza che ne sia diminuita la stima. Siccome un fatto tale è stranissimo, merita essere
prima dimostrato vero, e poi spiegatane la cagione. Nella relazione del viaggio all’America
Meridionale, lib. 3, c. 9, si narra di Boston e della Pensilvania che, ((essendo queste colonie così
grandi, ricche e popolate, pure non usano monete di metalli, ma di carte di figura simile alle monete
ordinarie. Sono fatte di due pezzetti di carta rotondi attaccati insieme, e sigillati coll’armi
dell’Inghilterra: e di sì fatta guisa sono tutte le monete dal più basso sino al massimo valore; e con
esse si traffica senza aver bisogno né d’argento né d’oro. Secondo poi si consumano, o si rompono,
evvi un luogo, che è quasi la loro zecca, ove s’improntano le nuove, e sono poi in ogni città, o terra
altri luoghi, ove si distribuiscono, permutandosi le nuove con le vecchie malconce che vi si lasciano,
e sonovi brugiate. Nel che è maravigliosa la fede e lealtà de’ ministri, che non commettano frode
moltiplicando a loro pro sì fatte monete. Ma una cosa che pare tanto strana ed incredibile, cesserà
d’esserlo a chi avvertirà essere state le colonie della Pensilvania in grandissima parte popolate da’
Quackeri; tanto che con le leggi loro si reggono ancora oggidì e fioriscono. I Quackeri sono una
classe di settari, che in mezzo a molti ridicoli e stravaganti riti, si rendono ammirabili per l’esattezza
con cui osservano le leggi naturali, alle quali sono quasi superstiziosamente attaccati. Né furono
bastevoli tutti i tormenti che si potettero in Inghilterra immaginare, a fargli giurare in un caso in cui le
leggi di quel governo richiedeano il giuramento: tanto che fu forzato il Parlamento a dichiarare
essere il semplice detto d’un Quackero eguale al giuramento solenne dato da chi non è di questa
setta)).
Si è potuto adunque sostenere un impegno tanto arduo e difficile, I. Perché le colonie della
Pensilvania hanno per confinanti i soli selvaggi, donde non temono contraffazione delle loro carte.
II. Perché hanno commercio colla sola Inghilterra, sul quale possono benissimo attentamente
vegliare. In fine, perché le azioni straordinarie, e che sembrano superiori alla forza umana possono
ben essere dalla virtù consigliate; ma il solo fanatismo (misera condizione!) e l’impegno ostinato per
qualche partito le può fare da tutti costantemente eseguire. Onde è che nelle false sette si sono
vedute operazioni che i cristiani hanno ammirate, senza potere virtuosamente imitare. Sicché da’
Quackeri non si può prender l’esempio delle monete di carta ad imitare.
Venendo dunque a ragionare delle diverse spezie di carte obbligatorie, dico che altre manifestano
debito d’un privato, altre d’una persona pubblica; e tutte si possono dividere in fruttifere ed
infruttifere. Delle carte de’ privati non si parlerà qui; giacché non essendo le firme loro abbastanza
conosciute, e molto meno le facoltà e l’onestà ch’abbiano, di rado accade ch’esse sieno accettate
da altri che da’ creditori diretti; e perciò non corrono come moneta. Dirò solamente delle carte
esprimenti debito di persone pubbliche.
Hanno tutte queste carte avuta origine o da deposito, o da imprestanza fatta, o da unione di società;
donde sono nati i Banchi, le rendite dette da noi con voce spagnuola arrendamenti, e le compagnie.
Cominciarono i Banchi dappoiché gli uomini per esperienza conobbero non essere i tre metalli
bastanti a’ grandi commerci e a’ grandi imperi: essendocché lo stess’oro divenuto vile in confronto
de’ prezzi di molte merci, dava incommodo grande, e pericolo ad essere trasportato e trafficato.
Quindi secondo la varietà de’ costumi variamente si dette compenso a sì fatto bisogno. Dovunque
era governo giusto ne’ principi, e virtù ne’ popoli, si pensò a rappresentar la moneta con segni che
senza avere alcun valore intrinseco fussero però impossibili, o almeno difficili a contraffarsi. Dove la
tirannia e la mala fede non permisero che si potesse riguardar come certa la possessione, qualora
si possedeva un pegno sicuro della cosa pregiata, fu d’uopo appigliarsi a’ corpi che contenevano un
valore intrinseco tanto maggiore dell’oro, che in piccolo sito restringessero un grandissimo prezzo.
Tali sono le gemme. Perciò in Oriente dove non sono né Banchi, né sicuri mercanti, usansi le
gemme come monete; e que’ che fra noi sono mercatanti di Banco, ivi sono gioiellieri. Ne’ viaggi
portansi gemme come noi portiamo lettere di cambio; e finalmente si può dire che usino le gemmepiù per moneta che per ornamento: conoscendosi ognora più vero ciò che nel I libro ho dimostrato,
che la somma sicurezza è nel valore intrinseco, e il prezzo intrinseco e la stima è dagli uomini
conceduta alla bellezza delle produzioni naturali. Sarebbe intanto un tal costume tollerabile in uno
stato, s’ei non contenesse il danno gravissimo delle vaste quantità di merci che conviene mandare
ne’ regni ove raccolgonsi le gemme, a comperarle: e perciò è pregevolissimo frutto della virtù, che la
sola fede dia valuta e tramuti in moneta preziosissima un foglio che non costa niente.
I primi Banchi erano in mano de’ privati, presso a’ quali depositavasi il danaro, ed erano da essi
date le fedi di credito, e tenuti quasi que’ regolamenti stessi che usansi oggi ne’ pubblici Banchi. E
siccome sono stati gl’Italiani non solo i padri e i maestri d’ogni scienza dopo la loro restaurazione,
ma i maestri e gli arbitri del commercio; perciò in tutta Europa erano essi i depositari del denaro, e
dicevansi banchieri. Ancor oggi la strada de’ Lombardi è detta a Londra ed a Parigi quella ove
s’uniscono i mercanti; e la piazza del cambio d’ Amsterdam chiamavasi Piazza Lombarda: giacché i
Veneziani, i Genovesi e i Fiorentini erano conosciuti sotto tal nome. Ma perché in que’ secoli
miserabili gli uomini né seppero camminare per le vie del dritto, né giudicare delle azioni altrui sulle
regole del vero, furono da’ Lombardi commessi una co’ leciti molti illeciti commerci, donde furono
confusi cogli usurai, e perseguitati non meno perché erano ricchi, che cattivi.
Non si può dubitare che tali Banchi fossero utilissimi e buoni; mentre i mercatanti senza pagar
grosse usure trovavano quanto denaro volevano, e il denaro non si fermava ozioso nelle mani
degl’inesperti a muoverlo e trafficarlo. Quindi era dagli uomini, mediante la fede e l’onestà,
raddoppiata la moneta colla creazione d’un’altrettanta quantità di moneta di carte, che non
costavano mercanzie mandate all’Indie, come i metalli preziosi. Ma essendo i mercanti in que’ tempi
sottoposti ad innumerabili disavventure non meno per l’avversità della sorte, che per la malignità
degli uomini meno ricchi e più potenti di loro, avveniva spesso che fallendo si perdevano i crediti; e
molti restavano poverissimi colle inutili carte di credito in mano. Perciò la Repubblica veneta
imprima istituì un Banco pubblico, e fu poi nel 1609 imitata dalla città d’Amsterdam, e dopo da
quella d’Amburgo. Nel regno di Guglielmo III in Inghilterra il tesoro reale, che essi dicono exciquier,
cominciò a valere quasi come Banco pubblico, ove furono versate le ricchezze ch’erano prima in
mano de’ gioiellieri custodite. Finalmente nel 1716 Giovanni Law aprì in Francia la Banca Generale,
di cui gli avvenimenti tragici e singolari saranno da me più abbasso rapportati. Anche in molti altri
stati sonosi istituiti Banchi quasi in questi tempi stessi, ma di minore celebrità. La forma de’ Banchi
di Venezia, di Amsterdam e d’Amburgo è la seguente. In prima è permesso a ciascuno intromettere
denaro nel Banco, del quale viene scritto creditore in un libro. Il pagamento si fa poi colla semplice
mutazione del nome del creditore in esso libro, con che resta trasferito il dominio. Per evitare le
mutazioni della moneta e la varietà de’ prezzi, si è stabilito che il denaro si ricevesse secondo quella
quantità di fino metallo ch’egli ha: donde è venuta varietà di prezzo fra la moneta del Banco, e la
corrente; la quale disparità è detta agio di Banco. Il denaro una volta intromesso non è lecito
riprenderlo poi, ma solo si può nel modo sopraddetto spenderlo; onde venne il detto, che il Banco
buono è quello che non paga. L’utilità del Banco è la facilità del pagamento renduto esente da
trasporto e da altri rischi, e la sicurtà della custodia divenuta infinitamente maggiore che nelle casse
proprie o de’ privati. Ma tutti sì fatti comodi si conobbe per esperienza non bastare a muovere gli
uomini a privarsi della vera moneta; e la fede delle repubbliche non parve neppur bastante ad
assicurare i timori degli avari. Quindi convenne forzare gli uomini a depositar la moneta; il che si
fece con vietare, mediante l’autorità della legge, il potersi pagare le lettere di cambio, tutte le grosse
mercanzie, ed ogni altro gran prezzo, oltre una data mediocre somma, con altra moneta, che di
Banco. Così ne’ paesi di commercio divenuta necessaria più dell’oro e dell’argento una moneta che
il compratore era forzato ad usare, ed il venditore non potea ricusare, i Banchi furono tosto riempiuti.
Quello di Venezia è fissato ad essere di cinque milioni di ducati; ma quello d’Amsterdam ha senza
dubbio intromessi per quasi 300 milioni di fiorini. Quanti ve n’abbia ora riposti è incerto; come lo è
incerto del pari di quello d’Amburgo. Ma la repubblica assicurando il Banco, e rendutasene
mallevadrice, fa che non si cerchi riavere quel denaro che non esistendo nel Banco dovrebbe dalla
repubblica darsi: e poiché la repubblica distinta da’ privati è un ente chimerico, non si può da lei
sperar altro che le sustanze de’ privati al bisogno pubblico convertire. E perciò i privati sono creditori
di loro medesimi senza avvedersene: e questo non avvedersene fa che si sia potuta moltiplicare la
moneta rappresentandone più centinaia di milioni di fiorini senza doverla scavare. Perciocché è da
aversi per fermo, che siccome i mercanti non lasciavano sepolti i loro depositi, così le repubbliche
col danaro de’ Banchi hanno soccorse le loro gravi necessità: e così gran parte dell’oro depositatovi
n’è stato tratto fuori. Sicché il danaro de’ Banchi loro ha mutata natura, e da deposito è divenutoimprestito fatto al pubblico; ma imprestito, a differenza degli arrendamenti, gratuito, e senza frutto
d’interesse.
In oltre s’è conosciuto nuocere al commercio il divieto d’estrarre il danaro una volta immesso; e che
sebbene fosse vero che il Banco buono è quello che non paga, è vero anche che il Banco
accreditato è quello che non è restio a pagare. Perciò a Venezia s’è istituita una cassa pel
pagamento del contante, la quale lungi dal diminuirne ha moltiplicate le ricchezze, ed assicurata la
fede del Banco: ed in Olanda è convenuto tollerare il potersi stipulare le vendite in contante, e che
molti negozianti pagassero col contante i crediti in Banco, mediante un otto per cento di guadagno;
il quale otto per cento è quel che vale dippiù la moneta vera e presente, che non la carta.
L’exciquier d’Inghilterra, detto anche il Banco reale, non si rassomiglia a’ già detti, se non in quanto
le sue fedi sono in libero commercio; ma nella sua origine egli fu un imprestito fatto al principe da’
privati, donde si percepisce frutto. Ma siccome non è sempre certo il giorno de’ pagamenti, né
sempre sicuro, di tale probabilità si fa un commercio, e secondo la maggiore o minore probabilità
varia il valore di cotesti crediti. Commercio che non è creduto ingiusto se non dal volgo solito
sempre a dire ciò che gli duole contrario alle leggi umane e divine. Ma se a torto si biasima un
commercio che, convertendo in guadagno il prezzo dell’ardire incontro a’ pericoli, rende fruttifera
una merce che in sé stessa non lo è; non si può non biasimare quel governo dove si lascia correre
una moneta il valore della quale sia sempre incerto ed ignoto. Poiché essendo quella virtù ch’è utile
alla patria rare volte congiunta coll’avidità e destrezza a guadagnare, accade (come avvenne
appunto in Francia) che le mercedi delle virtuose opere del soldato sono portate via dagli agioteurs,
che non hanno servita la patria.
La Francia fu priva di Banchi di qualunque spezie fino al 1716 quando ne istituì uno Giovanni Law
scozzese sotto la protezione del duca reggente. Siccome fu questo il primo passo, e quasi la base
del sistema suo, di cui s’è tanto ragionato al mondo, e che è certamente stata una delle più strane
produzioni dell’intelletto umano; io credo non essere disconveniente dire quel ch’io di tal sistema ne
stimi. La mia opinione è stata sempre, che il duca d’Orléans non fosse complice de’ disegni del
Law, uomo d’ingegno mirabile e rarissimo, ma senza virtù e senza religione: quindi credo che sieno
stati due i sistemi del Law: uno pieno di spettri d’utilità, e ch’era da lui rappresentato al duca ed alla
intiera Francia; l’altro destinato solo a saziare l’avarizia sua, la quale dovea essere tanto più
ardente, quanto egli era stato più lungo tempo povero e miserabile.
Non si può contrastare esser restata la Francia al tempo della morte di Luigi XIV esausta di danaro,
e quel ch’è peggio ripiena di biglietti discreditati. Se tali biglietti avessero avuto prezzo fisso e sicuro,
non avrebbe il commercio sofferto danno veruno; ma poiché essi erano non meno ricusati da’
venditori, che trafficati dagli agioteurs con varietà di prezzi grandissima, ne veniva una generale
lagnanza contro sì fatte carte che dicevansi billets d’état. Conveniva dunque estinguergli. Con un
fallimento, la Francia restava senza moneta affatto, ed era distrutta. Con moneta non potevano
esser pagati, poiché la Corte non ne avea: dunque s’aveano i biglietti di stato da convertire in altri, a’
quali il popolo avesse fede maggiore. Quando uno stato perde la sua moneta è come un artefice
che nell’estrema indigenza vende gl’istrumenti dell’arte sua. Allora egli è per sempre ruinato; non
avendo danaro per ricomprare i ferri, né ferri per acquistar travagliando il danaro. Così la Francia
non potea coll’industrie e la pace ristorarsi, poiché senza danaro non avean corso l’industrie. Perciò
l’arricchirla di monete di carte, che non costava mercanzie, ma che dava modo a sostenere le
manifatture e raggirarle, era lo stesso che donare all’artefice tutti gli ordigni suoi. Allora basta aver
tranquillità e tempo, che subito risorge uno stato. Ecco il cospetto utile e bello del sistema di Law.
Aveansi ad estinguere i biglietti di stato già caduti dalla fede pubblica. Doveasi crear nuova moneta,
in cui si avesse fede, sicché richiamasse argento ed oro straniero in Francia. Quando poi era la
Francia bastantemente ristorata, anche le nuove carte doveano aver la sorte delle prime.
Per distrugger i biglietti ne fu fatta imprima una riduzione non con perdita eguale in tutti, ma con
distinzione regolata secondo il merito delle persone che servendo la patria erano su di lei rimaste
creditrici, e con biglietti erano state pagate. Operazione savissima ed atta a rallegrare il popolo;
essendoché l’uomo non si consola che nell’aspetto d’altri più danneggiato di lui: né è meno capacedi contentarci (tanta è la nostra malignità) l’invidia altrui, che la propria prosperità. Dopo la riduzione
restava ancora un debito di duecento milioni di lire in biglietti. Per consegrar anche un tal residuo
alle fiamme, fu proposto l’alzamento d’un terzo di tutta la moneta: e siccome la Francia, ch’è sei
volte almeno maggiore del nostro Regno e più denarosa, ha sopra sei cento milioni di lire di
moneta, certamente restava estinto il debito della Corte; ma non potea evitarsi che non rimanesse
soverchiamente priva di danaro. La Banca Generale avendo stabilito un fondo d’un milione e
ducento mila scudi in mille e ducento azioni, quando avesse avuto credito tale che, anche togliendo
dal deposito il danaro intromessovi, non fossero state le carte sue ricusate, accresceva la moneta di
Francia ad un grado forse maggiore del proporzionato al traffico suo. Non restava dunque a far altro
che sostenere in credito la Banca, ed era la Francia guarita, il debito disfatto. I modi tenuti ad
accreditare i biglietti della Banca furono tutti quanti più ve ne sono. Furono renduti necessari,
ordinandosi che con essi soli si potessero pagare i tributi alla Corte; donde il commercio loro
divenne grandissimo. Furono dichiarati privilegiati sopra ogni altra carta, e quasi sull’argento stesso:
e se in questi termini si fosse restato, niuna operazione più utile e gloriosa avrebbe avuta il governo
del duca d’Orléans.
Ma Gio. Law non poteva esser contento che del bene suo e d’acquisti sterminati: e siccome la
moneta, ch’egli avea recata seco, erano carte, non curava altro che accrescerne il valore; così non
contento che queste fossero immagini della moneta, volle farle più preziose d’essa. Non fu difficile
ingannare il reggente, e persuaderlo dover esser utile l’invigorimento di quegli ordini che si
conosceva essere stati buoni. Quindi per render fruttifere e perciò pregevoli le azioni si creò una
Compagnia di commercio piena di larve e sogni di traffichi; ed i frutti delle azioni non meno solleciti
che smisurati le fecero incarire. Per l’altra parte si dichiarò guerra alla vera moneta con ferocia e
crudeltà incredibile: fu sbassata, alzata, ribassata con salti grandissimi e repentini; poi fu bandita dal
regno; indi vietato l’immetterla, e permesso l’estrarla; in fine tolta per forza a’ possessori e cambitata
con carte della Banca già diventata Reale, ed incorporata colla Compagnia dell’Indie. In tanta
vicissitudine e disordine, si videro i biglietti valere il cinque per cento più del denaro vero: le azioni
della Compagnia esser tanto ricercate, che pervennero ad apprezzarsi il due mila per cento. Quindi
seguirono effetti mirabili, e che sarebbero immeritevoli di fede se non fossero avvenuti. Una vedova
di Namur, che avea piccolo credito per servigi prestati ad uffiziali nelle campagne, si trovò ricca di
sessanta milioni di lire. La Banca moltiplicò i biglietti fino a duemila settecento milioni di lire. A
proporzione crebbero apparentemente i prezzi delle merci; ed in fine tutti i debiti, i censi e le rendite
pubbliche furono estinte, e fatta tanta mutazione nello stato della Francia, che si può benissimo dire
essere stato l’anno 1720 per essa un anno di Giubileo simile a que’ degli Ebrei; ma tanto più
singolare, quanto più insolito, meno previsto, ed in un regno maggiore. In mezzo a tanto scompiglio
saziò certamente il Law l’animo suo, avendo acquistate sopra quaranta milioni di lire quasi tutte in
contante, o in fondi stabili nobilissimi e regi. Perciò a’ 21 maggio 1720, due anni soli da che il
sistema erasi cominciato, gli fu dato il primo crollo colla diminuzione e discredito de’ biglietti, i quali
furono poi a’ 10 ottobre soppressi ed estinti. Così per soddisfare un debito di soli duecento milioni di
lire di biglietti di stato, si restò dovendone duemila e settecento milioni di biglietti di Banco. Questa è
in breve la storia del sistema del Law. Avvenimento memorabile, ed atto a dimostrare quanto possa
l’ingegno d’un uomo in mezzo a un popolo furiosamente amatore del nuovo, ed incapace di
riguardar le cose a sangue freddo.
Intanto può ciascuno comprendere essere stato il sistema dannoso, perché condotto a troppa
estremità: la Francia essersi trovata sana dopo sì grandi accidenti, perché il contadino non sentì il
male del sistema, e le terre e i frutti di essa furono favoriti dal sistema, che ne accrebbe i prezzi ed il
consumo: e finalmente l’avere un regno una mutazione simile a quella del Giubileo dalla sapienza
del legislatore giudaico imaginata, non essere cosa che meritasse non avere fra gli altri legislatori
niun imitatore, come quella che contiene in sé talvolta utilità grandissime e singolari.
Avrebbe la storia della Banca Reale di Francia meritato ch’io vi avessi più lungamente e
particolarmente discorso; ma i limiti della mia opera non me lo permettendo, terminerò qui di dire de’
Banchi, e dirò degl’imprestiti pubblici.
Sono gl’imprestiti di varia natura: alcuni producono frutto, altri no; e di que’ che danno frutto altri lo
danno per sempre, altri a vita. Della prima spezie sono i depositi de’ Banchi convertiti a’ bisognipubblici, de’ quali ho di sopra ragionato; dell’altra sono tutte le rendite che noi chiamiamo
arrendamenti, fiscali, istrumentari; in Roma diconsi luoghi di monte, e vacabili; in Francia rentes sur
l’Hôtel de ville; ed in fine in ogni principato con diverso nome sono dinotate. Sebbene i fondi, o sia
capitali (che in molte parti sono dette azioni, per lo dritto che danno a conseguire i frutti) sieno,
come ho detto, fruttiferi, pure nel commercio prendono una co’ frutti, e colla probabilità loro un
valore certo e noto; e così vengono dati e comprati quasi come moneta. Nel nostro Regno
essendosi permesso che sì fatte rendite potessero con fedecommessi, ipoteche e debiti vincolarsi e
caricarsi, è divenuta la compra loro un affare molto più lungo e difficile, che non la traslazione delle
fedi di credito. onde è nato che le partite d’arrendamenti non corrono come moneta. Intanto perché i
dazi destinati a pagare i frutti de’ danari imprestati furono ceduti in solutum a’ creditori, hanno gli
arrendamenti cambiata natura, e sono divenute tante società e compagnie simili in tutto, quanto alla
forma, alle compagnie delle nazioni commercianti, colla sola differenza che gli azionari, detti fra noi
consignatari, s’occupano non in traffichi, commerci e scoperte lontane, ma in amministrare
rigidamente e far fruttare quella porzione di tributi stata loro assegnata.
Tra gl’imprestiti con frutto a vita, oltre a’ vacabili noti abbastanza, sono le tontine; invenzione
bellissima di Lorenzo Tonti napoletano, proposta la prima volta in Francia il 1653, ma non eseguita
se non dopo la morte sua il 1689. La loro forma è la seguente. Si stabilisce un fondo di danaro
diviso in moltissime azioni, o come noi diciamo, carate: e queste sono poi ristrette in poche classi,
sicché ciascuna classe, per esempio, n’abbia mille. Coloro i quali hanno azioni in qualche classe, si
dividono i frutti dell’intero capitale di quella classe, guadagnando sempre le porzioni de’ compagni
che muoiono, e così fino che ne resti uno, il quale percepisce tutto il frutto d’ una classe, che morto
lui rimane estinta in beneficio del sovrano. Ma i biglietti delle tontine non possono circolare come
moneta; come nemmeno que’ delle lotterie, e perciò io non ne discorrerò più a lungo.
Le Compagnie sono state istituite principalmente per le navigazioni e i commerci dell’Indie e de’
mari lontani, che quanto erano lucrosi, altrettanto ripieni di pericoli, di perdite e di spese
grandissime. Le azioni loro spesso si commerciano quasi come moneta: ed avendo in molti paesi le
Compagnie dato danaro, o pagati i debiti del sovrano, hanno cambiata natura, ed in parte sono
divenute simili a’ nostri arrendamenti. La forma loro è in tutte simile; e si potrà comprendere colla
descrizione di quella del Banco di S. Giorgio di Genova, che si può dire la prima di tutte, fatta da un
antico scrittor fiorentino. ((Poiché i Genovesi)) (dic’egli) ((ebbero fatta pace co’ Veneziani dopo
quella importantissima guerra che molti anni addietro era seguita fra loro; non potendo soddisfare
quella loro repubblica a quei cittadini che gran somma di danari aveano prestati, concesse loro
l’entrate della dogana, e volle che secondo i crediti, ciascuno per i meriti della principal somma di
quell’entrate participasse, infino a tanto che dal comune fossero interamente soddisfatti. E perché
potessero convenire insieme, il palagio il quale è sopra la dogana loro consegnarono. Questi
creditori adunque ordinarono fra loro un modo di governo, facendo un consiglio di C di loro, che le
cose pubbliche deliberasse, ed un magistrato di VIII cittadini, il quale come capo di tutti l’eseguisse;
e i crediti loro divisero in parti, le quali chiamarono luoghi; e tutto il corpo loro S. Giorgio intitolarono.
Distribuito così questo governo, occorse al comune della città nuovi bisogni, onde ricorse a S.
Giorgio per nuovi aiuti, il quale trovandosi ricco e bene amministrato lo poté servire: ed il comune
all’incontro, come prima gli aveva la dogana conceduta, gli cominciò per pegno de’ danari che
aveva a conceder delle sue terre: ed in tanto è proceduta la cosa, nata da’ bisogni del comune e i
servizi di S. Giorgio, che quello si ha posto sotto la sua amministrazione la maggior parte delle terre
e città sottoposte all’imperio genovese, le quali governa e difende, e ciascun anno per pubblici
suffragi vi manda suoi rettori, senza che il comune in alcuna parte se ne travagli. Da questo è nato
che i cittadini hanno levato l’amore al comune, come cosa tiranneggiata, e postolo a S. Giorgio,
come parte bene ed egualmente amministrata; onde ne nasce le facili e spesse mutazioni dello
stato, e che ora ad un cittadino, ora ad un forestiero ubbidiscono; perché non S. Giorgio, ma il
comune cambia governo. Talché quando tra i Fregosi e gli Adorni s’è combattuto del principato,
perché si combatté lo stato del comune, la maggior parte de’ cittadini si tira da parte, e lascia quello
in preda al vincitore. Né fa altro l’uffizio di S. Giorgio, se non quando uno ha preso lo stato, fargli
giurar l’osservanza delle leggi sue; le quali infino a questi tempi non sono state alterate, perché
avendo armi, danari e governo, non si può senza pericolo d’una certa e pericolosa ribellione
alterare. Esempio veramente raro, e da’ filosofi in tante loro immaginate e non vedute repubbliche
mai non immaginato, vedere dentro ad un medesimo cerchio, fra’ medesimi cittadini la libertà e la
tirannide, la vita civile e la corrotta, la giustizia e la licenza: perché quell’ordine solo mantiene quella
città piena di costumi antichi e venerabili)). Molte parti dell’antecedente descrizione converrebberobenissimo alle Compagnie presenti, e principalmente a quella dell’Indie Orientali d’Amsterdam; la
quale è tratto tratto divenuta una repubblica forse più potente e più ordinata dell’altra in cui è nata.
Ora è tempo ch’io restringa il mio discorso a dire delle cose patrie, e principalmente de’ Banchi; la
conservazion de’ quali per tanto tempo sostenuta fra noi ci fa certamente grandissimo onore.
All’autore dello Spirito delle leggi è venuto detto che non si possono istituir Banchi ne’ regni che
hanno commercio di lusso, come la Francia, la Spagna, e l’altre monarchie. Ponergli, dic’egli, in uno
stato monarchico, ((c’est supposer l’argent d’un côté, et de l’autre la puissance, c’est-à-dire d’un
côté la faculté de tout avoir sans aucun pouvoir, et de l’autre le pouvoir avec la faculté de rien du
tout. Dans un gouvernement pareil il n’y a jamais eu que le prince qui ait eu, ou qui ait pu avoir un
trésor: et par tout où il y en a un, de ce qu’ il est excessif, il devient d’abord le trésor du prince)).
Tanto a lui pare impossibile che il principe, benché lo possa, non voglia occupare le ricchezze de’
sudditi suoi. Ma s’egli avesse riguardati noi, avrebbe veduto un regno certamente monarchico, e
tale anzi, che eccetto i regni barbari dell’Oriente, niuno n’è forse al mondo ove i decreti del sovrano
sieno più venerati e prontamente ubbiditi. Un regno in cui le rimostranze de’ parlamenti e del clero
della Francia, che anco è monarchia, parrebbero sediziose. E pure in questo regno avrebbe veduti
da antichissimo tempo istituiti Banchi, mantenervisi, fiorire, ed essere ripieni di tante ricchezze, che
alla piccolezza del Regno sono certamente smisurate. Tanto può la virtù di chi regge assicurare i
popoli dall’abuso della potestà. Vedrebbe in oltre in tanto spazio di tempo, come è la vicenda delle
umane cose, alcuni Banchi aver vacillato per le rapine de’ ministri; ed uno anche (sebbene non per
così brutta cagione) esser fallito: ma in tanti e sì vari avvenimenti, in tanto bisogno della monarchia
spagnuola, nella frequentissima mutazione di governo in un mezzo secolo tre volte cambiato; e
finalmente nelle ultime guerre ed angustie di pestilenza, vedrebbe, io dico, mai non aver data il
governo neppur ombra di timore al pubblico; non avere avuta nemmen per sogno parte alle
disgrazie d’alcuno de’ Banchi; né essere il danaro del principe sparso in essi considerato più di
quello d’ogni miserabile. Questo mirabile innesto de’ frutti della libertà col governo assoluto è la
maggior gloria del nostro; e quantunque abbia pochi e rarissimi esempi, non dovea però
quell’autore dall’avvenimento tragico della Banca Generale di Francia tirar conseguenze universali,
e dichiarar natura del governo monarchico ciò ch’è difetto in lui. Il che s’egli avesse sempre fatto,
non avrebbe composto un libro pieno di massime che sembreranno vere solo a chi è nato in Parigi,
e vi è nato nel secolo decimottavo dell’umana redenzione.
Sonosi adunque mantenuti in credito i Banchi nostri, perché la Corte ha mostrato quasi non saperli
neppure. Il governo loro è in mano di privati onestissimi, i quali riguardando giustamente la cura del
ben pubblico come opera pia e divota, usano un disinteresse sommo e dirò quasi miracoloso. Il
danaro depositato vi si conserva religiosamente; e sebbene noccia il ristagnamento, pure poiché
nuocerebbe più la perdita de’ Banchi, e l’una cosa con l’altra in una monarchia non possono essere,
è bene il restare il danaro nel Banco. Ed ecco la differenza tra i Banchi delle repubbliche e que’
delle monarchie. Quelli sono atti a moltiplicar la moneta e a soccorrer lo stato, e sono sostenuti
dalla pubblica fede: perciò l’esserne la suprema potestà mallevadrice è buono. Questi sono
unicamente buoni a custodire e meglio raggirar la moneta. Gli rende sicuri la virtù de’ privati e il
rigore delle leggi, l’allontanamento d’animo del sovrano, e l’esistenza del danaro depositato sempre
pronto ad esser renduto: e perciò chiunque ardirà proporre (come taluno v’è stato) di togliere il
danaro da’ Banchi stati prima garantiti dal principe, e rimetterlo nel commercio, sarà da me
liberamente chiamato inimico della patria e della pubblica tranquillità. Meriterebbono gli ordini de’
nostri Banchi, che sono tutti prudentissimi, essere fatti noti al mondo, potendone Napoli ritrarre
onore: ed io l’avrei fatto volentieri, se dentro i confini della presente opera gli avessi potuti
restringere. Ma non si può. Se ne potrà vedere alcuna parte descritta in un’allegazione fatta (non
sono ancora molti anni) in difesa d’un cassiere d’un Banco da uomo che fa onore alla patria ed alla
prudenza legale. Le sole cose che mi pare potriano esservi migliorate sono:
I. Che tutti s’avrebbero quasi ad unire in un solo. Intendo dire, che le fedi di ogni Banco fossero
liberamente accettate in ciascuno, e pagate. II. Che le contate di cassa si facessero tutte in uno
stesso tempo in tutti i Banchi in incerto giorno: sicché non potesse la frode d’un cassiere restar
ascosa colla falsa dimostrazione d’un credito che abbia un Banco sopra un altro. III. Vorrebbe esser
minore il numero de’ notai che possono autenticare; acciocché potendone esser meglio note le
firme, fosse meno facile l’abbaglio del pandettario, cioè di quell’officiale cui incumbe riconoscere la
veracità della fede. IV. In ogni città riguardevole del Regno s’avrebbe a scegliere un notaio de’ piùonorati, l’autentica del quale tenendosi registrata nel Banco non fosse controvertita; con che si
aiuterebbe al comodo di chi vive nelle provincie. E se in qualche città, come Gallipoli e Foggia, si
stabilisse un Banco, o si trasferisse alcuno de’ nostri, non credo potesse esser nocivo.
Parrà agli stranieri mirabile che i Banchi di Napoli non dando frutto nessuno del danaro a differenza
del più degli altri, né essendo per legge rendute necessarie le fedi ad alcun pagamento, come è in
Venezia e in Olanda, parrà, io dico, strano che sieno tanto ripieni di moneta. Ma una meraviglia tale
cessa dacché si riguarda l’indole del popolo inclinata meravigliosamente alle liti ed al negare. Le
fedi di credito assicurano non solo il pagamento, ma il titolo d’esso con certi stabilimenti particolari a
noi. E così ciò che altrove fa la forza delle leggi e lo stimolo del guadagno, fra noi lo fanno i costumi
corrotti e la mala fede. Ma non si può negare che l’aver fatto servire i Banchi all’estinzion delle liti sia
stata cosa bella e giudiziosa.
Compagnie non sono fra noi, non avendo noi tanto commercio che possa nutrirle. La quale
mancanza di commercio è da molti, che invidiano lo stato presente delle potenze marittime,
scioccamente attribuita a nostro difetto. Ma questo commercio, come lo intendono essi, non è il
principio della grandezza di quelli stati. Il terreno popolato fa la forza degli stati; e chi ha più terre e
più sudditi è maggiore. Né la potenza può nascere da altro, che donde la trassero i Romani, cioè
dalla conquista e dall’altrui servitù. Questo è il commercio delle Compagnie inglesi, olandesi e
francesi. Gran conquiste fatte, gran terreni, gran frutti, e gran numero di schiavi. Ma siccome stanno
lontani, noi gridiamo commercio commercio in vece di dire armi e virtù militare. Sulle carte potremo
misurare la minore delle loro colonie, e tr0varla grande quasi quanto è tutto il Regno di Napoli.
Io ho conosciuto un nomo rispettato per la franchezza di ragionare delle cose politiche e de’ fatti de’
principi tutti d’Europa. Costui una volta, misurata la provincia d’Olanda, e trovatala minore delle
nostre Calabrie, dopo lungo silenzio tratto un profondo sospiro dal petto, disse: guardate quanto
vale un pugno di terra paludosa o arenosa abitata da conigli e da ranocchi. Ed ognuno a tali detti
applaudiva. Intanto altri mosso da più saggia curiosità volle misurare quanta terra occupavano tutte
le colonie e gli stabilimenti olandesi; que, d’ America, della costa di Guinea, del Capo, l’isole di
Ceilan, di Java, di Borneo, le Molucche, ed in fine ogni cosa. Ad esse aggiunse le terre di tutti i
principi tributari, o così congiunti che dipendano interamente da loro, e si trovò che tanti stati uniti
alle Sette Provinciel non erano minori della Francia. Adunque i Paesi Bassi olandesi non sono la
repubblica, ma il mercato di lei. La repubblica è sparsa per tutto l’universo, ed una gran parte n ‘è
vivente perpetuamente sullo stesso mare. Ora chi riguarderà che l’ingrandirsi uno stato colla vendita
delle merci sue natie è pregio dell’agricoltura, non del commercio; e poi avvertirà a quante merci
nate in terreni olandesi ei consuma, troverà che l’agricoltura è la madre delle ricchezze. Dopo
l’agricoltura è la pesca, altro fonte di merci e di ricchezze, ed in fine è la caccia, dalla quale molte
nazioni, come è la Moscovita, traggono gran frutto: tutto il resto è piccola cosa.
Sicché quel commercio di cui piangiamo noi la perdita, e ce ne incolpiamo, lo riacquisteremo
scoprendo nel Mediterraneo qualche luogo ripieno di balene, qualche lido d’aringhe o qualche
banco di merluzzi; e quando tagliato lo stretto di Suez anderemo prima degli altri all’Arabia ed
all’Indie, e saranno nostre le Molucche, Ceilan, Batavia, e il Capo.
Io non dico che presso di noi il commercio non possa ricevere grandissimi miglioramenti; e dalla
presenza d’un principe virtuoso molto è da sperare, e molto già si comincia ad ottenere. Ma convien
esser persuaso che il commercio senz’ aumento d’agricoltura (perché di pesche e di cacce non ne
abbiamo alcuna) è uno spettro e un’ombra vana. E sebbene il commercio e l’agricoltura sieno
concatenate insieme in guisa tale che ciascuno è effetto insieme e cagione dell’altro; pure
riguardando più attentamente si troverà esser anteriore sempre l’agricoltura al traffico: perché il
florido commercio viene dall’abbondanza de’ generi superflui, e questa dall’agricoltura; la quale è
fatta dalla popolazione; la popolazione dalla libertà; la libertà dal giusto governo. Le due ultime noi
le abbiamo già, ed in parte anche la popolazione accresciuta: perché dunque non abbiamo maggior
coltivazione? Egli è perché de’ dazi nostri, che non sono in sé stessi smisurati, il peso preme troppo
più le provincie che la capitale: difetto antico, e che va a gran passi diminuendo; e s’egli non lo è del
tutto, non solo non può incolparsene il presente governo, ma è anzi mirabile che in sedici anni solisiasi fatta tanta e così subitanea mutazione. E se non si conoscesse esserne la causa la somma
virtù del principe, sarebbe cosa incredibile e miracolosa.
Libro V
Del Frutto Della Moneta
INTRODUZIONE
Grave, difficile e pericolosa materia è questa, in cui il mio istituto mi mena; e tale ch’io mi sarei ben
volentieri astenuto d’entrarvi dentro, se l’avessi potuto decentemente fare. I contratti ove interviene
frutto di danaro sono tanto disputati, che non si può approvarne, o condannarne alcuno senza
pericolo d’esserne ripreso da chi tiene diversa opinione. E perché coloro i quali disputando hanno
acquistato rispetto e fama, mirano chiunque s’oppone loro con quell’animo stesso che un soldato
riguarderebbe chi venisse ad involargli il soldo o la rata del suo pane, e colla stessa ferocia si
vendicano; sì fatte dispute sono state sempre sanguinose e crudeli. Pure dubitando io che i veri
precetti della nostra divina religione, e degli antichi Padri e Dottori intorno all’usura non sieno stati
da’ più moderni commentatori, per l’infelicità de’ secoli, bastantemente ben dichiarati; e che
nemmeno sia stata tutta a dovere intesa la bolla del regnante Supremo Pastore, meritamente
venerabile per la somma e soprannaturale sapienza con cui guida la greggia a lui commessa;
perciò non dubiterò d’esporre qui alcune opinioni che mi stanno nell’animo: pronto sempre non
meno a dichiararle meglio e più posatamente difenderle, quando sarò con cristiana virtù
contraddetto, che ad abbandonarle e detestarle quando, da chi lo può, sarò diversamente e
secondo la verità ammaestrato.
CAPO PRIMO
Dell’interesse e delle usure.
Hanno da antichissimo tempo gli uomini ricchi tratto frutto dal denaro in varie forme di contratti; e
nel tempo stesso i poveri si sono doluti della maggior parte di tali convenzioni, come d’ingiuste e
malvage. E siccome è proprio di chi gode tacere e soffrire i pianti altrui, come per contrario in chi si
duole, le grida e gli strepiti sono sempre grandissimi; perciò sono stati tutti i secoli fino al
decimoquinto ripieni di voci concordi in biasimare ogni frutto del danaro, e detestarlo. Nel secolo
decimosesto, quando la scoperta dell’Indie nuove, l’accrescimento dell’arti, dell’industria, del
commercio, e della moneta, l’istituzione delle rendite su’ debiti dello stato fatta la prima volta da
Francesco I re di Francia, ed imitata dagli altri principi, la distruzione de’ Giudei crudelissimi usurai,
e l’istituzione de’ Monti di Pietà, ebbero quasi estinte affatto le usure e quetata la plebe, si videro
con mirabile accidente uscir fuori ingegni acutissimi a proteggere e sostenere l’usura già morta, che
viva non era stata difesa da alcuno. Claudio Salmasio, uomo di cui non v’è forse stato chi abbia
avuto ingegno e lettura più grande (sebbene ei n’abbia fatto uso assai piccolo), fu il primo che
scrisse compiutamente delle usure con non minore dottrina che inclinazione a giustificarle. Dietro lui
scrisse Nicolò Broedersen canonico della Chiesa d’Utrech, e poi altri: e ad essi s’oppose un numero
grandissimo di scrittori d’ogni nazione. Negli anni passati si riaccese la disputa in Italia, dove
Scipione Maffei gentiluomo veronese scrisse dell’Imprego del danaro: e siccome l’animo suo nobile
e generoso, e l’opinione della virtù e sapienza sua meritamente stabilita presso tutti, faceano
conoscere non essere lui stato trasportato da passione o da riguardo alcuno, eccitò il libro negli
animi di molti grandissima commozione. Gli si oppose Daniello Concina dell’ordine de’ Predicatori
con due libri (de’ quali il primo fu stampato in Napoli) ripieni di fervore e fuoco incredibile, e tanto
meno aspettato, quanto parea doversi vedere fra uomini amici, dotti e sottoposti allo stesso principe
maggior placidezza. Ma furono le dispute interrotte con savio consiglio dalle Supreme potestà;
conoscendosi che coloro i quali tanto ragionano del peccato dell’usura, non hanno per ordinarioavute dalla Provvidenza facoltà da poterlo commettere; e coloro al contrario che vi potriano cadere,
non sono stati, per colpa della loro educazione, posti in istato d’intendere le controversie.
Non si può negare che sebbene la ragione sia per lo più dalla parte del Concina, abbiano gli
avversari in favor loro molte plausibili e speciose ragioni. Ora io son persuaso che quando in due
opposte sentenze si vede quasi divisa la verità, ed inclinare non più all’una che all’altra, conviene
che qualche abbaglio o inganno di voce siavi per lo mezzo: essendocché il vero colla sua luce
discuopre subito l’origine sua, e la concatenazione con tutte l’altre verità, e tinge sì fattamente di
nero il falso, ch’è impossibile non avvedersene. Quindi meco stesso ripensando ho avvertite quelle
cose che mi sembrano aver prodotte tante dispute, e qui le anderò manifestando il meglio ch’io
sappia fare.
Ne’ secoli d’ignoranza gli uomini prendevano tanto spavento degli accidenti del caso e della fortuna,
che, non altrimenti che da un cavallo indomito e calcitrante, fuggivanla paurosi, e da lei cercavano
salvarsi alla meglio. La luce delle vere scienze scoperse finalmente niuna cosa esser meno fortuita
del caso; avere le sue vicende un ordine costante ed una regolata ragione; e potersi tra il certo
presente e l’incerto avvenire trovar proporzione. Così quetata a poco a poco la paura, cominciarono
gli uomini domesticatisi colla fortuna a trattarla, ed a giocarvi intorno. S’udì la prima volta disputare
della giustizia ne’ giuochi di pura sorte; e l’arte d’indovinare tanto vilipesa divenne in mano del
Bernulli figlia delle matematiche e della verità. Da’ giuochi si passò a cose più serie; e furono le
navigazioni, le vite degli uomini, e le ricolte delle campagne, state già tanto tempo scherno della
sorte, furono, io dico, misurate, apprezzate, e contro l’arbitrio della fortuna assicurate, ponendole la
prudenza umana le redini e le catene. Fu allora conosciuto che il valore intrinseco era sempre
mutabile secondo i gradi di probabilità che si aveano, a dovere o non dover godere di qualche cosa;
e si conobbe che cento ducati lontani dalla mano d’alcuno, quando hanno cento gradi di probabilità
a non perdersi e dieci a perdersi, diventano novanta ducati presenti, e per novanta s’hanno a
valutare in qualunque contratto o di giuoco o di baratto. Così, mediante le matematiche, furono
raddrizzate molte convenzioni, e richiamatavi quella giustizia che le tenebre delle false scienze ne
aveano discacciata. L’ardire degli uomini incontro al caso fu calcolato e ristretto tra limiti certi e
stabiliti.
Quindi nacquero il cambio e l’interesse, fratelli tra loro. L’uno è l’eguagliamento tra il danaro
presente e il danaro lontano di luogo, fatto con un soprappiù apparente che s’aggiunge alle volte al
danaro presente, alle volte al danaro lontano, per render eguale il valore intrinseco o dell’uno o
dell’altro diminuito dalla minor comodità o dal maggior pericolo. L’interesse è la stessa cosa fatta tra
il denaro presente e il lontano di tempo, operando quello stesso il tempo che fa il luogo: e il
fondamento dell’un contratto e dell’altro è l’egualità del vero intrinseco valore. Tanto è ciò vero, che
talora nel cambio il danaro presente val meno del lontano, e dicesi cambio di sotto al pari; e le carte
rappresentanti il danaro, che a buon conto non son altro che danaro futuro, molte volte vagliono più
del contante; e questo di più è detto agio.
Ecco che ora si scuopre come tutto il falso de’ sentimenti di Nicolò Broedersen nasce da idee false,
e da cattivo uso delle parole; e tutta quella sembianza di vero che vi traspare, sta nascosta in una
verità mal ravvisata. È stato errore chiamar lucro e pro del danaro ciò ch’è riempimento àel
mancante posto per pervenire all’egualità. Ogni lucro o grande o piccolo dato dal danaro, di sua
natura infruttifero, è biasimevole: né si può dir frutto delle fatiche; poiché le fatiche son fatte da chi
prende imprestanza, non da chi dà. Ma dove è egualità non è lucro: e dove il prezzo intrinseco è
magagnato e scemato dal rischio e dall’incommodo, non si può dir lucro il riempirlo. Falso pensiero
è poi ed abominevole di lui e de’ suoi seguaci trovar disparità tra ‘l povero e ‘l ricco, e confonder la
giustizia colla compassione. Il giusto si può a ragione domandare e pretender del pari dal più ricco e
felice, che dal più sfortunato: l’ingiusto non si può pretender da alcuno. Né chi rende altrui sua
ragione ha da entrar a correggere le disposizioni della Provvidenza, e compartire diversamente
colla debolissima opera sua la prosperità e la miseria; essendo la povertà più frequentemente
generata da’ vizi che dalle sventure.
Per contrario molti teologi avendo benissimo definita l’usura e il mutuo, hanno poi mal intesa ladefinizione loro medesima. Usura è ((quel lucro che si riceve oltre la sorte in virtù del contratto del
mutuo)). Giustissima definizione; e chiunque (come molti recenti non cattolici han fatto) vorrà
variarla, e dire che il mutuo non gratuito non è mutuo, e allora il suo frutto non è usura, scherzerà
sulle parole non meno empiamente che senza utilità: perocché a Dio non v’è arte, né mezzo da
imporre; agli uomini non v’è necessità. Sono state inventate tante formole diverse da eluder il rigore
dell’umane leggi contro l’usura, che è veramente poi soverchio ed intollerabile voler finanche venire
ad insultare l’interno conoscimento del giusto, e perturbarlo. La definizione del mutuo è del pari
giustissima, consistendo in (( consegnare una cosa con patto di riaver l’equivalente, e niente di
più)). Ma di questo equivalente, espresso dalla voce latina tantundem, l’idea dovrebbe esser
migliore e più chiara. Il valore è la proporzione che le cose hanno a’ nostri bisogni. Equivagliono
quelle ch’apportano egual comodità a colui rispetto al quale si dicono equivalenti. Chiunque
cercherà l’egualità altrove seguendo altri princìpi, e la vorrà trovare o in sul peso, o nella simile
figura, si mostrerà poco intelligente de’ fatti umani. Un foglio di carta equivale molte volte al danaro,
da cui è difforme e per peso e per figura. Molte volte al contrario due monete d’egual peso e bontà,
e di simile figura, non equivagliono. Quando in un luogo non è dato corso a una moneta straniera
ancorché buona (come è fra noi della moneta d’argento romana), non arreca egual comodo l’aver
un pezzo di metallo inutile, e ricusato da tutti, che un altro pezzo simile, ma in libero commercio. E
perciò s’ha da pagar meno la moneta vietata, e s’ha da stimare per tanto, per quanto non è ricusata,
cioè pel valore intrinseco del suo metallo; il che è una sorte di cambio assai giusto e ragionevole. In
fine è certo che fra glí uomíni non ha prezzo altro che il piacere, né si comprano se non le comodità:
e siccome uno non può sentir piacere senza incommodo e molestia altrui, non si paga altro che il
danno e la privazion del piacere ad altri arrecata. Il tenere alcuno nel batticuore è dolore: dunque
conviene pagarlo. Ciò che si chiama frutto del danaro quando è legittimo, non è altro che il prezzo
del batticuore; e chi lo crede cosa diversa, s’inganna.
Se ora co’ princìpi da me esposti si rivolgeranno gl’insegnamenti del pontefice Benedetto XIV si
troveranno meravigliosamente rio pieni di sapienza e di verità: se si guarderanno le operazioni
umane non biasimate dal popolo, si conosceranno conformi alle massime sopraddette.
Quattro principali dottrine nella bolla che comincia Vix pervenit sono a’ fedeli insegnate. La I che il
mutuo sia la restituzione dell’equivalente: l’usura, il guadagno di sopra all’equivalente; onde si
conclude ((omne propterea huiusmodi lucrum, quod sortem superet, illicitum, et usurarium est)).
Insegnamento verissimo. Ma non s’ha da chiamar guadagno l’apparente ed ideale accrescimento
che si mostra tale per colpa del mal valutato prezzo della sorte principale. In II si condanna a gran
ragione ogni guadagno o grande o piccolo, come peccaminoso e riprensibile, AVENDO I
CONTRATTI UMANI PER BASE E FONDAMENTO L ‘EGUALITÀ. In III si dice non esser intrinseco
al mutuo questo soprappiù: del che non si può dir cosa più vera. Anzi egli è tanto vario, quanti sono
vari quasi all’infinito i gradi delle probabilità della perdita, la quale siccome alle volte è grandissima
(come nelle usure marittime), così discende alle volte fino al zero (come è ne’ Banchi, e nelle
Compagnie delle repubbliche), e talvolta anche di sotto al zero prendendo nelle quantità negative
(come avvenne in Francia al tempo del sistema del Law). In IV è dichiarato che non in ogni prestito
si può trovar ragione da pretendere il soprappiù dell’egual peso di metallo. Quest’ancora è sentenza
non meno vera che manifesta; mentre se fosse vero il contrario, non avrebbono potuto sussistere i
Banchi delle repubbliche, non si vedrebbero pieni di danaro infruttifero; né, quel ch’è più, vi sarebbe
chi si contenta d’avere il suo danaro nel Banco senza pro, e ricusa porlo a fruttificare in mano
privata. Né vale dire che i Banchi sieno depositi, essendo noto rlhe que’ d’Olanda e di Venezia
hanno mutata natura da deposito ad imprestito; ma imprestito per la somma sicurezza sua
meritamente infruttuoso.
Sarebbero, s’io più mi trattenessi in questo ragionamento, oltrepassati i limiti di quanto mi si
conviene.l Intanto se ciò che ho detto cagionasse negli animi d’alcuno dubbi e difficoltà, se ne potrà
altrove più agiatamente disputare. Prego solo coloro che mi si volessero opporre, a percuoter me, e
non un finto inimico da essi a piacer loro creato ed armato. E per non errare nel nodo della disputa,
basterà prima d’ogni altro risolvere i seguenti quesiti. In ogni paese dove la restituzione
dell’equivalente si misurasse sempre coll’egualità del peso del metallo senz’altra considerazione, è
certo che gl’imprestiti sarebbero difficili e rarissimi. Ora se per eccitare gli uomini a prestare, una
compagnia di ricchi mercanti si risolvesse d’assicurare coloro che prestano mediante un tanto per
cento pagato da chi prende imprestanza, sarebbe lecita o illecita tale assicurazione? Dopo risolutoquesto s’ba da risolver l’altro quesito. Se colui che presta non curando sicurtà estrania riscotesse
egli stesso il prezzo dell’assicurazione, cambierebbe natura il contratto; e da giusto diventerebbe
peccaminoso?
Vengo ormai a parlare dell’interesse per quella parte che riguarda l’arte di governare. Intorno a che
imprima è manifesto esser desiderabile che gl’interessi tanto giusti quanto ingiusti, soliti a
riscuotersi in una cittadinanza sotto qualunque titolo, sieno quanto più si possa piccoli e moderati.
Ho uniti insieme i contratti buoni e i cattivi; perché il rimediare a’ mali col solo timore delle pene
eterne e colla riverenza della religione non s’appartiene alla politica, la quale sarà ridicola e sciocca,
se tutta s’abbandonerà sulla pietà. La morale guida gli uomini dopo miglioratigli e fattigli virtuosi: la
politica gli ha da riguardare come lordi ancora, e coperti delle loro ordinarie passioni. Perciò
conviene al principe provvedere che anche lo scellerato usuraio volendo non trovi a prestare con
grossa usura: e sarà sempre più lodevole quando impedisce le colpe, che quando le castiga.
Per render bassi gl’interessi secondo l’esposto di sopra basta evitare il monipolio del danaro, e
assicurare la restituzione. Perciò non è stata la sola abbondanza de’ metalli preziosi che ha
sbassate e quasi estinte le usure da due secoli in qua; ma principalmente la dolcezza del governo
quasi in ogni regno goduta. Sieno le liti brevi, la giustizia certa, molta industria ne’ popoli, e
parsimonia, e saranno tutti i ricchi inclinati a prestare. Là dove è folla di offerenti, non possono esser
dure le condizioni dell’offerta. Così saranno i poveri trattati senza crudeltà.
Dagli stessi princìpi viene che non si possa per legge fissare il frutto della moneta sempre tra certi
limiti. Se il frutto sta in quella proporzione al capitale, come sta la probabilità della perdita alla
probabilità della restituzione; da infinite circostanze ha da dipendere la determinazione di ciò che si
dice frutto del danaro, e che più acconciamente si potrebbe chiamar prezzo dell’assicurazione. Ma
avendo sopra tal materia lungamente discorso Gio. Locke in un suo trattato, a quello mi rimetto; che
sebbene sia ancora nella sua lingua originale inglese, non dubito che sarà una volta o l’altra tradotto
in lingua a noi più comunale.
Appare finalmente non potersi dalla legge variar il valore dell’interesse, ed alzarlo o sbassarlo a
piacere; ma doversi ciò fare dalla natura medesima, e potersi colla mutazione dello stato e de’
costumi in un regno ottenere. E siccome ne’ contratti quando la legge opponsi alla natura, è
trasgredita; così da una legge fatta fuori di tempo intorno all’interesse non si può sperare la
restaurazione e la salute d’un paese.
La miglior maniera di minorar l’interesse è il fare i frutti de’ debiti dello stato minori che sia possibile.
Intorno a che voglio discorrere nel seguente capo.
CAPO SECONDO
De’ debiti dello stato, e della loro utilità.
Da poco più di due secoli a questa parte hanno i principi usato per soccorrere alle necessità delle
guerre prender dagli uomini privati danaro; e per incitargli a darlo di buona voglia, l’hanno renduto
fruttifero smembrando una porzione di dazi, e concedendola a’ prestatori, che ne dividono il profitto
tra loro. Per l’innanzi, non essendo tanta virtù ne’ principi, né tanta fede ne’ popoli, che per
qualunque speranza gli movesse a confidare nel proprio sovrano, la persecuzione de’ Giudei e de’
mercatanti italiani che prestavano ad usura, era l’ordinaria via da trovar le ricchezze.
Intorno a tali rendite, dette debiti dello stato, hanno disputato lungamente i politici, s’esse fossero
profittevoli o dannose; e mi pare la colpa di tale dìssensione essere stata l’oscura cognizione avuta
della loro natura: perciò quando l’avrò qui spiegata, sarà facile giudicarne.Essendo il principe quella persona che rappresenta tutti i sudditi suoi, i quali si può in certo modo
dire che in lui vivano, operino, e si sostengano; siccome è impossibile ch’ei sia debitore a sé
medesimo, così non può esser vero debitore de’ suoi sudditi stessi. Le ricchezze sue sono le
contribuzioni esatte da’ cittadini, ed in pro loro spese: dunque qualora ha speso il danaro prestatogli,
già l’ha renduto. Nelle storie dell’antiche repubbliche si leggono frequenti esempi de’ cittadini, che a
gara hanno recate le proprie Sostanze a riempiere l’esausto tesoro. Oggi che la patria e la libertà
non sono più come divinità idolatrate dagli uomini ammaestrati a conoscer d’esser altrove la vera
patria e l’eterna libertà, non si vedono somiglianti esempi. Perciò ne’ bisogni si prendono danari
imprestanza, e poi o si restituiscono, o se ne paga l’interesse. Ma siccome l’uno e l’altro si fa
mediante un nuovo dazio, è chiaro che il giro ritorna onde cominciò, e si rivolge in sé medesimo; e
perciò l’imprestito renduto con nuovo danaro riscosso da chi prestò, non è diverso dal non renduto.
È vero che il dazio non si pone direttamente su que’ soli che prestarono; ma è vero ancora esser
l’unione della società in una cittadin anza tale che ovunque il peso si ponga, o aggrava ogni parte o
distacca e tira giù quella ove è stato appiccato quando non è tanto tenacemente unita al tutto,
sicché possa sostenerlo. Appunto come l’uomo del pari è impedito a saltare per un peso o ch’ei
l’abbia a’ piedi, o che l’abbia sulla testa, o sulle braccia: e se gli è legato alle vesti o le si strappano,
o ne resta aggravata tutta la persona.
Sicché le vere utilità de’ debiti pubblici sono: I. Che della gran somma raccolta tutta in un tempo, il
peso si divide sopra molti anni, ne’ quali forse si potrà goder pace e tranquillità. II. Sono utili al
traffico ed a’ contratti, ne’ quali è sempre desiderabile l’assicurazione sopra partite d’ arrendamenti,
più sicure assai, e di rendita più certa de’ terreni. III. Le chiese, gli ospedali, i Monti, e tanti altri
luoghi pii dovrebbono esser ricchi solo di simili rendite, come quelle che non richiedono le cure e i
pensieri del padrone affezionato e vegliante, sono sicure dalla cattiva amministrazione, e non
esposte a vicende di fertilità e di sciagure. E siccome le istituzioni pie sono rivolte all’utile pubblico,
così sarebbe cosa giustissima se co’ dazi fossero sostenute.
Ma i danni de’ debiti pubblici se non superano eguagliano certamente i vantaggi.
In I nutriscono la pigrizia ne’ ricchi pur troppo inclinati a giacervi dentro, ed opprimono il povero ad
un grado quasi intollerabile. Né può essere maggior disordine in uno stato, che i tributi (per pagare i
quali il contadino pena e s’ affanna) sieno destinati a pascere la gente agiata senza pensiero e
fatica alcuna.
In II luogo danneggiano l’agricoltura; sì perché rendono vile il prezzo delle terre in confronto del loro,
che per la maggior facilità e certezza de’ frutti è più pregiato; sì perché non comprandosi da’ ricchi i
poderi, ne resta la proprietà in mano a’ miserabili villani, privi del sostegno de’ ricchi nella
coltivazione. E sarà sempre peggio coltivato quel paese, dove il terreno è sminuzzato in
innumerabili pezzetti di terre possedute da gente poverissima, di quello ove i coloni pagati con
mercede da’ ricchi possessori di vaste tenute, non corrono i rischi delle cattive ricolte.
Ma di tanti danni il gravissimo è quando lo stato contrae debiti dopo le sciagure di lunga e grave
guerra. Trovandosi allora i sudditi esausti di danaro, gl’imprestiti sono fatti per la maggior parte da’
popoli confinanti, o al più da coloro che in mezzo alla universale miseria sono arricchiti. Quanto sia
grave male l’esser uno stato debitore agli stranieri è cosa così manifesta, che non richiede
dimostrazione. Dette dunque cattivo consiglio e da nemico l’abbate di S. Pietro, quando propose al
governo di Francia la creazione di nuove rendite sur l’Hôtgl de ville, e tanto l’esaltò; non avvertendo
che sarebbero state acquistate parte dagli Olandesi, e parte da que’ finanzieri stessi ch’egli avea
chiamati le sanguisughe della Francia.
CAPO TERZODella soddisfazione de’ debiti: e de’ censi.
Chiunque riguarderà la brevità del presente capo, avrà meraviglia nel conoscere come io in esso
ragiono d’una non men antica difficile e lunga questione; cioè con qual moneta s’abbiano a pagare i
debiti, se con quella che ottiene lo stesso nome della già stipulata, sebbene con disegual peso; o
con quella che s’eguagli nella quantità del metallo alla convenuta tra i contraenti? Cesserà lo
stupore considerando che la disputa è stata trattata da altri secondo le leggi positive de’ re, varie ne’
vari luoghi, e nella serie de’ tempi: da altri secondo gl’insegnamenti della ragione e della naturale
giustizia. Di tali maniere l’una non m’appartiene; l’altra non mi conviene. Disrorrere sopra le varie
leggi de’ principi intorno agli effetti della mutazione della moneta è opera più degna de’ giureconsulti
che mia, e ad essi l’abbandono. Voler poi sapere ciò che la ragione insegni, mi farebbe vergogna
s’io mostrassi desiderarlo, ed andarlo ricercando. L’alzamento della moneta è una violenza fatta alla
natura, renduta dalle calamità dello stato necessaria, e si può in certo modo dire ch’essa sia un
abuso di voci, ed un inganno fatto sulle idee per rendere al popolo più soffribile il necessario
pagamento de’ debiti del comune. Or qual lume di ragion naturale si vuol trovare là dove è
oppugnata e sovvertita la natura? Somiglianti ricerche non convengono se non a chi non conosce
che sia l’alzamento.
Per altro il più degli scrittori si lasciano condurre a dire d’esser conforme alla naturale giustizia la
restituzione dello stesso peso; né essere tenuti i sudditi ad imitare il principe, o ad obbedirgli. Ma se
essi credono che colla restituzione dello stesso peso di metallo si sostenga sempre quell’egualità
ch’è l’anima de’ contratti, s’ingannano. L’esser il valore intrinseco della moneta quasi tanto variabile
quanto l’estrinseco, distrugge ogni egualità. Così nel nostro Regno quando cento anni fa si fosse
stipulato un mutuo di cento libbre d’argento, se oggi si restituiscono le cento libbre, non si rende
l’equivalente, ma appena i due terzi del convenuto: perché oggi l’argento vale certamente un terzo
meno d’allora, o sia, secondo la volgare espressione, le merci son incarite d’ un terzo. Né si creda
che ne’ baratti di cosa con cosa si possa trovare maggior egualità; mentre in cento anni ogni cosa si
muta nell’intrinseco suo prezzo. La popolazione e la rendita de’ feudi o cresce, o manca: il prezzo
delle pigioni, mutato il numero degli abitatori d’una città, si varia: variasi, secondo la varietà delle
mode, de’ costumi e dell’arti il prezzo de’ frutti d’un podere: ed in fine tanta è la istabilità delle umane
cose, che in cento anni la stessa cosa non è più la stessa nella stima e nel prezzo datole; e se
un’antica permutazione, giusta allora, dopo cento anni si riguarderà, vi si troverà sempre un’ enorme
lesione. Il tempo fa ingiusto il giusto, e tramuta il giusto in ingiusto: e perciò qual egualità naturale si
vuol trovar ne’ contratti? Qual vana e ridicola conservazione ne’ censi? Se la mutazione del valore
estrinseco della moneta non gli scema, l’abbondanza del metallo e a mutazione del prezzo interno
lo fa.
Audace e sciocca è poi l’intrapresa de’ sudditi in voler contrarre di non aver a stare facto principis
intorno alle monete. La validità de’ contratti nella vita civile non dipende da altri che dal sovrano. Or
come si potrà ricorrere al principe che sostenga, e faccia eseguire quello che contro al suo volere s’
è convenuto? Ma dal non aver voluto i principi far leggi proprie, e dall’aver permesso, che i loro
ministri venerassero come leggi le opinioni e le interpretazioni de, sudditi stessi, è venuta tanta
confusione ed oscurità nelle leggi, e tanta insolenza ne’ popoli soggetti.
CAPO QUARTO
Del cambio e dell’agio.
La voce cambio dinota la permutazione d’una moneta con un’altra o presente o lontana; e perché di
queste mutazioni sono molte generazioni, sono anche molti e di diversa natura i cambi, e tutti
meritano particolare e distinta definizione. Si può imprima mutare una moneta che si ha attualmente
in mano (la quale io chiamo presente) con un’altra anche presente, che sia o di diverso metallo o di
diverso principato. Si può in oltre mutare la presente colla lontana o che sia d’una stessa spezie di
moneta, o che non sia: e così di quattro cambi mi conviene far parola.La mutazione delle monete d’un metallo con quelle d’un altro si fa tra noi da persone occupate a sì
fatto impiego, e dette bancherotti, o cagnacavalli. La regola di questo cambio è non meno la
proporzione del prezzo dalla legge dato alle monete, che la proporzione dell’intrinseco valore de’
metalli preziosi che sono nelle monete. Vi s’ha d’aggiunger poi il piccolo guadagno del cambiatore,
acciocché possa vivere e sostenersi. In fine s’ha riguardo alla maggior comodità che danno i metalli
ricchi per lo trasporto, che non dà il rame: donde viene quello che si dice alagio corrottamente da
agio, che è un prezzo d’affezione dato alle preziose monete; tantoché chi le porta al cambiatore ne
riceve il premio e l’alagio, lungi dal pagare alcuna cosa a lui per la sua pena. Potrà ad alcuno
muover dubbio che il valor naturale contrario agli statuti del principe Possa entrare a parte nel
computo del valore di due monete, quando il cambio si fa da due sudditi d’uno stesso sovrano. Ma
ella è cosa certa, e verità generale, che chi domanda altrui ciò che non è dalle leggi ordinato, s’ei
l’ottiene, è giusto che lo paghi. Così non potendo la legge costringer alcuno a cambiare; o non si
troverà chi cambi, o non si potrà dare una moneta men buona, ed averne una buona, la quale
liquefatta vaglia più che non è stata pagata. Simile è il cambio tra monete di diverso principe,
quantunque d’uno stesso metallo, solito farsi ne’ confini d’uno stato, quando in uno non è dato corso
alle monete dell’altro. La regola di esso è l’intrinseco valore, o sia la quantità del metallo delle due
monete; senza di che l’uno stato potrebbe talvolta asciugare tutta la moneta dell’altro. Questi cambi
sono detti naturali, o puri, e talvolta anche minuti.
Ma più frequentemente è detta cambio la permutazione del danaro presente coll’assente, o sia
((una cessione d’un credito che un uomo fa ad un altro, mediante un foglio detto lettera di cambio)).
Sicché il vero cambio mercantile suppone tre persone; un debitore, un creditore, ed uno a cui è
ceduto il credito. Quando delle tre persone non v’è n’è di reali altro che due, il cambio diventa finto;
e si fa o per esprimere un debito con lettera di cambio per godere delle prerogative che a queste
carte obbligatorie ha concedute la legge; o si fa per nascondere un mutuo con usura, ed allora si
dice cambio secco.
Ritornando ora a discorrere sopra il vero cambio, primieramente è chiaro non potersi dar cambio
senza credito: dunque quel luogo ove sono molte e grosse offerte di lettere, conviene che sia
creditore degli altri. A voler poi conoscere i princìpi e le cause donde viene la spessa mutazione del
prezzo del cambio, o sia di quel soprappiù apparente aggiunto al peso eguale de’ due metalli
presente o lontano (e che è detto anche assolutamente cambio), basta meditare sulla natura del
cambio, e subito saranno manifeste. Il cambio è l’acquisto d’una somma di danaro in parte lontana
evitando il trasportarvelo; e si ottiene con farselo cedere da chi ve lo aveva, il che si dice girare.
Dunque tutto quel che si paga a chi trae di più dell’equivalente peso di metallo, non ha da superare
il prezzo del trasporto unito al prezzo di tutti i gradi di rischio, a’ quali è sottoposto il metallo
trasportato, e non la cambiale. Ecco adunque l’ultimo limite del prezzo de’ cambi, oltre al quale non
possono stabilmente e per lungo tempo stare, quando anche talvolta in un movimento improvviso
l’avessero trapassato. Il termine giusto è quando col peso del buon metallo, che è nelle varie
monete, si regola, ed è detto cambio alla pari. Discende di sotto al pari alle volte per quelle ragioni
stesse per cui una mercanzia avvilisce. Il prezzo vile è prodotto dalla folla de’ venditori, e dalla
premura di vendere. Così quando in un luogo sono molti i crediti de’ mercanti, i quali abbiano
premura di riavere il danaro, divenendo la cessione del credito più vantaggiosa a chi la fa che a chi
la riceve, e sborsa il danaro contante, divengono le condizioni di utile a chi cambia, di perdita a chi
trae. Dunque il cambio favorevole a’ banchieri nasce da povertà e decadenza d’uno stato; e per
contrario quanto egli è più basso, tanto maggiori hanno ad esser i crediti d’un paese co, suoi
convicini: e questi crediti non potendo nascere se non da robe vendutevi, tanto si dimostra maggiore
l’estrazione. E quindi è che il principe non ha da curare che si profitti ne’ cambi; sì perché lo stato
intiero non vi guadagna, né vi perde, come quelli ch’escono dalla mano d’un suddito per entrare in
quella d’un altro suddito; sì perché la loro piccolezza se duole a’ negozianti non ha da rincrescere a
chi ama la prosperità d’uno stato. E perciò quelli scrittori che vi fanno molto strepito d’intorno, si
dimostrano più affezionati al traffico, stata forse la loro arte, che al bene de’ concittadini. E
veramente i giudizi che con tanta venerazione si ascoltano dagli uomini denarosi dati sulla moneta,
sono simili a que’ d’un uomo a cui per avere nelle vaste paterne possessioni gran numero di piante
e d’alberi fruttiferi, si proponessero a risolvere le dispute e i sentimenti sulla nutrizione delle piante e
sulla loro interna struttura.Ma se non è degno de’ pensieri del sovrano il cambio in quanto causa di grandi cose, lo è pur
troppo come effetto, e segno de’ più grandi accidenti; potendosi giustamente considerare come il
polso del corpo civile delle società. Ma per tastarlo bene gli conviene aver due avvertenze; l’una di
guardar sempre la totalità de’ cambi del suo regno; l’altra di ricercare se per insensibili scoli ed
aperture entra od esca il danaro effettivo senza passare per lo giro de’ Banchi. Quando uno stato ha
cambi alti con tutte le piazze mercantili è male; ma s’ei l’ha basso con una sola, s’ha poi da vedere
come gli abbia questa colle altre tutte. Così chi nella piazza di Napoli non avvertisse al commercio
che noi abbiamo colla Sicilia, ed al denaro che di là viene, forse s’ingannerebbe nel giudizio del
nostro presente stato. In secondo luogo è cosa frequente che un paese con tutta l’altezza
sterminata de’ cambi, non s’impoverisca. Così avveniva a noi quando il cambio con Roma era di 22
ducati più del 130 che era il pari. Pareva dover noi restar presto esausti d’ogni moneta, e pure non
si vedeva seguir tal effetto. N’era la cagione, l’essere tra le provincie degli Abruzzi e lo Stato
Ecclesiastico un grandissimo traffico, tantoché siccome le campagne romane dagli Abruzzesi sono
lavorate, così si può dire che Roma in gran parte sia dagli Abruzzi nutrita. Ogni contadino adunque
che ritornava nel Regno conduceva seco qualche zecchino risparmiato; e così senza lettere di
cambio, e senza che il rigurgito apparisse in su i Banchi e nella piazza, il Regno si ristorava, e nella
fiera di Foggia, ch’è quasi il nostro cuore, rientrava il danaro assorbito a riconfortarlo.
Voglio qui terminare di dire del cambio, parendomi che l’internarmivi più a dimostrare ogni sua
circostanza non sia conforme all’istituto mio, che non riguarda l’istruzione degli uomini dediti a
mercantare. Dirò del pari brevemente dell’agio, il quale è ((quella disparità ch’è tra una moneta e
l’altra per causa di prezzo d’ affezione)). Così la moneta di Banco di Venezia essendo più
necessaria del contante al traffico, e per la sicurezza stimata più, è valutata con un agio che la
rende più cara del contante. Chiamasi agio anche la differenza tra il contante e le carte obbligatorie,
che hanno il loro prezzo intrinseco diminuito dal timore di vicino fallimento, o di riduzioni. Questo era
il traffico fatto in Francia su’ biglietti discreditati, e che si fa da per tutto, ovunque corre moneta non
buona e discreditata insieme colla buona; e ciascuno brama l’una e ricusa l’altra, e con sua perdita
se ne disfà.
Conclusione dell’opera.
Considerando io meco stesso d’avere in parte adempiuto il mio dovere, scrivendo di materia utile al
genere umano, sento tanta letizia nell’animo che, qualunque sia per essere l’evento dell’opera, dal
solo averla fatta mi stimo abbastanza rimunerato. E certamente se non è più tempo d’adorare la
patria, egli è sempre tempo d’amarla, di difenderla e di venerarla. Mi duole però e mi affligge che,
mentre i Regni di Napoli e di Sicilia risorgono e si sollevano colla presenza del proprio sovrano, il
restante d’Italia manchi sensibilmente di giorno in giorno e declini. Della quale declinazione,
siccome sono molti i segni, così io credo il maggiore essere l’infinito discorso e l’innumerabile
quantità di riforme, di miglioramenti, di leggi e d’istituzioni sul governo, sul traffico e sopra tutti gli
ordini dello stato civile, fatti da per tutto, ed a gara intrapresi. Perché negli uomini vecchi le grandi
idee ed il continuo affannato movimento nascendo da interna angoscia, e guastamento degli organi,
sono sempre indizio di vicina irreparabile morte. Perciò non mi pare potersi sostenere il detto del
nostro antico poeta:
che l’antìco valore
negl’italici cuor non è ancor morto;
ma dubito che finalmente, datasi pace, non s’abbia a cominciare a dire che
Italia è vecchia, e alla barbarie ìnclina.
Finisce il libro V ed ultimo della Moneta.